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Come aiutare i bambini che hanno vissuto la guerra in Ucraina

di Francesca Capriati - 23.03.2022 Scrivici

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Come aiutare i bambini che hanno vissuto la guerra: quali sono gli effetti del trauma subito, quali le manifestazioni emotive e i consigli per aiutarli

Come aiutare i bambini che hanno vissuto la guerra

La guerra colpisce i bambini in tutti i modi in cui colpisce gli adulti, ma anche in modi diversi. I bambini dipendono dalla cura, dall'empatia e dall'attenzione degli adulti che li amano. I loro legami familiari sono spesso interrotti in tempo di guerra, a causa della perdita dei genitori, dell'estrema preoccupazione dei genitori nel proteggere e trovare il sostentamento per la famiglia e l'indisponibilità emotiva dei genitori distratti dalla situazione di emergenza. Il bambino può essere affidato a qualcuno che si prende cura di lui solo in minima parte, come un parente o un altro adulto estraneo alla famiglia, oppure possono perdere completamente la protezione degli adulti (sono i "minori non accompagnati"). A causa della guerra stiamo assistendo in queste settimane ad un'ondata senza precedenti di profughi provenienti dall'Ucraina. Molti sono bambini che arrivano con le mamme, le sorelle, le nonne, molti sono minori che arrivano soli e che vengono accolti dalle organizzazioni non governative. Tantissime famiglie italiane si sono messe a disposizione per accogliere i bambini ucraini, ma non è sempre facile e immediato stabilire un contatto, un legame che sia davvero un sostegno emotivo. Quindi, come aiutare i bambini che scappano dalla guerra?

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L'impatto della guerra sulle vite dei più piccoli

Innanzitutto se ci mettiamo nei loro panni anche solo per un momento possiamo immaginare cosa significhi: da un giorno all'altro hanno dovuto abbandonare la famiglia, la loro casa con i giochi e le loro cose, la scuola e gli amici, lo sport e gli insegnanti, per percorrere migliaia di chilometri e arrivare in un paese sconosciuto accolti in una casa con cui non hanno alcuna familiarità. Non sono certamente contenti di tutto questo, anzi, sono spaesati, confusi, arrabbiati, depressi. Parecchio tempo dopo la fine del conflitto, molte di queste vite non raggiungeranno mai il potenziale che avevano prima che la guerra impattasse sulla loro esistenza come un tornado.

Ed Cairns, professore di psicologia dell'Università dell'Ulster, spiega che oltre a essere testimoni di combattimenti e spargimenti di sangue, i bambini devono affrontare una serie di altre sfide, come:

  • la perdita delle risorse di base: il conflitto armato distrugge i beni di prima necessità della loro vita: scuole, assistenza sanitaria, alloggi adeguati, acqua e cibo.
    Interruzione delle relazioni familiari: gli uomini della famiglia sono rimasti in Ucraina a combattere e la perdita della famiglia causa un notevole stress sui bambini.

In sostanza non dobbiamo stupirici se il bambino che abbiamo accolto dimostra di aver perso la speranza. Non dobbiamo a caricare sulle nostre spalle il peso di doverlo sostenere dal punto di vista psicologico – si tratta di un compito arduo, affidato agli esperti – ma di certo possiamo fare molto per sostenere questi piccoli nella loro permanenza in Italia.

Come spiega Save The Children, non dobbiamo sostituirci mai a figure professionali specializzate e dobbiamo osservare con attenzione le reazioni psicologiche che i bambini vittime della guerra mostrano. Sono molto frequenti sintomi come mutismo, pianto inconsolabile, disturbi del sonno, ricerca del contatto con gli adulti di riferimento, stato confusionale, isolamento, stati regressivi, ansia e iperallerta.

Innanzitutto dobbiamo osservarli ritagliandoci del tempo per riuscire a cogliere gli aspetti più evidenti del loro stato emotivo e mettere dei giocattoli a loro disposizione, di facile utilizzo e adeguati alla fascia di età, per osservare in che modo affrontano il gioco libero.

E ricordiamo: prima di proporre cambiamenti, come nel vestiario o nell'alimentazione, assicuriamoci che ci sia una loro autorizzazione, anche solo di sguardo.

Come comunicare con loro

Ce lo spiegano sempre gli esperti di Save The Children:

  • Nelle prime fasi possiamo comunicare con semplici gesti, in maniera prevalentemente non verbale: con il corpo, con uno sguardo calmo e rassicurante, con movimenti sempre lenti e mai improvvisi.
  • Cerchiamo di capire e memorizzare da subito i loro nomi e condividiamo il nostro nome che è un elemento importante per il riconoscimento e la valorizzazione della propria identità.
  • È sempre bene avere una mediazione culturale, un interprete o un traduttore (anche una semplice App) che possa aiutarti a comunicare con i bambini, bambine e adolescenti.
  • Non facciamo troppe domande, soprattutto riguardanti il loro viaggio e la guerra per non riattivare emozioni e ricordi recenti traumatici e negativi. Saranno loro a decidere se e quando parlare.
  • In un secondo momento possiamo giocare e proporre attività semplici: cerchiamo di capire con delicatezza quali giochi preferisce e reperiamo oggetti e giocattoli adatti alle diverse fasce di età, evitando materiali troppo banali, soprattutto per gli adolescenti (perfette le carte da gioco).

E ancora:

  • Nei primi momenti proponiamo attività in cerchio di conoscenza con semplici giochi su nomi, ritmo e movimento. Se qualche bambino, bambina o adolescente non vuole partecipare, non insistere.
  • Scegliamo giochi calmi e poco attivanti, probabilmente hanno ancora bisogno di recuperare le forze e familiarizzare con il nuovo spazio.
  • Nelle prime fasi di accoglienza prediligiamo disegni e manipolazione, ma non cediamo alla tentazione di provare ad interpretare in maniera superficiale i loro disegni da un punto di vista psicologico: è normale che disegnino la guerra. Se vogliono raccontarci il proprio disegno, ascoltiamoli e valorizziamo il loro prodotto, senza aprire riflessioni personali e diagnosi affrettate.

Cosa fare se ci chiedono aiuto direttamente?

Save The Children ci consiglia di rassicurali e mantenere la calma, ascoltarli per far sapere loro non si devono sentire in colpa e che possono sempre parlare con un adulto di riferimento.

Infine chiediamo immediatamente ad un esperto di intervenire per rispondere a questa richiesta.

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