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Gli uomini non dicono, ma non sempre

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Le donne quando stanno insieme si trasformano in mamme, gli uomini no. Gli uomini condividono un progetto, una bevuta, una risata, le mamme paragonano i rispettivi figli. Quello che gli uomini non dicono, ma non sempre...secondo Quasi Padre

Quello che gli uomini non dicono, ma non sempre

Pausa pranzo. Sto al bar con due colleghe. Una ha preso un panino con mozzarella e pomodoro, l'altra un'insalata mista. Senza mais, ha tenuto a specificare. - Per me tramezzino cotto e formaggio.

Parlano dei figli da quando hanno iniziato a mangiare, anzi già durante il tragitto verso il bar, ma ero al telefono e sinceramente non le stavo tanto a sentire. Il mio ha la febbre alta, dice una. La mia oggi è tornata a scuola dopo tre giorni. Il mio, la tua. Li chiamano così. Io sto lì che mastico, penso che il tramezzino non è scaldato bene. Sbuffo. Loro continuano a chiacchierare, non mi guardano ma non lo fanno apposta. Forse sono io quello distante, quasi indifferente che si auto-esclude dai giochi. Sembro uno capitato per caso, a prendere un tramezzino cotto e formaggio che nemmeno lo soddisfa.

Cosa accade a un uomo che diventa padre

Siamo così, goffamente complicati

Ho capito che le donne quando stanno insieme si trasformano in mamme, gli uomini no, restano rintanati nel loro guscio di peli e tirano fuori la testa solo per fumare e sparare cavolate. Perché sono fatti così, perché gli va. Per le donne è un continuo confrontarsi, misurarsi, sfogarsi. Gli uomini, al massimo, condividono un progetto, una bevuta, una risata. Le mamme paragonano i rispettivi figli (il mio ha fatto, il tuo ha detto) forse sono alla ricerca continua di certezze.

I padri parlano di mancanza di sonno e sesso, sono alla ricerca di solidarietà a basso costo. Ma ci scherzano su, è palese. Sanno, per esempio, che non possono permettersi di raccontare di aver fatto sesso la sera prima con la moglie, non fa parte del ruolo da “marito trascurato”, creerebbe un precedente pericoloso nel gruppo. Perché gli uomini tendono a ingigantire le cose per natura, a trasformare ogni fatto in una circostanza grottesca, che strappi una risata a chi gli sta davanti. È questo il loro obiettivo. Il vomitino sulla camicia bianca, quindi, diventa una roba da post Erasmus party, poi c’è l'esultanza esagerata del piccolo al gol di una squadra avversaria, l'erezione stupefacente del neonato con annesso commento carico di orgoglio paterno. Gli uomini sono così, e i padri anche peggio.

Poi però arriva quella domenica in cui un uomo si incontra con un amico. Un amico vero, di quelli con cui ci si è concessi una vacanza, un pianto, persino un paio di cazzotti. Tutti e due papà, tutti e due spingono il passeggino, fa caldo, nonostante sia inverno. Uno comincia a parlare della bellezza di avere avuto il figlio sul lettone quella stessa mattina, a rotolarsi sotto le coperte, a fare "trucci trucci cavalucci". Non sai che brutto quando vado al lavoro e so che lo rivedrò solo la sera. Spiega l'altro. Mostrano dei video sul cellulare, si raccontano, a modo loro. Escono dal guscio di peli e sembrano farfalle, senza per questo provare la minima vergogna. Sono belli insieme, ne hanno bisogno. Di sentirsi belli, di sentirsi papà.

- Caffè? Chiede il barista alla mia collega. - Sì tre. Risponde lei. - Il mio al vetro lungo. Penso che potrei buttare lì una domandina tipo "ma con la tosse da una settimana cosa devo dargli?". Sarebbe un'apertura strategica, un'occasione per inserirmi nel discorso tra genitori. L'altra collega specifica che vuole il caffè macchiato, con tanto latte caldo. Prendo il respiro, mi guardo intorno, sono pronto, glielo dico. No no, non ce la faccio. - Il mio in tazza, grazie. Il mio, lo chiamo proprio così. Non vorrei rischiare che mi inseriscano nel gruppo whatsapp delle mamme.

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