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Racconti: il mio parto in casa

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Una ragazza ci ha scritto il racconto del suo parto in casa, condivendo con noi i suoi ricordi

Racconto di un parto in casa

Una ragazza ci ha scritto i ricordi del suo parto in casa, un'esperienza ancora poco praticata in Italia e della quale si parla troppo poco. Un travaglio tra le mura domestiche con il compagno e le ostetriche. Ecco il suo racconto.

2 settembre 2007

Ricordo...

la luce saltellante di una candela azzurra proiettata sul muro,

la nostra camera in penombra,

una coperta di lana multicolore sotto le mie ginocchia,

la fronte appoggiata sul letto,

la maglietta sudata

il silenzio

le contrazioni mi stanno dando un po' di tregua

la dilatazione è buona

sono da sola

mio marito forse è andato a riposarsi un attimo, a bere qualcosa

mi riposo

non so quanto tempo è passato

che fatica...

quando finirà?

Ma adesso riposo, appoggio una guancia sul materasso fresco... ci hanno messo sopra un lenzuolo azzurro cielo, guarda che bello...

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Iniziano le spinte

Poi qualcosa s'impossessa di me. Non sono più io che controllo il mio corpo. Non capisco cosa mi succede. Una forza irresistibile mi scuote come un ramo di salice al vento. Come un colpo di frusta. Parte dal ventre, mi fa sollevare e inarcare la schiena e poi si sfoga al centro del bacino... Sono senza fiato, spaventata. Cosa mi sta succedendo? Mi giro di scatto e, ne sono sicura, negli occhi ho lo stesso stupore terrorizzato che dovevano avere gli uomini primitivi davanti ai tuoni o al fuoco.

Che cos'è?

Dietro di me, seduta per terra, con la schiena appoggiata alla parete, c'è Anna, l'ostetrica. Non so da quanto sia lì, non me ne ero accorta. Legge quella domanda sul mio viso e non mi dice nulla, soltanto sorride e annuisce piano. Ha gli occhi scuri e dolci, e su quello sguardo appoggio il mio cuore impaurito. E' uno sguardo che sostiene, che tranquillizza. Ho capito: sono iniziate le spinte. Siamo vicini alla fine. O all'inizio. Devono essere circa le 7.30.

Parto in casa

E più o meno da nove ore che, tra contrazioni sempre più ravvicinate, il mio bambino si fa strada verso il mondo esterno. Sta facendo un buon lavoro e io cerco di fare del mio meglio per assecondarlo, aiutata da un papà attento, partecipe e sereno.

La giusta posizione

Alla fine di una giornata di contrazioni leggere ma distanziate, dopo esserci messi a letto sono iniziate quelle “serie”. Da subito ho capito che la posizione in cui riesco a stare meglio è quella a carponi, perciò me ne sto a quattro zampe, respirando profondamente e accompagnando al respiro dei suoni modulati, quattro note semplici che le ostetriche ci hanno insegnato nel corso preparto. Sto a carponi sul letto, poi sul parquet, poi sulle piastrelle del bagno, poi di nuovo sul legno. Mio marito mi segue e mi aiuta, mi bagna la fronte, mi dà da bere, mi pulisce se mi sporco, mi porge la bacinella quando mi viene da vomitare. Non c'è imbarazzo, non c'è bisogno di chiedere, ognuno sa quello che deve fare.

Siamo tranquilli. E siamo soli. Verso le quattro e mezza, però, sento che è ora di chiamare le ostetriche. L'accordo è questo: quando si sente il desiderio di chiamarle è possibile farlo a uno dei numeri di cellulare che ci hanno lasciato e loro, tempo un'ora, arriveranno.

Verso la fine

Le chiama lui, io mugolo qualcosa di incomprensibile in sottofondo. Il parto sta subendo un'accelerazione o forse io sto iniziando a esaurire le forze. Vorrei che fossero già qui e l'attesa appare davvero lunga. Quando arrivano mi sciolgo in un pianto liberatorio.

Mi accarezzano, mi massaggiano la schiena e le gambe, mi aiutano a correggere la respirazione, in modo che faccia rilassare bene i muscoli. Parlano piano, ma sono allegre e serene. Con l'apparecchio a ultrasuoni ascoltano il battito del bambino: è forte, è ottimo, è il solito cavallino che galoppa. La mia dilatazione è buona.

In cucina Paolo offre loro qualcosa da bere e da mangiare. Poi mi portano una tisana molto zuccherata, che mi restituisce un po' di energia. Ho bisogno di andare in bagno e ci rimango per un po', tra il water e il bidet, sempre con le ginocchia sulle piastrelle dure ma fresche. Poi mi vengono a chiamare e mi accompagnano in camera, che nel frattempo è stata allestita con i materiali che abbiamo preparato in una scatola, tenuta pronta per il gran giorno (come la valigia di chi va in ospedale; dentro ci sono, tra le altre cose, coperte, lenzuola, cuscini, teli di nylon, asciugamani, disinfettante senza alcool).

Mi sembra un sogno: sul letto c'è un lenzuolo azzurro, fresco di bucato, sul bordo del letto la coperta guatemalteca gialla a righe colorate è stesa a mo di tappeto fin sul pavimento, intorno ci sono cuscini e in due o tre punti della stanza bruciano candele colorate. Apprezzo per un istante tutto l'insieme, ma penso soprattutto a riguadagnare la mia posizione a carponi e mi inginocchio di fianco al letto, con le braccia e la testa sul materasso, lì dove mi ritrovate all'inizio del racconto, appunto, alle 7.30.

La nascita

Da lì, nel giro di un'ora, Anna è nata. Da quando sì è vista la testa, con una spinta o due, è guizzata fuori come un pesciolino volante, tra le mani dell'ostetrica. Aveva qualche giro di cordone “a bandoliera” e una manina premuta su un orecchio, pesava tre chili e cinquanta grammi e ha subito iniziato a piangere un casino. Anch'io ho pianto tantissimo: di sollievo, di gioia, di incredulità. Mio marito, invece, rideva come un pazzo. E siccome, per qualche secondo, io non mi giravo e mio marito continuava a ridere di fianco a me, le ostetriche, ridendo anche loro, ci hanno detto: “Ehi, ma volete vederlo o no?”. Certo che volevamo vedere! E così ho scavalcato il cordone ombelicale (!) e mi sono seduta e mi hanno messo sul petto questa specie di polipetto bagnato, caldo, mobile... che sensazione! Passato qualche secondo ancora, abbiamo deciso di vedere se era maschio o femmina e così abbiamo aperto le gambine, spostato il solito, onnipresente cordone ombelicale e appreso che, beh, sì, era nata Anna!

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