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"Una lettera per lui": storie, pezzi di vita ed emozioni raccontate da #QuasiPadre

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#QuasiPadre ha lanciato il contest "Una lettera per lui". Ecco alcune delle lettere più belle e commoventi rivolte ai papà: storie, pezzi di vita ed emozioni condivise

Una lettera per Lui

PianetaMamma e QuasiPadre hanno lanciato un'iniziativa: "Una lettera per lui", in occasione della Festa del Papà.

Forse a volte si va troppo di fretta per dare importanza alle parole, e si accumulano rancori o ci dimentichiamo di dire anche un semplice "grazie", o "ti voglio bene" ai nostri compagni, mariti e papà. Abbiamo invitato le donne e mamme che ci seguono a partecipare a questo "contest" : scivere una lettera o un messaggio al proprio LUI, un regalo inaspettato e che lo lascerà senza fiato. Un messaggio dove chiedergli scusa, o dirgli grazie, o raccontargli una cosa che non hai mai avuto il coraggio di dirgli.

L'uomo e la donna fanno due suoni diversi

#QuasiPadre ha scelto una sola storia tra le tante e l'ha riscritta per PianetaMamma. Sono arrivate tantissime lettere e messaggi e domani 19 marzo 2019, pubblicheremo la "dedica" che ci ha emozionato di più. Ma nel frattempo ecco tutte le lettere e i pensieri più belli che sono arrivati a QuasiPadre: 

Le ho immaginate una a una, le donne che hanno deciso di partecipare a questa iniziativa, ho dato loro un volto, un colore di capelli. Le ho viste mentre stavano lì, in silenzio, a scrivermi. In silenzio sì, forse anche al buio, perché di sicuro si sono ritagliate del tempo per farlo. Hanno soppesato quelle parole, le hanno bagnate, sporcate, colorate. Hanno raccontato pezzi di vita a me, a uno che non ha né volto né colore di capelli, uno che si nasconde dietro un nickname per non mostrare i propri sentimenti a chi lo conosce davvero. Invece queste donne hanno deciso di farlo, perciò chapeau.

Non c'era nessun premio in palio, una lettera pubblicata su un sito internet, sì, è vero, una lettera, ma ciò che spinge a scrivere certe cose non è una motivazione, bensì un'esigenza. Di liberarsi di alcuni pensieri, di dire finalmente quello per cui spesso si è taciuto. Le ho immaginate una a una, le storie. Di famiglie, di vite, di papà. Di eroi, draghi, principesse.

  • Ho immaginato G., per esempio, il bicchiere d'acqua pieno per metà che prepara ogni sera ai suoi tre figli. Quando ha abbandonato il ju-jutsu per stare con loro, quando chiude la bocca per trattenere le emozioni e poi la trasforma in un sorriso.
  • Ho immaginato quella volta in cui A. è tornato dalla missione che T. già gattonava, pensare che quattro mesi prima nemmeno si reggeva seduto. La moglie li ha ripresi con il cellulare, ha catturato proprio quell'attimo in cui si sono rivisti, che T. si è gettato tra le braccia del padre senza chiedergli dove fosse finito tutto quel tempo. Forse subito dopo hanno ripreso a giocare con i lego, come se lui non fosse mai partito. Me li sono immaginati su un tappeto colorato, con la valigia ancora da disfare.
  • Poi c'è E., il suo pancione, i suoi piedi gonfi, quell'attesa lì. Le donne incinte non dormono, si sa, ma lei non lo fa per altri motivi. Il secondo figlio sta portando con sé una crisi di coppia e un miliardo di dubbi. Nella mail ha scritto otto volte “Grazie”, ha usato la lettera maiuscola. Otto volte. L'ho vista fragile mentre chiedeva la possibilità di rimediare a un errore, l'ho vista con le ginocchia strette, gli occhi sinceri. Li ho immaginati insieme: spingersi, stringersi, sgretolarsi e ricominciare. Non da zero ma da quattro.
  • Anche A. sta aspettando la seconda bimba, questione di giorni. Dovevano essere i momenti più belli, quelli in cui tutto assume una nuova luce. E invece la luce delle fiamme di venerdì scorso ha bruciato la loro casa. C'è questo ora nei pensieri, nella testa. A loop, come un incubo. Cenere, caldo soffocante, distruzione. E un uomo che prova a spegnerle, quelle fiamme, a salvare i ricordi, le foto stampate attaccate sul muro, un peluche, la maglietta che gli stava tanto bene. Non c'è più nulla, a parte una vita che sta per nascere, e allora è da qui che rinascono pure gli uomini. E lui lo sa. Me lo sono immaginato mentre piange di nascosto. Sì me lo sono immaginato così e avrei tanto voluto offrirgli una birra.
  • Poi c'è S., suo marito voleva un maschio ed è arrivata la femminuccia. E allora ha iniziato a mettere smalti, fare codini, azzeccava addirittura gli abbinamenti dei vestiti. Poi è stato il turno del maschietto e già dalla mattina lei li vedeva giocare con la palletta sul corridoio. Mi ha raccontato del sabato mattina che lei lavora, e loro tre vanno in piscina. Li ho immaginati schizzarsi in acqua, e ridere sotto quelle cuffie brutte.
  • D. e V. si sono innamorati e sposati nell'arco di tre anni e lei ha ricevuto il suo primo incarico poco dopo la nascita di A. Bagagli, treno e via. Una decisione difficile, me li sono immaginati mentre si dicevano che forse era la cosa giusta da fare per il futuro della piccola. Adesso si incontrano due weekend al mese, quattro giorni su trenta. Vanno a dormire per non pensare e magari sognare il giorno in cui si addormenteranno stanchi sul divano, e tutto sarà normale, persino abituarsi alla presenza dell'altro.
  • Distanze. Già distanze. Come quella del papà di L., che con una videochiamata lo ha visto mangiare la sua prima pappa e con una foto ha notato il suo primo dentino spuntare.
  • C. dice che nello spazio tra un dentino e l'altro passa la luce dei papà. L'ho trovata una roba bellissima.
  • A. invece suona il basso e la figlia F. balla. Me li sono immaginati così loro due. Stupendi, in salone, con il tavolino spostato di lato per fare spazio all’amore.
  • Poi c'è chi, dopo 13 anni, ha perso il lavoro appena prima della nascita del bambino, chi non è riuscito a sopportare il cambiamento e stava rischiando di perdere tutto, come C., che poi però è tornato, ha chiesto scusa e si è dimostrato uomo, prima ancora che padre.
  • C'è P. “quel ragazzo che mi faceva il filo sull’autobus per scuola, quell’uomo che mi ha riaccompagnato a casa ubriaca, quella persona che voglio vedere tutte le mattine appena mi sveglio e a cui dire altre mille volte sì", scrive T., e io mi sciolgo, mentre li immagino aspettare l'autobus sotto a zaini pesanti.

Le mail sono state tante, e ogni volta era un colpo, ogni volta era pensare un po' alle vite degli altri ma anche alla mia.

  • Mi ricordo ancora il momento in cui è arrivato il suo messaggio, così bello, così vero,

nonostante la dislessia che mi obbliga a chiederti "Come si scrive questa frase? Con l'accento o senza?!" e tu che mi rispondi....sempre....in mezzo a tutto

Mi ricordo che stavo in macchina, avevo parcheggiato, ho aperto le mail e ho letto la storia di un uomo forte, di uno che aveva dei sogni e li ha messi da parte, di uno che piangeva dopo aver saputo di una notizia che nessun genitore vorrebbe sentirsi dire.

Ho letto la richiesta di perdono di una donna fragile, ho letto un sacco di amore, che quasi strabordava. E poi ho letto di quella volta in cui lui l’ha portata all’asilo in pigiama e non so perché, ma mi è venuto da abbracciarli, entrambi. Ecco, ancora devo capire bene cosa mi rimarrà di questa esperienza, forse non ero pronto per una roba del genere. Devi essere allenato per reagire a scossoni simili.

Ho letto dei “grazie”, ho letto delle “scuse”, ho letto dei “ti amo”. Ho cercato di controllare bene cosa ci fosse tra una parola e l’altra, un indizio per poter essere utile a qualcuno, dei puntini che collegati mi portassero chissà dove. E invece niente. In compenso ho capito quell’assurdo motivo che mi spinge a continuare a raccontare di me, di mio figlio e di mia moglie. Necessità. Semplice, disperata, meravigliosa necessità.

E allora mi sono sentito più vulnerabile e meno solo...

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