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Assistere o non assistere...Questo è il problema

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"Quasi Padre" ci racconta cosa succede nella testa e nello stomaco di un uomo durante il travaglio. La differenza tra teoria e pratica e perché anche gli uomini partoriscono

Il travaglio dell'Uomo

Il travaglio dell’uomo avviene nella testa e nello stomaco, all’altezza del colon. Dopo mesi di concepimento di un’idea, arriva il giorno del parto e nasce un uomo nuovo chiamato padre. Con la faccia stravolta e una fame da lupi.

Dalla rubrica "Io, papà, speriamo che me la cavo" a cura di Quasi Padre

Se mi chiedessero quale sia stato il pranzo più soddisfacente della mia vita, non avrei dubbi: un tramezzino prosciutto cotto e formaggio, freddo.

“Glielo scaldo se vuole”, mi aveva chiesto la tizia al bar. “No no, stia tranquilla”. Credo di non averlo nemmeno masticato, sembravo quel cartone lì, Tazmania mi pare si chiamasse. Ridevo, e intanto parlavo. Parlavo un sacco. E ridevo di gusto, di quelle risate che solo chi è felice sa fare. Prendemmo birre in bottiglia dal frigo, me ne scolai due, ma non per festeggiare. Avevo solo troppa sete, e fame. Dio che fame. “Un altro tramezzino grazie”. Che poi non era nemmeno pranzo, erano le cinque del pomeriggio, ma era l’unica cosa che mi apprestavo a mangiare dalla mattina alle dieci, quando era iniziato il travaglio, quando tutto il per sempre ebbe inizio. Ancora oggi quando passo in quel bar mi prendo un tramezzino, freddo ovviamente.

Amore ho un ritardo

Ma che fai assisti?

Me lo chiedevano praticamente tutti, pure chi incontravo per caso e sapeva della gravidanza per vie traverse. Subito dopo “ma quanto vi manca?” e “Lei come sta?”, arrivava il domandone per testare il mio grado di virilità-responsabilità-eroicità, e ci godevano, si notava dall’espressione libidinosa alla Mr Burns. Nel corso dei mesi ero riuscito a formulare la risposta automatica che, allo stesso tempo, mi rendeva: sensibile all’argomento, aperto a ogni evenienza e impermeabile a qualunque genere di rivendicazione in caso di fallimento. “In teoria sì, ma vediamo se me la sento”. Dicevo. Lo pensavo sul serio.

Io che prima di un esame all’università correvo in bagno per le fitte allo stomaco (maledetto colon irritabile), io che quando facevo un prelievo sul braccio dovevo girare la testa per non guardare (ostentando tranquillità), io che durante i derby non riuscivo mai a stare seduto sul divano, tanta l’agitazione (ancora oggi).

Ecco, io sarei dovuto entrare in sala parto, indossare camice, cuffia e mascherina, stare lì a vedere mia moglie contorcersi dal dolore e osservare un esserino deforme e insanguinato uscire da quello che fino a qualche tempo prima rappresentava l’accesso principale dei miei sogni erotici e che dicevano non sarebbe stato più “lo stesso”. Beh, non avrei giurato di esserne all’altezza.

Avevo paura. Di svenire, di non sopportare quello spettacolo (Orripilante? Magnifico?) Paura che qualcosa andasse storto. Il respiro! Si sente il respiro? Di chi, del bambino o del marito? Aiuto no. Non ce la faccio. Mi ripetevo. Ogni notte sognavo quella scena e finiva sempre allo stesso modo: che mi svegliavo. E Lei era lì accanto, con quel pancione che conteneva un segreto, un tempo sospeso, una vita.

“In teoria sì", e in pratica?

È dilatata abbastanza, hanno detto a un certo punto, e a me già solo la parola metteva ansia, così come la parola “ossitocina”. Sono sempre stato ossessionato dal suono delle parole. Poi l’avevano portata giù di corsa e mi avevano indicato in quale stanza andare. Quindi davano per scontato che ci fossi, che non potessi tirarmi indietro, ormai. Già. Dove scappi? Ricordo che rimasi per venti minuti abbondanti fuori alla sala parto, giù in fondo alle scale. La porta era chiusa, aspettavo che mi aprissero.

Ero solo, volutamente. Amici e parenti nell’atrio del reparto si facevano forza l’un l’altro, come in contemplazione. Iniziai a piangere. E piansi fino a svuotarmi di ogni genere di paura. Sarei entrato, certo che sì. Ero carico. Lasciate partorire me, per favore! Ancora ero all’oscuro di cosa sarebbe avvenuto dall’altra parte. Non conoscevo l’intensità dei miei silenzi durante le sue urla, non sapevo di quel miscuglio di odori che non avrei più dimenticato. Delle ore che sembravano minuti, dei minuti che sembravano ore. Dell’infinito racchiuso in una spinta.

Sono stato mille cose in poche ore: uno di troppo in una stanza fredda, un eroe per avere accarezzato dei capelli, un bambino impaurito. Era il momento più allucinante della mia vita. Un ponte tra lo ieri e il per sempre, e noi che ci correvamo sopra, e a tratti tutto pareva crollare, e noi resistevamo, appesi l’una all’altro. Fino ad arrivare di là. Che poi se dovessi raccontare cosa ci sia di là, ancora non l’ho mica capito.

Anche gli uomini partoriscono 

Un amico, un giorno, dopo ore di travaglio della moglie, alla mia domanda “oh come va?”, mi ha risposto “non so più in che modo amarla”. Ho sempre pensato che una frase così venisse da un altro mondo, quello in cui si trovano i bambini prima di nascere. Un’ammissione viscerale, la resa a un atto estremo d’amore. Perché anche gli uomini in fondo partoriscono, lo fanno a loro modo, sentendosi utili anche solo per aver stretto una mano. E poi basta un tramezzino e una birra per fargli riprendere i sensi.

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