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Adolescenti che uccidono i genitori: il parere della psicologa

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Adolescenti che uccidono i genitori: la psicologa ci spiega perché accade e cosa spinge un adolescente a compiere questo gesto

Adolescenti che uccidono i genitori

Il più giovane serial killer della storia nasce a Boston nel 1960 e all’età di 11 anni comincia ad aggredire e torturare altri bambini. Denunciato viene rinchiuso in riformatorio e per buona condotta esce dopo un anno. La prima vittima della sua carneficina è una bambina e lui ha appena 14 anni. Non è raro nella storia trovare adolescenti o giovani ragazzi che uccidono, ancor meno episodi di parricidi, matricidi, genitoricidi, famiglicidi. L’omicidio dei genitori risulta quasi incomprensibile sul piano razionale poiché vi è l’eliminazione diretta di chi ha donato la vita e la mera volontà di eliminare la propria fonte di sostegno emotivo, le proprie figure di riferimento. I dati del 2009 e del 2010 riportano in numero maggiore i casi di parricidio rispetto al matricidio.

Cosa spinge un adolescente a uccidere i propri genitori?

In adolescenza, definito un periodo critico, è difficile stabilire quanto lo stato bordeliner sia delineato da una patologia o dalla crescita: la caratteristica dello slancio verso l’indipendenza e l’autonomia, e spesso anche sinonimo di trasgressione, è l’acting out ossia la messa in atto. La necessità di dar vita al proprio istinto, di sfogarlo, di rappresentarlo attraverso un’azione: rendere reale una fantasia, un pensiero, soddisfare un bisogno diventa un priorità. La razionalità lascia così il posto all’istinto.

Secondo l’interpretazione psicoanalitica, il complesso di Edipo riflette a grandi linee la motivazione secondo la quale un figlio maschio uccide il proprio padre, il suo rivale.

È proprio la necessità di liberarsi dal vincolo che induce il ragazzo o la ragazza ad uccidere il genitore.
Nei casi di parricidio generalmente il componente maschile è assente emotivamente, distante, pertanto la rabbia dell’adolescente si trasforma, sul piano di realtà, in vera e propria aggressività assassina quasi a voler eliminare con quel gesto la forte frustrazione che deriva da una relazione inesistente, da un padre freddo e inesistente che non riconosce l’altro da sé e non trasmette amore.

Padri e figli, amici e poi nemici

Diverso, anche se con la medesima esigenza di liberarsi da un vincolo, è il caso dei matricidi:  la donna che ha generato il proprio figlio risulta essere  castrante e, tramite l’uccisione, l’adolescente tenta di divincolarsi da questo legame simbiotico con l’intento di appropriarsi di una propria autonomia e identità.

Il caso più eclatante è l’uccisione di Agrippina ad opera di suo figlio Nerone. La mancanza di spostamento dell’investimento emotivo dal genitore all’esterno porta ad una situazione di incastro che può sciogliersi solo con il decesso dello stesso, almeno a livello immaginativo.

La famiglia di appartenenza

I contesti familiari in cui si consumano questo genere di delitti sono delineati da situazioni economiche stabili ma con livello culturale basso. Il padre risulta essere assente o poco partecipe ma anche lo scambio emotivo è inesistente. In pratica la famiglia è mera espressione di aridità sentimentale e tutte le emozioni negative vengono negate e rimosse per lasciare il posto all’apparenza. Così i ragazzi non hanno la possibilità di esprimersi e ciò che può essere esternato è solo qualcosa di positivo, non corrispondente ad uno stato interiore realistico. Pertanto il nucleo familiare non riesce a contenere a livello emotivo i suoi ragazzi ed è così che tutte le emozioni soffocate irrompono in un unico istante attraverso l’acting out ossia col passaggio all’azione. 

È così che i ragazzi apparentemente normali si rivelano all’improvviso dei killer  sbalordendo l’intera comunità.

Secondo il noto criminologo Bruno Francesco (2004) le categorie degli adolescenti assassini sono tre: alla prima appartengono i malati mentali, alla seconda i rivendicatori e alla terza i liberatori.

  • Nel primo caso è facile comprendere che l’azione è una conseguenza della patologia;
  • nel secondo il senso di prevaricazione e aggressività nei confronti della figura paterna si esaurisce con la sua morte;
  • nel terzo caso la dipendenza economica dai genitori li rende schiavi e succubi di una realtà difficile da gestire per cui eliminandoli diventerebbero eredi dei loro averi. Quest’ultima categoria ha la peculiarità di non provare nessuna emozione e pertanto non prova sensi di colpa.

Cosa è possibile fare?

È difficile riconoscere o prevenire queste eventualità. Ma sicuramente l’adolescenza è un periodo contornato da ovvie esigenze di separazione-individuazione dalle figure adulte che diventano un ostacolo alla crescita. È quindi ovvio che quando questo legame diventa opprimente ha necessità di essere scisso anche con la morte. È quindi il contesto familiare problematico e il gesto estremo è espressione di dinamiche patologiche perverse.

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