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Ansia materna. "Non riesco a stare senza mio figlio"

di Emmanuella Ameruoso - 31.08.2020 Scrivici

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Fonte: shutterstock
Ansia materna: perché alcune mamme entrano in ansia e non riescono a stare lontane dal proprio figlio? Risponde la psicologa

Ansia materna

Alcune mamme hanno difficoltà ad allontanarsi dal proprio bambino. Seppur difficile, e alquanto improbabile che ciò avvenga subito dopo la nascita, per alcune, anche a distanza di tempo dal parto e successivamente allo svezzamento, diventa una vera e propria sofferenza.

Ma perché alcune mamme entrano in ansia e non riescono a stare lontane dal proprio figlio?

Ansia e legame madre-bambino

Il legame madre-bambino è caratterizzato da aspetti simbiotici che possono persistere nel tempo e condizionarne fortemente il rapporto. L'aspetto saliente riguarda sia il forte attaccamento della donna nei confronti del piccolo e viceversa del bimbo con la figura materna.


Entrando più nello specifico, la mamma manifesta un bisogno eccessivo di controllare e gestire i movimenti del proprio figlio che non si sentirà libero di agire e apparirà particolarmente insicuro nel gestire le proprie scelte e consolidare la propria autonomia. Una madre opprimente favorirà l'evolversi di una individualità esitante ed ambivalente nel rapporto che instaurerà con gli altri.

Un figlio come estensione di sè

Un figlio rappresenta la continuità, la certezza che la propria vita e la propria essenza continueranno e persisteranno nel tempo.
Freud (1914) parla di "volontà dell'individuo di sopravvivere alla morte". Il proprio figlio, cioè, viene vissuto come proiezione narcisistica di sé, ma anche come attestazione del proprio funzionamento fisiologico e biologico che permette la continuità della specie.

Nel contesto sociale, il figlio dà conferma della propria identità sessuale: secondo Erikson (1968), la nascita e la crescita dei figli viene definita la fase della "generatività", cioè la forza motrice dell'organizzazione umana, caratterizzata dalla preoccupazione di creare e dirigere una nuova generazione: tappa essenziale dello sviluppo psicosociale e psicosessuale. L'essere umano si contraddistingue quindi, dalle altre specie poiché, la sua capacità fecondante, è contraddistinta da una forte connotazione psicologica ed assume anche un profondo significato sociale.


Il desiderio di un figlio e la successiva realizzazione sul piano di realtà di questa iniziale fantasia trovano conferma della propria capacità rigenerativa divenendo una componente, in termini di ridefinizione, della propria identità di genere. Questo vale sia per la donna che per l'uomo. Il bambino quindi, assume diversi significati. Viene desiderato, ricercato, esibito e a volte diventa espressione di competitività tra adulti, tra fratelli, all'interno della famiglia ed anche fuori dove avviene il confronto più crudo, più diretto. La gravidanza stessa diviene una sorta di segno di prestigio, che viene a mancare alle coppie che non riescono ad avere figli. Il bambino è un simbolo di potenza da esibire, una potenza di tipo sessuale, riprocreativa, biologica: rappresenta la continuità, il significato dell'esistenza umana (Ameruoso, 2010).

Perché l'attaccamento eccessivo?

L'attaccamento è un sentimento naturale che nasce in conseguenza dell'instaurarsi di un legame affettivo. Ha funzioni protettive soprattutto tra madre e figlio. Il bambino è un soggetto indifeso, talvolta fragile che ha bisogno di attenzione e accudimento.
In contesti normali tali attenzioni, se non eccessive, aiutano a strutturare la sua personalità, a definire la fiducia in se stesso e a provare conforto, empatia e affezione nell'altra. È un sentimento reciproco di attaccamento che poi gli permette, una volta cresciuto, di evolvere in maniera sana e riversare lo stesso nelle relazioni interpersonali.

Quando però queste dinamiche si propongono in maniera inadeguata e quindi vi è un esagerato attaccamento per cui la mamma manifesta iperprotezione, preoccupazione costante, ansia nei confronti del figlio e sofferenza nell'allontanarsi da lui, allora qualcosa non sta procedendo nella direzione giusta.
Il favorire l'evolversi di un senso di soffocamento affettivo è, in questo caso, possibile.
Si entra quindi nel legame patologico che limita la sfera di movimento sia per chi la prova in quanto ha necessità di controllare l'altro sia per chi la subisce poiché sviluppa insicurezza, ambivalenza o sensi di colpa in qualsiasi azione che cerca d'intraprendere.

L'ansia e l'angoscia che ne derivano non aiutano certo la relazione né lo svincolo che il bambino, una volta cresciuto, cercherà di mettere in atto nei confronti della genitrice.
La forte tendenza a tenere legato a sé il proprio figlio, la difficoltà a separarsi da lui e a restare senza di lui senza provare un senso di vuoto sono conseguenza di quel cordone ombelicale mai reciso che permane a livello psicologo anche se fisicamente ormai non esiste più.
La donna prova sofferenza e forti sensi di colpa a lasciare il proprio bambino per esempio andando a lavorare o ritagliando un po' di tempo per sé.


Questo vissuto, legato ad esperienze pregresse di attaccamento nei confronti delle proprie figure di riferimento, che non sembra aver elaborato nel giusto modo, la porta a percepire disagio e forti emozioni che contrastano col suo desiderio di maternità.
L'elaborazione delle esperienze pregresse, attraverso quindi l'acquisizione di una nuova e piena consapevolezza soprattutto sul piano di realtà, aiuta la donna -e di conseguenza il bambino- a ri-costruire un rapporto più sano e orientato all'autonomia e all'indipendenza reciproca.

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