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Intervista a Luca Trapanese, il papà di Alba

di Francesca Capriati - 17.11.2020 Scrivici

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Fonte: shutterstock
Intervista a Luca Trapanese: la sua vita da papà single di Alba, una bimba con sindrome di Down che Luca ha adottato alla nascita quando nessuno la voleva

Intervista a Luca Trapanese

"Vivo nel costante timore di aver preso una decisione sbagliata. Una qualsiasi delle cento che avere una figlia ti costringe a prendere quotidianamente, e lei non mi conosce ma di decisioni nella mia vita ne ho prese eccome e sarà da pazzi ma da quando c'è Alba ho scoperto una cosa sull'amore per i figli: è la somma di tutta la gioia possibile e di tutta la preoccupazione sopportabile"

Questo testo è tratto dal libro "Nata per te" scritto da Luca Trapanese, un papà single, per raccontare la storia di Alba, sua figlia adottiva nata con la sindrome di Down. Dedichiamo lo spazio di oggi proprio a loro.

  • Ciao Luca, Alba è stata rifiutata da più coppie prima di incontrare te, dicevi che dietro a quei no c'è la paura della disabilità. Come sei riuscito ad andare oltre queste paure? 

Allora, sono riuscito ad andare oltre queste paure attraverso la consapevolezza e cioè ti spiego: la mia vita è stata sempre vissuta la presenza della disabilità da quando ero piccolo, attraverso delle esperienze molto personali, attraverso degli amici disabili.

A me la disabilità non ha mai fatto paura perché la vita mi ha educato alla disabilità e quindi io credo che le persone che hanno detto di no ad Alba erano persone spaventate, ignoranti, cioè ignoravano veramente che cos'è la sindrome di Down in questo caso e non erano preparate. Non solo, ma si sentivano anche forse spaventate dall'affrontare la vita con una persona disabile. Per questo credo che le persone vadano educate alla disabilità. 

  • In una lettera rivolta la madre biologica di Alba hai scritto: "ogni volta che dovrà tirare fuori l'audacia per essere davvero il padre che lei si merita sarò consapevole che nella gara del coraggio arriverò non so che posto ma certo dopo di te"

In questa frase la mia intenzione è quella di salvare la madre di Alba, non in quanto solo madre di Alba ma anche in quanto donna e madre. Cioè io credo che la scelta di una donna di non portare avanti la sua maternità ma di scegliere di andare in ospedale partorire e di lasciare in ospedale il bambino sia una scelta di consapevolezza di coraggio.

Non tutti siamo nati per la maternità, non tutti siamo nati per la paternità, non tutti abbiamo la possibilità essere genitori e la madre di Alba in questo caso è stata coraggiosa ed ha avuto un grande senso di maternità e di amore nei confronti di Alba dandole una possibilità.

Cento, mille volte meglio la madre di Alba che quelle donne e quegli uomini che, forse costretti o forse dettati dall'ignoranza e dalla paura, compiono gesti terribili nei confronti dei neonati.

Invece io sono convinto che la madre di Alba l'ha amata fino in fondo: consapevole che non poteva essere la sua madre l'ha partorita e lasciata in ospedale e ha dato a me la possibilità di diventare suo padre. Quindi la ringrazio anche per questo le sarò sempre riconoscente e per questo Io credo che lei sia al primo posto dal punto di vista del coraggio, perché la sua scelta è stata più coraggiosa della mia.

Non credo che la madre di Alba, ma qualunque donna, che partorisca e vada in ospedale e poi torni a casa senza il bambino lo faccia con leggerezza. Sicuramente c'è un momento di sofferenza, c'è un momento di solitudine e il distacco non è semplice e per questo per me la madre di Alba è stata coraggiosa e va considerata come un eroe

  • C'è un oggetto che ti ricorda un momento emozionante con Alba? O che in qualche modo è simbolo della bellezza di essere il suo papà?

L'oggetto che mi ricorda il momento più emozionante è il biberon che ho portato a casa dall'ospedale, quel biberon piccolo che danno per le poppate.

Io sono tornato dall'ospedale con una busta con sei biberon pieni di latte che mi garantivano il primo ciclo della prima poppata, cioè dalla mattina quando l'ho presa alla mattina del giorno dopo. Le infermiere mi dissero: ti diamo tutto l'occorrente corrente così tu sei coperto nella prima giornata e hai il tempo di comprare tutto.

Considera che io non solo sono uomo ma non avevo partorito Alba, pertanto non ero preparato ad accoglierla e quindi questo mi è servito per capire quale latte comprare dove comprarlo e mi sono conservato il primo biberon - che poi o in una foto mentre la allatto per la prima volta - perché per me è il significato di essere diventato padre in quel momento e di aver intrapreso questo nuovo cammino di paternità, ed è il ricordo più bello. Ce ne sono tanti, ma questo è quello più significativo.

  • Come vorresti che fosse il tuo rapporto con Alba in futuro? Che papà vorresti essere per lei?

Io vorrei che il mio rapporto con Alba sia incentrato sulla verità, sulla libertà nel senso che io mi auguro di essere per Alba un punto di riferimento e di saper ascoltare le sue esigenze e le sue aspettative, i suoi desideri. Io penso che noi genitori dobbiamo puntare a che i nostri figli siano felici non che siano i primi, quindi io cercherò di essere per Alba un complice nella scelta delle sue potenzialità, le sarò vicino in tutte le sue scelte e quindi spero che sarò per lei un punto di riferimento, un amico e una persona con la quale ridere, giocare e confidarsi. Speriamo.

  • Cosa ti ha meravigliato di più dell'impatto che ha avuto la tua storia a livello mediatico?

Della nostra storia mi ha meravigliato molto l'interesse mediatico non solo a livello nazionale ma a livello mondiale: io e Alba siamo presenti in tutti gli Stati, dal Canada all'Australia alla Cina, al Giappone, all'India, la Russia, l'Europa tutta. Ne hanno parlato ovunque e questa è una cosa che mi ha sorpreso tantissimo.

Io credo che dipenda dal fatto non solo che io sia single e omosessuale, ma che Alba abbia la sindrome di Down e che sia stata lasciata in ospedale e che nessuno la voleva e credo che questo sia un problema a livello mondiale. Cioè la disabilità ancora oggi in tutti i Paesi è vista come un problema e fa scalpore quando un bambino disabile viene rifiutato e poi c'è qualcuno ovviamente che lo accoglie.

Io credo che questa sia la cosa che più mi ha sorpreso. All'inizio pensavo "va bene uscirò un giorno sui giornali e basta, si dimenticheranno", invece ancora io ricevo sui social articoli che provengono da qualunque parte del mondo, in America Latina siamo pieni di di articoli che ancora escono e che parlano di noi.

  • Come hai vissuto la quarantena con Alba e come cerchi di proteggerla in questa fase così delicata della pandemia?

La quarantena è stata molto bella per me perché io ho abbandonato completamente il lavoro e mi sono dedicato a vivere con Alba, quindi ho assaporato la bellezza di svegliarmi e di non correre per andare a lavorare, di vivere la casa con Alba che mi gironzolava intorno e soprattutto di assaporare quei momenti senza fretta. Per me è stato un bel momento quello della quarantena che mi ha portato poi a fare una serie di scelte anche di cambiamento di vita lavorativa.

In questa fase io sto cercando di proteggerla, non mandandola a scuola, vedendo pochissime persone, non invitando nessuno a casa. Purtroppo è una fase molto triste perché Alba ha tre anni ed era il momento perfetto per iniziare la scuola, per intraprendere le relazioni, per fare un'attività sportiva. Ma, ecco, lei non è malata, perché la sindrome di Down non è una malattia, ma è fragile e quindi il pediatra consiglia di preservarla e allora in questo momento io ho preferito preservare la salute di Alba tenendola un po' in disparte dal resto delle cose, poi mi auguro che avremo il tempo di recuperare.

  • Chi ti aiuta nella gestione quotidiana di Alba?

Nella gestione della vita quotidiana di Alba mi aiuta Luisa che è la tata ed è una persona molto sui generis perché si tinge i capelli di rosso, è allegra, è una persona molto dinamica e ad Alba lei è molto simpatica, quindi mi aiuta nella gestione della vita di Alba quando io vado al lavoro.

La mia giornata tipo è una giornata molto normale: prima del Covid uscivo a lavorare molto più spesso e quindi mi dedicavo a tutti i progetti che abbiamo nel sociale, tornavo a casa diciamo nel primo pomeriggio. Ho cercato, da quando è arrivata Alba, di lavorare anche molto da casa, di conservare il lavoro a casa e non in ufficio e poi il pomeriggio di solito mi dedico ad Alba: una passeggiata a vedere gli amichetti, a fare delle passeggiate, andare dagli zii. E' una vita normalissima.

  • Che messaggio ti piacerebbe dare con la tua storia?

Chi ascolta la mia storia in tutti i modi possibili - sui social, sui giornali, per televisione e le interviste - capisca che la disabilità non è un invalidità della vita e cioè che avere un figlio disabile non significa essere infelici: io sono felicissimo e non cambierei Alba per nulla al mondo e se avessi la bacchetta magica non la guarirei dalla sua sindrome, altrimenti sarebbe un'altra Alba, un'altra persona.

Noi dobbiamo accettare di più le cose così come sono, cercando di trovare la nostra serenità e il nostro equilibrio. E soprattutto un altro messaggio che mi piacerebbe che passi dalla nostra storia è che non esiste la normalità, cioè nessuno si può arrogare il diritto di stabilire chi e cosa è normale, ma siamo tutti diversi, forse siamo tutti disabili e forse queste nostre disabilità, questi nostri difetti sono proprio quelli che ci caratterizzano e che ci rendono unici. Quindi per me Alba e unica e ed è irripetibile.

Ascolta il podcast con l'intervista a Luca Trapanese

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