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Come preservare la fertilità nei bambini colpiti da un tumore

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Oncofertilità nei pazienti pediatrici: quali sono i trattamenti efficaci per far sì che i bambini colpiti da un tumore non perdano la loro capacità riproduttiva

Oncofertilità nei pazienti pediatrici

Per l’80% dei bambini e adolescenti che ha vinto la battaglia contro il cancro, a volte i trattamenti oncologici possono essere aggressivi e avere delle conseguenze. Uno degli effetti secondari a lungo termine del percorso terapeutico oncologico è la possibilità di avere problemi di sterilità e infertilità. Indubbiamente combattere una guerra contro il tumore mette a dura prova sia il piccolo paziente che i suoi familiari e spesso non ci si sofferma a pensare che i trattamenti oncologici possono compromettere la futura fertilità del paziente pediatrico. Come spiega Angelo Ricci, presidente della Federazione Italiana Associazioni Genitori Oncoematologia Pediatrica (Fiagop), durnate il Convegno Nazionale “Da grande voglio avere un figlio. La fertilità nel passaporto del guarito”, organizzato dalla Federazione Italiana Associazioni Genitori Oncoematologia Pediatrica (Fiagop), in collaborazione con l’associazione “Per un sorriso in più” a Lecce:

In passato, la sopravvivenza del bambino o dell’adolescente malato di cancro infantile era l’obiettivo principale e in tal senso la medicina oncologica ha permesso che ciò si avverasse. Attualmente nei paesi occidentali il numero dei “cancer survivor” in età pediatrica ha raggiunto quasi l’80%, un risultato importante. Resta il fatto però che alcuni aspetti correlati alla malattia non sono stati particolarmente approfonditi come, ad esempio, la possibile insorgenza di sterilità o infertilità negli ex pazienti oncologici pediatrici. Oggi, tra i medici e le famiglie è aumentata la sensibilità su questo tema al punto che si sta lavorando a individuare strategie mediche all’avanguardia che preservino la fertilità e, allo stesso tempo, a informare il paziente e i famigliari dei possibili rischi correlati alle cure oncologiche e alle soluzioni per conservare la possibilità di procreare dopo una terapia oncologica

Spesso, i cicli di chemioterapia o radioterapia e i farmaci possono mettere a rischio la futura capacità riproduttiva dei bambini o adolescenti affetti da cancro infantile. Tuttavia, se un tempo la malattia e i trattamenti cancellavano ogni possibilità di poter avere un figlio, oggi i progressi della ricerca scientifica hanno permesso di individuare possibili strategie di preservazione della fertilità da avviare già durante le cure oncologiche fornendo così, un aiuto concreto ai giovani che vorranno avere dei figli in futuro.

E' compito del medico informare e sensibilizzare i genitori dell'importanza di tutelare la futura fertilità dei figli in un momento in cui il primo e unico pensiero di mamma e papà è rivolto alla guarigione del proprio figlio.

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I trattamenti per preservare la fertilità nel paziente oncologico pediatrico

Tra le tecniche di preservazione della fertilità ci sono:

  • la crioconservazione del tessuto ovarico, cioè il congelamento del tessuto ovarico per poi reimpiantarlo al termine della cura oncologica, che può essere effettuato sia in soggetti femminili pre puberi che post puberi.  La procedura, eseguita in laparoscopia, consiste nella raccolta e congelamento del tessuto in azoto liquido per poi venire reimpiantato in seguito alla guarigione
  • la crioconservazione del seme da effettuare prima del ciclo terapico perché la qualità del campione potrebbe essere compromessa anche dopo un solo ciclo di trattamento. Basta raccogliere un campione di liquido seminale seme prima di iniziare il trattamento oncologico.  A questa tecnica possono sottoporsi solo i pazienti post puberi.

La storia di Francesco

Francesco C. è un giovane di 21 anni che all’età di 11 anni ha affrontato un lungo e difficile percorso terapeutico che è durato tre anni. Ecco il racconto della sua esperienza, delle sue speranze ed aspettative, soprattutto in ambito di fertilità.

Nei tre anni di terapia, il problema della fertilità non era a misura della mia età: un ragazzo di 11 anni che affronta una chemioterapia e due trapianti di midollo, non pensa e non si fa idee del proprio futuro da genitore, non essendo ancora sicuro se riuscirà o meno a viverlo. Ricordo però chiaramente quando mi fu spiegato in parole molto semplici il perché cadessero i capelli o perché avessi effetti collaterali alle terapie e, con il passare del tempo, ho preso coscienza che possibili problemi di fertilità potessero essere correlati ai trattamenti terapeutici.

Mi ritengo una persona fortunata ad aver vissuto l’esperienza del tumore con consapevolezza: 11 anni sono pochi ma allo stesso tempo sono abbastanza per riuscire a esser completamente attivo nel processo di guarigione. Ho sempre capito tutto e mi son fatto domande ricevendo risposte, anche se le domande riguardavano aspettative e speranze per un futuro abbastanza prossimo e quindi non riguardante l’esser genitore.

Il mio pensiero principale va ai ragazzi e le ragazze che sono guariti dal tumore in un’età molto più giovane della mia. Loro potrebbero non aver molta idea di quanto il loro corpicino ha passato in quegli anni. La nostra paura riguarda, soprattutto, le conseguenze che possiamo avere nel futuro non perché non abbiamo la forza di affrontarle, ma perché vorremmo saperlo per tempo e non all’ultimo momento.

Non sono ancora diventato padre, sento che è presto e secondo la strada che ho intrapreso per la mia vita credo che dovrò aspettare ancora un po’. Quello che è certo è che mi piacerebbe diventare padre e, magari, avere più di un figlio. L’amore e la forza che ho trovato nei miei genitori e in mio fratello sono stati l’ingrediente fondamentale della ricetta per combattere il tumore e per affrontare tutta la mia vita.

Essere dei “survivors” (sopravvissuti, termine anglosassone indicante i guariti da un tumore) non significa che siamo diversi e che conduciamo una vita diversa rispetto agli altri; anzi è proprio questa consapevolezza che ci spinge a dare il massimo, cercando di donare quanto abbiamo ricevuto a tutti coloro che ci sono vicino.

Bisogna, però, essere a conoscenza che questa condizione chiede una cura, un’attenzione particolare da parte della società verso di noi, in tutti gli aspetti della vita (e penso immediatamente al passaporto del guarito e di come questo potrebbe aiutarci crescendo. Questo aspetto si interseca benissimo nel discorso fertilità e genitorialità nei “survivors”. Un cammino di accompagnamento, partendo dalla informazione e arrivando alla creazione di una vera consapevolezza, è una di quelle cose che non può e non deve mancare.

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