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I lati oscuri della gravidanza

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Cosa significa diventare mamma? È sempre e comunque un’esperienza positiva o vi sono anche dei lati oscuri?

Lati oscuri della gravidanza e del post parto

Il ruolo della donna socialmente e culturalmente è ben definito e per una donna diventare mamma sembra un passo obbligato. È la società che lo chiede, la famiglia, la storia. Non mettere al mondo un figlio significa rinunciare ad una parte di sé, al richiamo della continuità generazionale. Ancora non è pienamente accettata una coppia che non ha prole e per alcune donne, soprattutto se hanno difficoltà procreativa, diventa un vera e propria menomazione. Ma poi, quando finalmente ciò avviene, nascono le prime difficoltà.

La donna, divenuta madre, si trova da sola ad affrontare i lati oscuri di un qualcosa che immaginava come un’esperienza estremamente felice: il post partum.

Depressione post parto

La storia di Marzia

Marzia ha 43 anni e lavora come segretaria presso uno studio medico. È sposata e ha due figli. È originaria del sud e si trasferisce al nord per frequentare l’università. La sua famiglia d’origine è rimasta nel suo paese natio e lì, con lei, c’è solo il suo fidanzato, anche lui originario di un altro paese e che poi sposa. Racconta, per la prima volta, la sua vita poiché genuinamente riservata e reticente a condividere le sue esperienze e le sue emozioni con tutti. Per lei è stato difficile portare avanti una gravidanza dopo un aborto spontaneo poiché contrae un’infezione che la segna molto sul piano emotivo. Deve infatti seguire una terapia per più di un anno. La stessa si convince di non potere avere figli e persuade anche il compagno provocando angoscia in entrambi. Abbandona tutto, anche i suoi studi per dedicarsi alla ricerca di una gravidanza e finalmente dopo vari tentativi resta incinta naturalmente.

Così all’età di 29 anni partorisce la sua prima figlia ma quello che avrebbe dovuto essere un evento di vita felice e ricco di emozioni diventa il suo inferno. Non riesce infatti a provare piacere per la sua condizione e spesso il pianto della sua bambina diventa insopportabile tanto da desiderare che non fosse mai nata. Inizia a soffrire profondamente e vivere un senso di inadeguatezza come madre e come donna perché non riesce a far fronte al suo stato. Ne parla con il suo compagno ma lui è talmente assorto nel lavoro e quasi non si accorge del forte dimagrimento di sua moglie. Soltanto il pediatra se ne accorge e cerca nel suo piccolo di consolarla. Un po’ riesce nel suo intento, ma lei si sente così triste da temere per la vita della piccola.

A distanza di tempo, superata la sua depressione, rimane nuovamente incinta e si ritrova nella stessa situazione della prima gravidanza, infatti, per quanto desiderasse un secondo figlio, temeva che potesse sentirsi nuovamente abbandonata a se stessa. Il ricordo che emerge è descritto come il periodo più brutto della sua vita nel quale desiderava porre fine alla sua vita. Soltanto la sua forza di volontà è riuscita a farla andare avanti, forse arrancando qualche consiglio dal pediatra e dalla suocera o dalla mamma che sentiva telefonicamente ma tutto ad un certo punto si è centrato sulle sue risorse interiori poiché era davvero sola.

Prigioniera della propria disperazione e solitudine

Non tutte le donne riescono a lottare così profondamente e vincere su se stesse, molte rimangono prigioniere della propria disperazione e solitudine. Sì perché di solitudine si tratta. Chiunque, attorno, può rendersi conto di cosa stia vivendo una neomamma e di come stia percependo e elaborando dentro si sé questa esperienza. Anche ciò che non si rivela può essere visibile ad un occhio attento e vigile. Spesso si resta offuscati dall’evento in sé, ma la vera attenzione va posta alla mamma che con i suoi continui sforzi si dedica al bambino, lo nutre, lo lava, lo accudisce, giorno dopo giorno. Lei non ha possibilità di distrarsi, non deve, poiché il piccolo dipende da lei.

Ma allora chi si prende cura della donna? Chi parla con lei o percepisce la sua condizione emotiva, sostenendola? Una madre non serena e a disagio non potrà mai prendersi cura opportunamente di suo figlio.

Mamma suicida

Il titolo apparso su romafanpage.it è abbastanza eloquente e centra il problema legato alle ombre e ai vuoti che lascia una gravidanza: Roma, mamma suicida nel Tevere, il marito: “Non ho capito che mia moglie soffriva” Una gravidanza desiderata, tre gemelline di cui una muore. A distanza di 6 mesi la madre è spinta al suicidio e si butta nel fiume mentre delle figlie non c’è più traccia. Un episodio, tra i tanti, avvenuto lo scorso 21 dicembre, in prossimità delle festività natalizie che ci fa riflettere su quanto poco si conosce della gestazione e di tutti gli effetti che provoca.

Sintomi di una depressione post parto

Anche una mamma ha bisogno di riposare, parlare, confrontarsi, riversare le proprie preoccupazioni su qualcos’altro, distrarsi e uscire. Abbandonarla significa non comprendere pienamente ciò che sta sopportando in termini di stress fisico e psicologico. Per distinguere un disturbo depressivo basta osservare se nella neomamma compaiono almeno 5 dei seguenti sintomi e per almeno due settimane con frequenza giornaliera:

  • Umore depresso, tristezza, senso di vuoto, disperazione;
  • Si lamenta di continuo;
  • Perdita di interesse o piacere per quasi tutte le attività, anche prendersi cura della prole che in questo caso diventa molto faticoso per lei;
  • Perdita o aumento di peso;
  • Carenza o aumento di appetito;
  • Perdita di sonno dovuto a difficoltà nell’addormentamento oppure a vigilanza continua;
  • Necessità di dormire molto, senso di stanchezza e affaticamento che richiedono il sonno, difficoltà ad alzarsi dal letto;
  • Agitazione;
  • Mancanza di energia;
  • Sensi di colpa eccessivi;
  • Ridotta capacità di pensare o di concentrarsi, o indecisione;
  • Pensieri ricorrenti di morte o ricorrente ideazione suicidaria

Spesso tali sensazioni o sentimenti non vengono riferiti ma molti dei segnali è possibile osservarli dal corpo: lo sguardo, la postura, i segni sul volto, le occhiaie, la trascuratezza e il dimagrimento sono tra gli indicatori più immediati a cui bisogna porre attenzione. Se, per esempio, precedentemente all’esperienza della gravidanza, ossia nella storia individuale della donna, ci sono stati episodi di depressione, la probabilità aumenta di molto. Questi segnali possono comparire prima, durante e dopo il parto e alcune volte anche a distanza di quattro settimane. Altri elementi indicativi della presenza di un disturbo di alterazione dell’umore è dato dall’ansia e dall’insorgenza di attacchi di panico per cui la donna manifesta un’eccessiva preoccupazione nei confronti della condizione di salute del neonato e verso se stessa. L’indicazione, invece, di situazioni drammaticamente più gravi sono le allucinazioni o deliri che “suggeriscono” alla donna di uccidere il proprio figlio. 

Baby Blues

Anche i baby blues sono dei campanellini d’allarme e definiti come una serie di disturbi legati all’umore quali senso d’inadeguatezza, angoscia, tristezza, spesso accompagnati da crisi di pianto, ansia, senso d’inappetenza, e che coinvolgono le neomamme durante il primo periodo seguente al parto e in circa il 70% dei casi, colpiscono allo stesso modo i neopapà. Le cause, sono legate sicuramente alla predisposizione della donna ad un certo tipo di situazione emotiva e psicologica ma può capitare che l’esperienza della gravidanza prima e del parto dopo possa provocare una condizione di fragilità psichica tanto da non sentirsi inadeguata come donna, madre e genitrice soprattutto perché dopo la nascita del bimbo viene abbandonata a se stessa. È difficile infatti riuscire a coordinarsi, a seguire i tempi dell’allattamento, a cambiare il bambino, ad occuparsi di lui in toto senza che ci sia qualcuno a sostenerla soprattutto se non tollera lo stress e vi è una situazione di deprivazione di sonno.

Come aiutare una neomamma e non abbandonarla?

Alcune situazioni possono essere evitate se prevenute in tempo. Ma la neomamma, data la condizione che sta vivendo e “subendo” spesso non è in grado di prendersi cura di sé e pertanto richiedere aiuto per lei è molto difficoltoso anche perché non vive bene il proprio stato e quasi si “vergogna”. Sono quindi le persone a lei vicine che dovrebbero proporle un sostegno, poiché si accorgono della sua sofferenza e tra queste non vi è solo il marito/compagno ma tutti gli individui che fanno parte della sua vita o che comunque sono in contatto con lei. Ora come ora le informazioni su possibili esordi di una depressione post partum sono abbastanza diffuse e molti centri sono pronti ad offrire un sostegno adeguato alla neomamma in quanto non è una condizione che sceglie personalmente ma ne è soggetta proprio in virtù del cambiamento fisiologico e psicologico che sta attraversando.

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