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Come ho partorito Leonardo: l’esilarante racconto di una mamma

Come ho partorito Leonardo: l’esilarante racconto di una mamma full-time

Ciao, mi presento, sono Laura, “MammaFull-Time”, quasi-quarantenne, che ha dato alla luce il suo principe nato 18 mesi fa, ma che ha ancora chiaro il ricordo dell’evento più incredibile della sua vita: dare alla luce Leonardo, il 31 Ottobre del 2009… tra l’altro nello stesso giorno in cui è nato suo papà / mio marito… che coincidenza straordinaria eh?

Ecco la nostra storia:

A mezzanotte del 30 ottobre, a 40+5 inizio a sentire dei dolorini a intervalli piuttosto regolari ma lunghi. Mi riaddormento e mi risveglio più volte. Alla fine intorno all’1,30 mi alzo. Mio marito dorme beato, io mi metto davanti al PC, e inizio a postare un pò di domande su una Community, sperando che mi risponda qualcuna che c’è già passata, e mi sappia dire quando andare in ospedale.

Intorno alle 3,30 inizio a cronometrare le pause, siamo a 8 minuti, ancora troppi… Come sempre le risposte delle internaute si dividono in due distinte fazioni, riassumibili in due frasi rappresentative, una è: “corri all’ospedale e tanti auguri” e l’altra: “aspetta ancora, fai una doccia calda, ecc.” …Onestamente la doccia calda proprio non me la sono sentita di farla … e a giudicare dall’ansia da prestazione che mi assaliva credo mi ci sarebbe voluta, piuttosto, una bella doccia fredda, ma, ahimé, di 30 ottobre, pure quella…va bene lascio perdere l’idea doccia.

Intorno alle 5,00 gli intervalli sono di 6-7 minuti circa e i dolorini un tantino più consistenti (ma sopportabili), chiamo mio marito: “vestiti, è ora” (col senno di poi mi viene da ridere per quel “è ora”… ). Alle 6,30 partiamo per l’Ospedale dove hanno seguito la mia gravidanza e dove abbiamo (si, “abbiamo”, mio marito ha “partecipato”…) scelto di partorire. Il viaggio in auto non è proprio confortevole… specie il percorso sui san pietrini… sebbene nella mia mente covo la speranza che le buche stimolino il tutto e mi ritrovi a dover urlare: “presto, un dottore, o lo faccio qui sul sedile (sempre col senno di poi, non c’era cosa più improbabile). Arriviamo e mi visitano: siamo solo a 2 cm… “signora, qui non abbiamo posto, inviamo un fax alle altre strutture e vediamo dove possiamo mandarla”… Si? Beh, intanto so io dove mandare voi tutti… No, dico, state scherzando, vero?!? Gli pianto un gran casino e minaccio di non sollevare il mio deretano se non di peso, e solo davanti al monito di una forza dell’ordine in divisa.

Mi hanno monitorato e poi (dopo aver bevuto un cappuccino e mangiato un cornetto) ho iniziato a stare male sul serio, ecco, mi sono accorta soltanto dopo che quelle precedenti erano contrazioni preparatorie… molto, molto blande… Sono circa le 8,30 quando mio marito accende il cellulare e piovono telefonate dal mondo intero per il SUO compleanno!

Eh… già! Perché suo figlio è talmente affezionato da nascere 6 giorni dopo la DPP proprio per vedere la luce lo stesso giorno di suo papà. All' ennesima telefonata lo guardo con la bava alla bocca come il peggiore dei molossi e nell’intervallo tra una contrazione e l’altra blatero tra i denti: “o spegni o stai lontano da me”… poi scelgo di allontanarlo e di soffrire in solitudine.

Ore 9.30 circa, finalmente mi portano su, sale anche mio marito, mi mettono in una Sala Parto (ci siamo?) butto cappotto e quant’altro in un armadio da qualche parte lì, consegno i fogli, mi mettono su un letto e mi par d’essere dentro un rovo pieno di spine, mi alzo, no, troppo male, mi siedo, ahio, oddio ma allora è così… che dolore assurdo… Attimi di lucidità: “Com’erano le posizioni del travaglio del Corso Pre-Parto?!? Ah, si, c’era questa, ecco, mi metto così”… arriva una contrazione, eccola… “Ma come si fa a stare così?!? No, io non ce la faccio, mi sdraio”, no, il letto è troppo distante, va bene mi appoggio a questo mobile... no, cammino, ok cammino … “signora, stia sul letto, dobbiamo farle il monotoraggio” … eh?!?! Voi siete tutti pazzi, come pensate che io possa raggiungere il letto? Non vedete che io sto morendo?!? … Pausa, ok, raggiungo il letto, mi legano, ed ora? Vorreste dirmi che mi arrivano le contrazioni e mi trovano così? No, dico, imbavagliatemi pure dato che ci siete, no? Anzi, no, prendo il bordo del lenzuolo e mi imbavaglio da sola, almeno ho qualcosa da mordere alla prossima ondata di morte!

Intanto Leo non si perde un solo intervallo per scalciare, perciò alterno contrazioni a calci, e garantisco che i calci di un feto di 53 cm e 3,5 kg non sono propriamente carezze… Alle 11 circa mi viene “consegnato” un letto. Vado in stanza (camerata da sei) facendo un paio di pause per assecondare le contrazioni. Sì ecco, devo respirare, e in questo il puzzo dell’ospedale mi aiuta parecchio, trangugio aria dalla temperatura tropicale, manco fossi in sauna… spero che faccia l’effetto di una qualsiasi droga e mi trovino in estasi a fissare le pareti e cantare “Jammin’”. Per la cronaca raggiungo la stanza e con qual certo disappunto (!) mi accorgo che era orario di visita. Praticamente era come essere in travaglio a teatro, sul palco. Avrei potuto imbracciare un kalashnikov e ucciderli tutti nello stato in cui ero, ma credo che uno sguardo sarebbe stato comunque sufficiente ad incenerire alcuni ospiti. Prendo il cuscino e mi rifugio in bagno, dove c’è una sedia, mi siedo, metto il cuscino nel lavandino e ci affondo la faccia dentro. Qualche puerpera di passaggio mi lancia sguardi compassionevoli e partecipati. Io vorrei uccidere anche lei. VORREI MORIRE IN SANTA PACE E IN SOLITUDINE, SI PUO’?!

Ore 13 circa, sento urlare il mio nome da un’infermiera che mi viene a cercare, per portarmi (finalmente! Di nuovo? Sarà ora?) in Sala Parto. Nel tragitto, lungo il corridoio, incrocio mia madre che non proferisce parola, ma con lo sguardo sembra chiedermi “come va?” … alzo l’indice della mano destra, lo faccio prima oscillare da destra verso sinistra e viceversa, poi lo posiziono in orizzontale per farlo roteare, è tutto quello che riesco ad esprimere, e significa (nella mia testa, ovvio) “ora non ti posso dir niente, poi ti racconto, ci vediamo dopo”…"

Entro, mi sdraio, controllano l’apertura e… di nuovo di crema! “Ma volete dirmi di cosa mi spalmate da ore?!?” “Niente signora, routine”. Su questo ero impreparata e immaginavo solo fosse un lubrificante, tipo l’Olio di Mandorle che mio marito ha sapientemente spalmato massaggiando la zona perineo per un mese intero (ahimé inutilmente!) e che sarebbe servito per agevolare l’uscita del lattante, grosso modo come il burro a Marlon Brando in “Ultimo Tango a Parigi” per facilitare un’entrata… ok, il parallello è davvero poco ortodosso, ma tant’è, introduce al fatto che, nel frattempo, mi scappa la pupù… Dramma. “E se lo faccio nel wc?” (sempre col senno di poi, niente di meno probabile). Devo scegliere se farla mentre Leo scalcia o mentre ho le contrazioni. Ok, non posso più pensarci su, sennò me la faccio semplicemente sotto! Vado e … ad un certo punto fisso la porta e penso: “ma ti rendi conto che stai facendo la cacca mentre sei in pieno travaglio?!?”
C’è stato un attimo in cui mi veniva persino da ridere, perché la contrazione m’ha beccato mentre mi tenevo con una mano alla maniglia e con l’altra al lavandino. Comunque l’esperienza si conclude e arrancando torno al letto, dove inizia il bello, cioè il brutto!

Sono le 16.30 (stavolta senza il “circa”, ho l’orologio davanti) sono sul letto e sono SOLA, l’unico rumore di sottofondo è il volume (alto) di una TV guardata dal supremo ginecologo. Il dolore è invalidante. Le pause sono talmente brevi che a stento mi ricordo chi sono e cosa ci faccio lì. Chiamo qualcuno dicendo che devo fare pipì, mi portano una padella e mi accorgo che non è pipì, ho rotto le acque! L’infermiera si sincera che sia tutto a posto, lo è, e sparisce. Non riesco più a trattenere i gemiti durante le contrazioni, ecco, cioè, nel mio “io” vorrei tanto darmi un contegno, ma poi mi chiedo “perché”? Inizio a gemere ad ogni contrazione e mi ripeto che sto per morire. Me lo ripeto talmente tanto che ad un certo punto (e qui l’orario non lo so davvero) il mondo circostante ha perso forma, colore, odore, spessore, potevo essere ovunque, forse ero all’inferno, sì, ecco, ero morta e mi era toccato il girone dei dannati, perché, che avevo fatto per meritarmelo?!

Urlo: “vi prego fatemi qualsiasi cosa, non ce la faccio più, sto morendo”, arriva l’ostetrica, sorridente, mi visita, poi mi guarda e pronuncia testuali parole: “signora, finora ha fatto un travaglio da manuale, è dilatata 6 cm, l’epidurale non gliela possiamo più fare, ma non si preoccupi, tra una quarantina di minuti al massimo avrà il suo bimbo tra le braccia” … eh??? Altri 40 minuti??? Ma io per quell’epoca lì le braccia me le sono già strappate e mi ci sto fustigando per cercare un’alternativa dolorosa che mi faccia dimenticare le doglie!

Però l’ostetrica rimane lì, buon segno, penso, vuol dire che davvero ci siamo, chiama un’infermiera per aiutarla a preparare il letto, e mi invita a sedermi sulla sedia a dondolo, la guardo come a dire “sei pazza o cosa? Come pensi che ci arrivi fin lì? Strisciando come Rambo??”, premetto che il dondolo era nei pressi del letto, 5-6 passi al massimo. Mandano a chiamare mio marito. Raccimolo gli ultimi sprazzi di lucidità che mi sono rimasti, mi seggo sulla sedia e… al primo dondolìo lo guardo e gli dico: “oddio, lo faccio qui”. Tutti i dolori all’improvviso sono spariti e al loro posto sento un irrefrenabile impulso ad espellere, ma l’osterica mi ammonisce: “signora non è il momento, non spinga” ed io, con la faccia di una bambina delle elementari in fila per uscire, rispondo: “ma non sono io a spingere, è lui!”. Raggiungo (non so come) il letto, dove mi “accomodano” né più né meno come se dovessi sottopormi ad una visita ginecologica.

Ora sono lucida, ma nel frattempo la Sala s’è riempita; l’ostetrica, un’altra, due infermiere e mio marito, inizio ad avere caldo, mi spoglio e rimango totalmente NUDA, l’ostetrica mi guarda con disappunto e proferisce un: “signora, ci sono i tecnici manutentori nei paraggi, sa… è sconveniente che lei sia nuda…”, e allora? Non sono mica in posa a fare un Calendario per Playboy, io sto partorendo'! Rimango, ovviamente, nuda, ma mi coprono comunque la pancia con un ultra classico, il lenzuolo verde!

Ora, ammettendo la mia ignoranza, ed il fatto di aver visto sempre scene nei film del tipo: “brava, si vede la testa, spingi ancora, ecco le spalle, ancora uno sforzo, eccolooo!!! Brava!!!” Io nel mio cervelleto mi ero convinta che il pupo uscisse un pò alla volta, un pò ad ogni spinta, ecco… perciò mi ero preparata psicologicamente a centellinare spinte e poi a dare una bella e intensa botta finale! Senonché, dopo qualche spinta a vuoto l’osterica mi guarda e mi fa: “no, guardi, non ci siamo proprio, così non va bene, signora, ma non l’ha fatto il Corso PreParto?”, manco faccio in tempo a dire “beh, veramente l’ho fat…” che rivolgendosi alla collega continua: “vedi? Gli fanno fare questo e quello e quando arrivano qui non sanno nemmeno spingere!”. Scusi signora ostetrica, ma lei, di grazia, cosa ci fa qui se devo fare tutto da sola?!?

La simpaticona mi guarda e chiede, anzi no, mi informa: “signora dobbiamo tagliare, sennò se si lacera potrebbe essere molto peggio” Guardo mio marito con gli occhi umidi, e commento: “tutto questo tempo a massaggiare il perineo… va bene fate vobis…” Non sento nulla. Arriva una bella spinta e stavolta ci metto tutta l’anima, continuando ben oltre il limite umano, tant’è che il maritino mi ha poi raccontato di aver temuto che mi scoppiasse qualche vena e di avermi vista di un color tendente al blu Puffo…

LEONARDO NASCE.

Me lo mettono addosso qualche istante, e ricordo la bella sensazione di sentirlo così piccolo, pelle a pelle (il mio ombelico ha catturato e conservato tracce organiche dell’incontro per diversi mesi!). Fanno tagliare il cordone a mio marito, che avendo letto qualcosa con me chiede timidamente: “non possiamo aspettare”? L’ostetrica ci risponde: “fosse per me sì, ma c’è (non capiamo chi sia), e non possiamo aspettare troppo”, ancora oggi non ho ben capito il motivo per cui non abbiamo potuto attendere che il cordone smettesse di pulsare (o quantomeno il secondamento) per tagliarlo… Boh! Portano via Leo ed esce anche mio marito. Partorisco la Placenta poco dopo, senza ossitocina, con una piccola spinta. Tiro un sospiro di sollievo, faccio un sorriso soddisfatto e penso “ah, è tutto finito, che bello!” … E INVECE NO! No! No! No! Bisognava ricucire… già… “Signora, qualche minuto di pazienza e sarà tutto finito”… Iniziano… ahi… ahi… ahio… fa male… no, scusate, fa malissimo. “Signora, ha fatto un Parto da manuale, dai, su, ancora qualche punto e abbiamo finito”… Ahi, ahahah, oddio, no, vi prego, non posso, mi state facendo malissimo. “Signora non è possibile che lei senta tutto questo dolore”. Beh, sì, avete ragione, lo faccio apposta, in effetti mi diverto a recitare una sofferenza che non provo… Ahhhhrrrrggggghhhhh, vi prego, ma Dio santo, possibile che non possiate anestetizzare??!!! “Signora abbiamo già fatto una anestesia locale, vediamo cos’altro possiamo fare, ma lei deve collaborare”… COLLABORARE?!? Ma dico, cosa volete da me?!?

Sto qui dall’alba, mi sono fatta svariate ore de travaglio, sono evidentemente un tantino provata, e voi mi venite a dire che dovrei starmene qui a farmi ricucire come un tacchino americano il giorno del ringraziamento, a vivo, senza manco fiatare anzi elargendo sorrisi e “prego, fate pure come se
io non ci fossi, accomodatevi”?!? Ad un certo punto si presenta una che mi mette una flebo e per ben due volte mi spara endovena il Toradol. INUTILMENTE. Continuo a gemere e a sentire un dolore infernale, il travaglio, in confronto, era stata una passeggiata tra i fiori. L’ostetrica e la sarta (s', insomma, quella che ricuciva!), sempre più innervosite dalle mie proteste, minacciano di portarmi in Sala Operatoria e finire il lavoro in anestesia totale e alzano il tono della voce, tanto che vedo palesarsi il losco figuro che, fino a quel momento, s’era goduto i suoi programmi in TV… l’egregio dottor ginecologo… il suo regale incedere lo conduce al mio capezzale, laddove emette cotanta sentenza: “Signora, si calmi e cerchi di collaborare”… Mi sembrava di essere dentro il film “L’Aereo più pazzo del mondo”, protagonista della scena dove schiaffeggiano quella poverella all’inno di “si calmi!!!” Lo guardo e rispondo, piuttosto alterata: “vorrei vedere lei a farsi ricucire le parti intime al vivo”. Il dottore non commenta, fa retromarcia e torna ad immergersi in più leggere tematiche.

Finalmente finisce anche questo lunghissimo momento (che è quello che ha lasciato più strascichi, anche fisicamente). Nella stanzetta dove si attendono le due ore post-partum trovo mio marito e
finalmente mi riportano Leo, che da solo trova il seno e si attacca subito poppando avidamente.
Ora siamo davvero in simbiosi… nudi e col pannolone! Trascorse le due ore sono di nuovo SOLA.
Mi gira la testa. Penso: “sarà fame”. Chiedo una bustina di zucchero. Mi portano in stanza. Mangio qualcosa, ma non passa, e al giramento si unisce uno stordimento generale. Mi dico che è normale, ma in realtà inizio a tremare e a perdere il senno, farfuglio qualcosa alle compagne di camerata che probabilmente capiscono che non sto affatto bene e chiamano aiuto. Arrivano un paio di infermiere, le guardo e riesco soltanto a dire “aiuto, non sono io, sono fuori di me”. La testa, la testa, non capisco, la testa, non posso pensare, non riesco a pensare a niente, non sono più io, vi prego aiutatemi, stringetemi la mano, ho bisogno di aiuto. I numeri, qual’è il mio armadietto, lo devo pensare perché è una cosa concreta, reale, allora mi concentro sui numeri degli armadietti, ma
non ci riesco, il pensiero non si fissa e ruota, gira intorno e non lo riesco a fermare…

IO STO IMPAZZENDO, VI PREGO AIUTATEMI. Chiamate l’anestesista che mi ha fatto la flebo, presto, prima che io non capisca più nulla, chiamatela, che c’era dentro? Cosa mi avete fatto? Che cosa mi avete fatto?!? Io sono intollerante alla Tachipirina, c’era scritto sulla cartella, mi procura le allucinazioni, che avete fatto? Arriva un sacco di personale… Ricordo solo un’infermiera che mi stringeva la mano, una che mi accarezzava la testa ed io che sono andata in loop con l’Ave Maria e pensavo a mia nonna che mi aiutava da lassù… Mi hanno fatto una flebo di tranquillante e sono crollata… A mezzanotte mi sono svegliata che portavano i bimbi per la poppata, “no, signora, lei non può allattare per via della flebo. Glielo portiamo domattina”.

Con Leo ho fatto il rooming-in, l’ho attaccato il giorno dopo e stava sempre a ciucciare, e nonostante io sia uscita senza di lui e l’abbia dovuto allattare recandomi in pellegrinaggio agli orari assurdi dell’Ospedale per 3 giorni, da allora non s’è più staccato, per fortuna.

Oggi ha 18 mesi e prende “ancora” il latte di mamma sua.

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