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Un modo diverso di essere padre

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Quasi Padre racconta due modi diversi di essere padri, accomunati, però, dalla tenerezza e dalla voglia di mettersi in gioco

Modi diversi di essere padri

Per un weekend siamo ospiti a casa di amici, una coppia con una bambina di un mese più grande di nostro figlio. Il padre lo conosco da quindici anni, siamo stati i testimoni ai rispettivi matrimoni. Lui è uno di quelli che se avessi incontrato oggi non l'avrei invitato fuori nemmeno per una birra, anche perché, ahimè, è astemio.

Perché diversi

Il fatto è che io e lui non siamo semplicemente diversi, siamo opposti. Siamo bianco e nero, siamo River Plate e Boca Juniors.

Stasera ce la vediamo insieme, questa partita qui, la finalissima argentina, tra due squadre di calcio che sono due culture, due popoli, due modi di vedere la vita agli antipodi. Siamo io e il mio amico.

Il divano è lungo, ad angolo, di stoffa (il mio, per dire, è di pelle a due posti che per entrarci ci incastriamo), c'è un tavolino davanti dove poggiamo i piedi, la TV è come minimo un miliardo di pollici, ha un HD che sento il fiato sul collo del raccattapalle a bordo campo (la mia, per dire, l’abbiamo scelta perché era bianca).
La figlia del mio amico sta guardando pupazzetti colorati ballare su YouTube, mio figlio dorme da un'ora. Lui dice che sono un militare, io dico che dovrebbe darle delle regole. Ci pizzichiamo da ieri, ma sempre legando con un filo d’ironia le parole, per non rischiare di appesantirle.

Quello che gli uomini non dicono, ma non sempre

Chi dorme sul lettone, chi sul lettino. Chi concede spesso la cioccolata, chi nemmeno un biscotto, ciuccio e non ciuccio, asilo e non asilo. Il mio si addormenta solo con la mamma, il mio sta spesso con i nonni, il mio fa piscina, il mio non lo farei salire su un aereo, il mio lo porterei allo stadio.

A tratti sembra un confronto, a tratti una sfida. Vogliamo dimostrare di essere il “papà dell’anno” ma lo facciamo senza gonfiare troppo il petto per non apparire presuntuosi.

Iniziano i supplementari di River-Boca (ovviamente stiamo tifando due squadre diverse) quando si accende il baby monitor con un urlo da gol al novantesimo. È mio figlio, si è svegliato. Vado in camera, cerco di calmarlo. Niente, non riesco. Provo con il biberon di latte appena scaldato, non ne vuole sapere. Quindi lo porto in salone e lo piazzo sul tappetone, il mio amico prende la figlia, le toglie il cellulare dalle mani e fa lo stesso.

Due padri che si mettono in gioco

Ed è qui che mi trasformo in spettatore esterno e osservo la nostra partita come farebbe un italiano davanti a una finale argentina. Osservo due uomini seduti su un divano, uno in ciabatte, uno scalzo in infradito. Stanno cercando di fare i padri e lo fanno a loro modo. Se fossero calciatori, starebbero per terra con i crampi.

Si mettono in gioco, i due uomini, chiedono consigli, cercano approvazioni dalle mogli, a volte chiedono addirittura permessi. Per certi versi assomigliano ai padri che avevano, per altri lo rifiutano. Sono uomini dalle ombre lunghe, uomini dagli occhi stanchi, sono felici ma insicuri. Osservo questi due uomini qui, su questo divano, alle prese con un ruolo che per secoli era solo un titolo e che oggi invece ha una forma, una consistenza. Sono uomini che non si sentono patriarca ma nemmeno “mammi”, vogliono imparare e per questo sbagliano.

Li sento commentare un fuorigioco, dicono la loro, fanno quelli interessati a un pallone che schizza da una parte all'altra, ma poi succede una cosa. Che i due uomini abbassano la testa, guardano due nanerottoli in pigiama alle prese con mattoncini di gomma, e senza nemmeno dirselo, si siedono sul tappetone e cominciano a giocare. Camuffano le voci, fanno pernacchie sulle pance, danno attenzioni al figlio dell'altro, costruiscono muri colorati. Ridono.

E allora penso che chissenefrega chi fa meglio le pappe e chi si sveglia la notte, quella non è una questione da papà, da uomini. Tantomeno una questione da mamme.

Perché non c'è monopolio nell'educazione di un figlio, ma non c'è neanche una scienza esatta. Ci sono solo persone, quello sì, che si sentono genitori quando tornano bambini. Ecco perché ridono, ecco perché giocano, ecco perché piangono.

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