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Bambini non riconosciuti alla nascita: perché accade e cosa si fa

di Emmanuella Ameruoso - 15.11.2019 Scrivici

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Fonte: Shutterstock
La psicologa ci spiega perché tanti bambini non vengono riconosciuti alla nascita e cosa accade

Bambini non riconosciuti alla nascita

Come mai molti bambini vengono abbandonati alla nascita senza essere riconosciuti? Il DPR 396/2000 è una legge che consente alla donna di partorire mantenendo la massima riservatezza, preservando quindi l’anonimato. Una volta nato, il bambino può essere lasciato in ospedale senza essere riconosciuto. Viene quindi affidato al Tribunale per i Minorenni che avvierà le pratiche per l’adozione. L’organo giudiziario, appena individuata la coppia idonea che abbia inoltrato istanza di adozione, procederà con l’affiancamento.

Al bimbo verrà quindi garantita, si spera, la possibilità di crescere ed essere educato in una famiglia che riconoscerà legittimamente il suo status di figlio.

I diritti dei bambini

L’adozione mira a tutelare e a garantire al minore la crescita in un ambiente familiare amorevole ed adeguato ad offrirgli una infanzia serena. Ciò consente anche di sottrarlo a possibili situazioni di disagio sociale, trascuratezza e maltrattamenti.

Può succedere anche che la mamma biologica non riconosca immediatamente il proprio figlio ma richieda del tempo. Pertanto, la procedura di adottabilità resta sospesa fino a due mesi di tempo. Se la ragazza ha meno di 16 anni, il Tribunale è tenuto ad attendere il compimento del 16° anno di età: appena raggiunto, la mamma potrà riconoscerlo ma solo se ha mantenuto con lui un rapporto di continuità nel periodo che intercorre tra la nascita ed il riconoscimento.

La legge 183\1984, come modificata dalla legge 476/1998 e dalla legge 149/2001, sancisce il diritto del minore a vivere, crescere ed essere educato nell’ambito della propria famiglia, e si occupa specificatamente di garantire una protezione speciale e assistenziale ai bambini che siano temporaneamente o permanentemente privati del loro ambiente familiare o che non possano essere lasciati in tale ambiente nel loro superiore interesse (Istat, 2018).

La giurisprudenza tutela quindi sia la madre e sia il figlio.

Alcuni dati

Le situazioni di abbandono sono legate quasi sempre a condizioni particolari per le quali le mamme non hanno possibilità di potersi prendere cura di se stesse e ancor meno dei propri figli.

L’abbandono è una scelta legata a fattori di povertà, violenza, paura di perdere il posto di lavoro, timore di crescere un figlio in un paese straniero. Infatti, gran parte delle donne che partoriscono in anonimato sono straniere come indica una ricerca effettuata dalla Società Italiana di Neonatologia: su 80060 bambini nati tra luglio 2013 e giugno 2014, 56 bambini pari allo 0,07% non sono stati riconosciuti alla nascita. Di questi, il 62,5% di loro sono stati partoriti da una madre straniera e il 37,5% da madri italiane.  L’età delle partorienti è compresa tra i 18 ed i 30 anni. Sono quindi madri giovani che decidono di partorire in una città diversa da quella di residenza e con partner in istituto carcerario o che le hanno lasciate al momento della gravidanza.

Attualmente in Italia, la situazione sembra peggiorare ossia si parla frequenza di abbandono pari ad un piccolo al giorno. Difatti, onde evitare possibili infanticidi, molti centri, soprattutto gli ospedali,  utilizzano le “ruote degli esposti” per accogliere i bimbi lasciati dalle madri biologiche e per salvaguardarli da morte certa.

Cosa significa per una madre abbandonare il proprio figlio?

Portare avanti una gravidanza, partorire e crescere un figlio non è sempre possibile. Spesso i tempi della gestazione fisiologica non coincidono con quelli della gravidanza psicologica.

Essere genitrice è un lavoro piuttosto complesso e per molte donne è sicuramente un modo per ridefinirsi sul piano dell’identità sessuale ma può essere decisamente “faticosa” per chi non la desidera. Molte delle donne in condizioni di disagio sociale ed economico sono costrette a nascondere la propria gravidanza al proprio compagno per via di difficoltà che una nuova maternità potrebbe comportare o per non perdere il posto di lavoro soprattutto se precario e quando i mezzi di sostentamento sono scarsi. Alcune di loro vengono lasciate appenza scoprono di essere incinte ed hanno timore di restare sole a prendersi cura del bambino a cui non possono offrire cure adeguate specialmente se si tratta di giovanissime.

È quindi fondamentale che la gravidanza biologica coincida con quella psicologica. Nel solo primo caso, la donna rifiuta la possibilità di diventare madre. Nel caso delle giovani donne che si trovano ad affrontare una gestazione in conseguenza di esperienze sessuali precoci, e non come frutto di un progetto di vita ma semplicemente per avere conferma sulla propria identità femminile, la gravidanza risulta una sventura. L’unica soluzione plausibile è quella di porre rimedio all’errore in un modo o nell’altro.

Cosa è possibile fare?

L’informazione, come processo educativo e preventivo, è l’unico mezzo a disposizione che la società possiede. Maggiore aiuto, maggiore tolleranza e più informazioni potrebbero agevolare la conoscenza in merito a possibili azioni da fare.

La prevenzione mira principalmente ad evitare che il fenomeno si verifichi, ed in questo caso, non solo protegge da nascite indesiderate ma anche da sofferenze psicologiche che qualsiasi abbandono come azione disperata comporta.

Una madre, per quanto immatura, disperata o povera porterà sempre con sé il ricordo del figlio che ha partorito e che, per un motivo o per l’altro, non ha potuto crescere.

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