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Togliere un bambino dipendente da videogiochi alla famiglia, è possibile?

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Cremona, 14enne "malato" di playstation e il giudice lo toglie alla famiglia. Ma si può togliere un bambino dipendente da videogiochi alla famiglia? Il parere dell'avvocato

Togliere un bambino dipendente da videogiochi alla famiglia

Televisione, computer, internet, smartphone… La tecnologia, negli ultimi anni ha invaso le nostre case e ha cambiato il modo di comunicare e di relazionarsi con il prossimo soprattutto da parte di bambini e adolescenti. A volte si cade in un vortice da cui non si riesce ad uscire nemmeno con l’aiuto della famiglia.

La playstation, il videogames che tanti piccoli e meno piccoli desiderano per poter trascorrere il loro tempo tra sfide e avventure. Capita spesso che si diventi dipendenti da tali giochi, restando incollati ad essi per ore, senza pause, senza mangiare, senza dormire. Si continua cosi a non fare altro che restare chiusi in una stanza, in un modo irreale da cui non si vuole più uscire. Perché si tratta di un mondo che ci regala soddisfazioni ma che sembra difenderci da un mondo parallelo, la vita reale, in cui gli ostacoli bisogna affrontarli senza trucchi, senza tecniche.

Addirittura in Cina si parla di una vera e propria patologìa, un disturbo clinico e per curarlo sono nati dei centri di riabilitazione dove i giovani videodipendenti sono ricoverati per mesi di terapia.

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Anche se da noi la dipendenza da internet non è ancora considerata una patologia, non c'è dubbio che i giovani passino troppe ore davanti alla playstation.

Il rischio è quello di sviluppare una personalità compulsiva ripetitiva e problematiche psichiche che possono sfociare nello scollamento dalla realtà. Con la dipendenza da videogame, insomma, non si scherza.

E’ il caso di un ragazzino di 14 anni che, appassionato di videogiochi e tecnologìa, cade nella trappola, in quel vortice da cui non riesce più ad uscire.

Il ragazzino, di Crema, alunno di terza media, era arrivato perfino a saltare le lezioni pur di avere il tempo per giocare alla playstation. Per questo, il Tribunale dei minori di Brescia ha deciso di allontanarlo dalla famiglia, incapace di liberarlo dalla dipendenza. Il giudice ha deciso che il giovane dovrà andare in comunità. Il provvedimento annunciato non è ancora stato applicato, ma ha dato i primi frutti: il 14enne ha consegnato l'apparecchio alla mamma e adesso frequenta regolarmente le lezioni.

Tutto è iniziato due anni fa. La mamma del ragazzo, abbandonata dal marito, aveva chiesto aiuto ai servizi sociali per gestire la dipendenza del figlio. Da quel momento, il 14enne è stato seguito nel reparto di neuropsichiatria infantile e, a scuola, affiancato da un insegnante di sostegno. Il ragazzo sembrava migliorato, ma con il nuovo anno scolastico, non trovando l’insegnante di sostegno, sono riprese le assenze. La madre viene accusata di negligenza e gli assistenti sociali si rivolgono al Tribunale dei minori, che decide di affidare il ragazzo a una comunità.

"Prima di emettere il provvedimento – ha spiegato il procuratore capo presso Tribunale dei Minori di Brescia, Emma Avezzù – sono state percorse tutte le strade, senza ottenere alcunché di positivo. Di lì la decisione. Il ragazzo sarà tolto alla famiglia, che però potrà regolarmente visitarlo. Se il percorso indicato sarà eseguito con regolarità, il giovane potrà far rientro a casa"

Il provvedimento è stato promulgato ai primi di ottobre e sin qui non è stato applicato, ma pende come una spada di Damocle sulla testa della famiglia. La mamma, che non è riuscita a farsi ascoltare dai servizi sociali, ha allora interpellato il Ccdu (Comitato dei cittadini per i diritti umani onlus), raccontando tutta la storia.

Strana storia, a mio parere, in cui non si tiene conto della volontà del minore, come prescrive la convenzione di New York, ratificata anche dall’Italia, il quale vuole restare in famiglia e, spaventato, ha consegnato la PlayStation alla mamma e ha ripreso a frequentare le lezioni con regolarità e impegno.

Tuttavia, resta l’ordine del giudice e la determinazione dei servizi sociali a farlo rispettare. Un braccio di ferro dove rischia di perdere uno solo: il ragazzo. Sulla vicenda prende posizione il ‘Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani Onlus’ che tra altre cose mette sotto accusa i Servizi sociali di Crema, rei, a loro dire, di voler dare attuazione a quanto previsto nel decreto senza attendere l’esito del ricorso presentato dalla madre del quindicenne.

Emerge quindi che il tribunale non ascolta la supplica del ragazzo, in violazione alla Convenzione di New York sui diritti del Fanciullo ratificata dal Parlamento italiano, e non ascolta nemmeno la richiesta dei nonni, disponibili ad accogliere il nipote per aiutarlo a superare la sua temporanea difficoltà.

E’ indubbio che la posizione del Tribunale e il decreto mettano in luce tutte le criticità dell’attuale sistema di tutela minorile. Un sistema che ha ancora tante lacune e tanti punti da studiare, risolvere.

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Nella storia in esame l’imposizione coatta sembra prevalere sul buon senso. A nulla conta la volontà, il pensiero del minore così come nemmeno quello della madre che, riferisce, di aver chiesto più volte l’intervento degli assistenti sociali.

E’ una storia che sembra avere dell’assurdo. D’altronde come è possibile allontanare un minore dalla sua famiglia quando il buon senso deve essere quello di aiutare gli stessi a ritrovare un equilibrio ed una pace interiore tali da consentire il superamento di quel malessere che ha portato il minore a rinchiudersi in se stesso e ad allontanarsi dalla vita reale. Ci auguriamo che il Tribunale attui le misure idonee a sollevare il minore dalla situazione critica in cui è sprofondato ma quando si parla di tutela minorile è necessario anche ricordare che ogni genitore deve tutelare i propri figli da quella realtà virtuale che invade la loro vita, la loro sfera sociale.

Il ruolo dei genitori è fondamentale e delicatissimo. Il dialogo dovrebbe essere il primo strumento per capire se c’è una situazione di rischio ma dato che proprio a quell’età i ragazzi fanno fatica a comunicare con gli adulti, bisogna prestare attenzione all’insieme dei loro comportamenti. E’ necessario che ogni genitore eserciti al meglio il suo ruolo in modo da indirizzare i figli verso uno stile di vita che non leda la loro dignità.

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