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Fenomeno Hikikomori: la parola a Marco Crepaldi, fondatore di Hikikomori Italia

di Monica De Chirico - 16.07.2020 Scrivici

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Fonte: Shutterstock
Intervista a Marco Crepaldi, fondatore di Hikikomori Italia: fotografia di un fenomeno sociale sempre più allarmante

Intervista a Marco Crepaldi, fondatore di Hikikomori Italia

PianetaMamma ha intervistato Marco Crepaldi, fondatore di Hikikomori Italia, nato come blog e diventato oggi la più grande community italiana dedicata al fenomeno degli Hikikomori, i giovani che vivono in completo isolamento sociale, e poi una vera e propria associazione attivissima sul territorio.

  • Quando e perché hai iniziato a interessarti del fenomeno degli Hikikomori?

Ho iniziato ad interessarmi al fenomeno degli Hikikomori durante gli anni dell'università, studiavo psicologia sociale alla Bicocca di Milano e in quel periodo guardavo, soprattutto di notte, tantissime anime giapponese e in uno di questi il protagonista era una ragazzo isolato. Lì per la prima volta conobbi il tema degli Hikikomori, rimasi scioccato perché trovavo incredibile che milioni di ragazzi della mia età (io avevo 22 anni) decidessero di isolarsi completamente e quindi ho deciso di approfondire l'argomento scrivendo la tesi e poi dopo la tesi mi sono reso conto che nessuno ne parlava in Italia è che sembrava fosse un problema esclusivamente giapponese, invece ero abbastanza convinto che si trattasse di un problema anche italiano. Quindi ho deciso di aprire il sito hikikomoriitalia.it da cui poi è nata la community che oggi porta avanti questo progetto e da cui è nata anche l'associazione.

  • In cosa differiscono l’adolescente che si potrebbe definire asociale e i ragazzi Hikikomori?

Le differenze sono sostanziali: asociale è una persona che tende a rimanere isolata, che preferisce stare da sola. La scelta dell’Hikikomori potremmo definirla inizialmente una scelta di asocialità, dettata da una difficoltà del ragazzo di integrarsi, e dopodiché col passare del tempo diventa invece una costrizione. C'è proprio l'ansia di uscire di casa per paura di essere giudicati rispetto alle proprie mancanze.

Diciamo che l'Hikikomori più che una persona asociale è una persona che ha una visione fortemente negativa della realtà e delle relazioni della società: la persona che ha paura del giudizio non è una persona asociale, cioè non è necessariamente una persona che ama stare da sola.

Infatti quando gli Hikikomori hanno la possibilità di parlare con persone che non li giudicano e quindi non si sentono giudicati, ad esempio quando parlano con altri hikikomori, hanno tanta voglia di socialità: l'Hikikomori è una persona che ha vissuto nella sua vita un'esperienza di socialità negativa per cui ha finito per rifiutare gli ambienti sociali ma non senza sofferenza.

  • Perché c'è un aumento di casi di Hikikomori in Italia?

Il fenomeno è in crescita in tutto il mondo e la motivazione è semplice: è un problema legato all'aumento della competizione, è un problema insito nella società capitalistica. La società capitalistica è molto meritocratica, nel senso che premia chi fa meglio e chi riesce a performare di più, ma allo stesso tempo questo significa che chi non riesce a tenere alti livelli di performance farà fatica a sentirsi soddisfatto e sarà sottoposto anche a tutta una serie di pressioni, senso di fallimento, senso di inferiorità, bassa autostima, tutte condizioni che generano e favoriscono l'isolamento sociale perché di fatto l'isolamento sociale è uno strumento che viene adottato inizialmente in maniera istintiva per sfuggire a questa condizione molto pressante da parte della società e per fuggire dal giudizio altrui. Quindi di fatto l'Hikikomori è una persona che si nasconde dal giudizio e poi comincia a considerare la società come un mondo del quale non vuole far parte, mentre la sofferenza rimane.

  • Quanto è rilevante il ruolo di una mamma o di un papà nell'avvicinarsi di un Hikikomori alla tua associazione? In quale misura sono i ragazzi stessi a contattarti e chiedere un aiuto?

L'Associazione Hikikomori Italia conta oltre 2000 genitori nel nostro gruppo Facebook e centinaia di associati in tutta Italia che si ritrovano in gruppi di mutuo aiuto e non solo agiscono come parte in causa, ma soprattutto come parte attiva del processo di sensibilizzazione, perché hanno sviluppato, loro malgrado, una grande competenza dal punto di vista almeno di osservazione del fenomeno quindi possono parlare e possono testimoniare, il ruolo del genitore fondamentale per far sì che l'associazione cresca. Devo dire che di solito i ragazzi non si avvicinano facilmente all'associazione perché hanno più bisogno che lo facciano i genitori in un primo momento, quindi sono quasi sempre i genitori manifestare l'interesse e quasi sempre mamme, raramente i papà e i ragazzi che più spesso preferiscono chiedere aiuto in modo vago, per esempio entrando in contatto con altri ragazzi con queste problematiche, seguendo i miei video con risposte e domande oppure scrivendo per chiedere un aiuto più diretto, ma non hanno tanta fiducia negli psicologi e non vogliono far spendere soldi alla famiglia, inoltre  sono particolarmente disillusi rispetto al fatto che qualcuno effettivamente li possa aiutare.

  • Quanto è consapevole un Hikikomori della sua condizione e quindi decide di chiedere aiuto?

Molto spesso gli Hikikomori inizialmente non sono consapevoli del fatto che la loro condizione possa farli soffrire, ma la consapevolezza arriva ben presto e capiscono che questa modalità non può essere sostenibile a lungo termine, tuttavia hanno grosse difficoltà a chiedere aiuto.

Temono gli psicofarmaci, non hanno fiducia nella psicoterapia e non vogliono che i genitori spendano troppo denaro, continuano a considerare la società in modo negativo e non sono convinti di voler farne parte, al tempo stesso però non sono felici di vivere in questa clausura forzata che provoca molta sofferenza e che è dettata soprattutto dalla paura.

  • Qual è il caso che più ti ha colpito e che ti ha messo in difficoltà nel tuo percorso lavorativo e di studio?

Io non sono psicoterapeuta, ma ho studiato psicologia sociale e mi concentro molto di più sull'aspetto della ricerca e della divulgazione, soprattutto tramite i social, nei corsi di formazione e negli eventi.

La cosa che mi colpisce di più è che l'età sta salendo sempre di più. Mi colpisce il vuoto di obiettivi e motivazioni in questi ragazzi che sono stati castrati da una società che non è più in grado di stimolarli.

I casi comunque si assomigliano abbastanza, anche se ci sono delle peculiarità individuali. E dopo tanti anni ho visto davvero tante storie e tanti casi: dalla persona di 13 anni che parla ai genitori passando dei fogli sotto la porta, al ragazzo giovanissimo che da un giorno all'altro smette di andare a scuola e non esce più di casa, insomma le storie sono sempre abbastanza ricorrenti.

  • Quali sono gli errori che in buona fede può commettere un genitore di un figlio Hikikomori nel rapportarsi con lui?

Soprattutto quello di non riconoscere problema quindi magari banalizzarlo dicendo, ad esempio, che il ragazzo non ha voglia di studiare mentre non è vero: di solito i ragazzi hanno voglia di studiare ma soffrono nell'ambiente scolastico inteso come pressione sociale.

E l'errore più comune è soprattutto quello di costringere un ragazzo ad andare a scuola a tutti i costi anche quando questo ragazzo manifesta chiari segnali che lui fa veramente fatica ad andarci e che per lui è una sofferenza atroce.

L'insistenza da parte del genitore è naturale e comprensibile, è una specie di errore fatto in buona fede ma è importante cercare una soluzione alternativa perché altrimenti potrebbe passare l'idea che al genitore non interessa tanto il fatto che lui stia male ma che prenda il diploma.

Quello che bisogna fare assolutamente è parlare con la scuola e cercare di capire come si può far andare avanti questo ragazzo negli studi senza obbligarlo ad essere presente in aula, magari attraverso strumenti alternativi come lezioni via Skype o interrogazioni di pomeriggio. Proprio recentemente ho fatto un'intervista sul sistema scolastico finlandese che non prevede più i voti e anche grazie a questo cambiamento è diminuito l'abbandono scolastico; in Italia purtroppo l'ambiente scolastico può essere molto problematico per un ragazzo  timido quindi non bisogna forzare il proprio figlio a tornare a scuola ma cercare invece di studiare delle soluzioni alternative prima di arrivare ad un punto di rottura.

Un altro errore che i genitori fanno è quello di scambiare il disagio esistenziale del figlio per una banale dipendenza da internet che pure può esistere ma è un problema minore e non è causa del suo disagio: magari un genitore stacca il computer o stacca l'ADSL nella speranza che questo possa in qualche modo invogliare il figlio ad uscire, ma in realtà non è quello il problema perché il problema sta a monte e il computer può essere uno strumento che il ragazzo utilizza - e ne abusa a volte - per compensare una mancanza che c'è negli altri ambiti della vita, per chattare o ascoltare youtuber che gli danno una sensazione di familiarità e di amicizia.

Quindi non bisogna mai scambiare l'Hikikomori con la dipendenza da internet perché, nelle persone dipendenti, una volta curata la dipendenza si torna ad essere sociali e ad uscire, mentre eliminando internet nella vita dell'Hikikomori egli comunque continua nei suoi sentimenti di ansia e apatia e così capisci che la dipendenza da internet può essere una conseguenza a tutti gli effetti.

  • Quali sono i consigli che di solito dai a una mamma di un ragazzo che vive questa problematica?

Sicuramente noi consigliamo ai genitori delle buone prassi che abbiamo visto essere particolarmente funzionali a ricucire l'alleanza genitore-figlio. Si tratta di consigli che ho raccolto nel gruppo Facebook dei genitori e che ho cercato anche di sintetizzare nel mio libro  “Hikikomori - i giovani che non escono di casa”, ad esempio:

  • cercare di abbassare la pressione sul ragazzo perché in questo momento la sua pressione è a livelli insostenibili
  • riconoscere il malessere e non banalizzarlo
  • cercare di responsabilizzare rispetto al fatto che comunque è un adulto, molto spesso un giovane adulto, e quindi non deve essere trattato come un adolescente cosa che spesso accade con i genitori.

In molti casi le famiglie Hikikomori sono molto protettive, sono generalmente benestanti e ben scolarizzate e pongono molta attenzione all'educazione e alla scuola, quindi è importante abbassare la pressione ed empatizzare per cercare di capire il problema e il disagio, cercando soluzioni alternative che non debbano essere necessariamente tornare a scuola, uscire con gli amici o fare sport, perché tutte queste cose non fanno che aggravare la situazione.

  • Quale dovrebbe essere il ruolo della scuola?

Quello della scuola è un ruolo fondamentale, secondo i dati raccolti dall'associazione la maggior parte degli Hikikomori inizia a manifestare il suo disagio intorno ai 15 anni, in particolare tra gli ultimi anni delle scuole medie e i primi anni della scuola superiore, quando si verifica il più alto tasso di abbandono scolastico.

Spesso i ragazzi vedono la scuola come l'emblema di quello che non funziona nella società e portatrice di valori sbagliati, anche gli insegnanti spesso vengono additati di non essere capaci di gestire la classe con particolare attenzione ai ragazzi più fragili, per difenderli dal bullismo e dall'isolamento.

La scuola deve soprattutto mostrarsi flessibile: non si può sperare che un ragazzo che non riesce ad andare a scuola perché minacciato o perché vive un disagio esistenziale venga abbandonato a se stesso, bisognerebbe invece promuoverlo nonostante le assenze perché in molti casi questo favorisce una ripresa del percorso scolastico l'anno successivo.

La bocciatura al contrario peggiora la situazione perché il ragazzo non avrà il coraggio di presentarsi l'anno dopo in una classe con compagni più piccoli.

Stiamo dialogando col MIUR per redigere delle linee guida per le scuole per dire loro che possono applicare percorsi personalizzati per questi ragazzi anche in assenza di una diagnosi medica, che in effetti non serve: si può dire alle scuole che possono applicare un percorso personalizzato ai ragazzi che per qualsiasi motivo mostrano delle difficoltà a portare avanti nel loro percorso scolastico. Insomma le scuole hanno già norme e flessibilità giuridica per non abbandonare questi ragazzi ed evitare di arrivare ad un punto di rottura per il quale i ragazzi abbandonano la scuola, arrivano a un sentimento di repulsione che porta anche ad una cronicizzazione dell'Hikikomori.

  • Che ruolo ha l'associazione Hikikomori in termini di prevenzione del fenomeno?

Noi lavoriamo su tutti i livelli con un approccio multisistemico: il problema riguarda tutti e il singolo ragazzo. Non basta la psicoterapia per il ragazzo, perché abbiamo notato che molto spesso non porta grandi risultati che vengono, magari, vanificati da un ambiente familiare disfunzionale.

Quindi bisogna intervenire sulla famiglia e come associazione diamo molta importanza ai gruppi di mutuo aiuto in tutta Italia, coordinati e supportati da uno psicologo volontario dell'associazione. Abbiamo gruppi in tutte le regioni, più di 50 gruppi, (nel Lazio ad esempio ne abbiamo già 10) e stiamo facendo anche i gruppi per soli padri, gruppi per i fratelli.

Invece per i ragazzi il gruppo funziona meno quindi quello che faremo, qualora avessimo fondi e non è facile reperirli oggi purtroppo, e che facciamo già è di mandare degli educatori, formati dagli psicologi, a casa che quindi vanno sul campo e a domicilio per instaurare un primo dialogo amicale con ragazzo per poi piano piano riuscirai a sbloccarlo e portarlo anche a frequentare lo psicologo.

Qualora ci fossero le disponibilità finanziarie il lavoro di psicoanalisi andrebbe fatto anche singolarmente da parte del padre e della madre si tratta di una soluzione potenzialmente molto costosa che richiede uno sforzo extra alla famiglia.

Quindi agiamo prima sulla famiglia, quando il ragazzo accetta l'aiuto perché ha ritrovato un'alleanza col genitore cerchiamo di aprire una seconda porta, come ad esempio quella della scuola per i ragazzi in età scolastica, e in ambito extrascolastico stiamo cercando anche di costruire spazi, comunità, dove questi ragazzi possano riprendere un po' di contatto con la società prima di poter essere reimmessi nel mondo del lavoro.

Agiamo anche per la prevenzione. Stiamo facendo un grande lavoro da quando Hikikomori Italia è nato nel 2012 ed era solo un blog e nasce e continua ad essere soprattutto un progetto di sensibilizzazione.

La sensibilizzazione è la strada principale, innanzitutto stiamo cercando veicolare il termine stesso di Hikikomori attraverso eventi, seminari e formazione e stiamo anche cercando di creare una rete a livello nazionale di professionisti, psicologi, psichiatri, insegnanti e genitori che vogliano collaborare con noi per cercare di mettere insieme quelle che sono le difficoltà e il know-how che è stato acquisito nel corso della propria esperienza, ma anche per cercare di velocizzare un po' il progetto di sviluppo delle competenze necessarie per affrontare questa crisi.

Non abbiamo molto tempo: i numeri sono già in aumento e non abbiamo tempo di aspettare che il governo si accorga che esistono centinaia di migliaia di casi in Italia in isolamento sociale pressoché completo o comunque molto tendente alla soglia dell'isolamento. Dobbiamo fare qualcosa noi come movimento che parte dal basso, che nasce appunto da blog Hikikomori Italia, e che si concretizza in centinaia migliaia di persone in tutta Italia che lavorano affinché  il problema venga conosciuto.

  • Ci sono nuovi progetti o eventi in programma a cura dell'associazione?

Nel nostro sito c'è una sezione eventi dove potete trovare tutti gli appuntamenti in programma. Ad aprile 2020 a Bologna ci sarà l'assemblea nazionale dei genitori ed è però un evento aperto solo agli associati, mentre regolarmente organizziamo incontri e ed eventi in collaborazione con gli uffici scolastici regionali.

Per approfondire:

Intervista a Gabriella, mamma di Fred un ex hikikomori

Intervista a Frederick Allen

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