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Le conseguenze del vivere sempre iper-connessi. Intervista a Paolo Crepet

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Nel film "Non c'è campo", dal 1 novembre al cinema, si racconta di come adulti e giovani non siano più in grado di vivere sconnessi. Paolo Crepet ci spiega quali sono le conseguenze dell'essere sempre iper-connessi

Vivere iper-connessi. Intervista a Paolo Crepet

Nel film di Federico Moccia “Non C’è Campo”, con Vanessa Incontrada, Gianmarco Tognazzi e Corrado Fortuna, al cinema dal 1 novembre, si racconta di come i giovani, ma anche gli adulti, non siano più in grado di vivere sconnessi. Abbiamo intervistato delle mamme italiane chiedendo loro quale fosse il loro rapporto con la tecnologia e se riuscissero a resistere senza campo. Le risposte sono state, diciamo, poco rassicuranti; ecco perché abbiamo chiesto a Paolo Crepet che cosa ne pensa di questo vivere sempre iper-connessi e se noi genitori stiamo effettivamente sbagliando qualcosa con noi stessi e con i nostri figli.

 

 

 

 

Come racconta il film “Non c’è Campo”, i ragazzi di oggi non riescono nemmeno a immaginare una vita senza internet. Molti ritengono che l’essere connessi alla rete sia di grande aiuto per la loro vita e anche se in parte ciò è vero, diventa una sorta di giustificazione nel non voler staccare la spina e nell’essere terrorizzati in caso questo succeda. D’altra parte è la stessa società di cui ormai le multinazionali del mondo social e digital fanno da padrone, che vuole farci credere che non si può più vivere in altro modo e che essere ossessionati dagli sms, chat, notifiche e dai continui input digitali sia l’unica via possibile. In fondo, il loro fine ultimo è che tutti gli esseri umani siano connessi!

Pensate ad esempio al fatto che fino a 3-4 anni fa, WhatsApp non sapevamo nemmeno cosa fosse. Oggi ragazzi, genitori, professori, professionisti non possono farne a meno. Questo è il tipico esempio della tecnologia che crea dipendenza, poiché crea un contatto continuativo e in cambio ci dà l’immediatezza del messaggio. In realtà questo meccanismo è assolutamente devastante nella nostra vita. Questa perenne connettività, la continua ricerca di campo per poter comunicare con il mondo, ha degli effetti ansiogeni su di noi di cui non ci accorgiamo, ma con cui conviviamo. La maggior parte di questa ansia che ci appartiene, deriva dal controllo, dal voler sapere subito cosa succede. Se qualcuno non risponde immediatamente ad un messaggio o non posta una foto per alcuni giorni, le persone intorno pensano che sia accaduto qualcosa di grave e ciò crea un stato d’ansia che si diffonde poi a tutta la comunità.

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È palese che ormai, con i nostri comportamenti siamo andati di gran lunga oltre il buonsenso e siamo in un momento abbastanza pericoloso perché siamo in una fase di transizione tra due culture, quella del passato e quella del futuro, sempre più iper-connessa. È importante però sottolineare bene un concetto: il dibattito non è tra essere IPERCONNESSI o andare a vivere isolati nella giungla o in qualsiasi luogo dove la rete non arriva. Se questa partita si gioca con queste premesse, abbiamo già perso! La soluzione non è isolarsi, o cercare luoghi dove non c’è campo, ma cercare di capire, laddove il campo c’è nelle nostre città, se possiamo vivere in maniera diversa.

La scommessa del futuro è proprio questa: le nostre relazioni sentimentali, sociali, di amicizia non esisteranno più nella forma che conosciamo o potremo tenerci qualcosa del passato, ovvero la vita sensuale, vissuta attraverso i nostri sensi? Perché se la si può ottenere solo senza campo, allora vuol dire che abbiamo perso. Io pretendo di vivere delle relazioni reali a New York e penso da padre che faccio bene a spiegare a mia figlia che c’è amore e amore, amicizia e amicizia e non tutto può risolversi con le emoticons.

La nostra vita non è un’emoticon. Ecco perché questa contro-rivoluzione deve partire dai genitori, che hanno coscienza di tutto quello che dovremmo portarci di buono dal passato. Purtroppo però non è così o almeno lo è solo in alcuni casi isolati. Questo perché anche gli adulti vivono un momento di totale assorbimento nella vita connessa e non si rendono conto di quanto siano di cattivo esempio per i propri figli. I ragazzi guardano, osservano e, di conseguenza, fanno. Dovrebbero essere i genitori i primi a “disintossicarsi” e guardare in faccia il proprio figlio ed educarlo a vivere anche al di fuori della connessione.

Voglio aggiungere inoltre, dopo aver sentito una delle risposte delle mamme italiane, che per controllare il proprio figlio usa la geolocalizzazione, che questo è decisamente uno degli aspetti più caricaturali di tutto. Abbiamo pagato per un secolo le lotte per la nostra libertà e adesso arriva la geolocalizzazione? Ciò mi sembra veramente un cascame insopportabile della nostra vita. Tutto ciò può indurre i nostri figli solo a ritardare la loro maturazione. L’adolescenza è il periodo in cui bisogna sbagliare, non si può essere comandati da una mamma che sa sempre dove siamo e cosa facciamo. La crescita di un figlio si basa sul coraggio e non sul controllo! Devo dire anche, in un commento finale, che ci sono dei barlumi di speranza.

Ad esempio, trovo molto interessante tutto quello che va dietro al cosiddetto digital detox, una sorta di controcultura che nasce dagli Stati Uniti e che sta arrivando anche da noi, che sta cominciando a delineare un senso quasi di rifiuto per la tecnologia, una sorta di liberazione da questa ossessione. Io un anno fa con il mio libro “Baciami senza rete” aprii in un certo senso la strada a questa contro-cultura. Oggi tanti sono gli autori che stanno analizzando la nostra società e la nuova cultura con coscienza e consapevolezza, e sono contento che anche il cinema ne stia parlando e che lo faccia, come in “Non c’è campo”, in maniera semplice e convincente, dimostrando ai nostri figli, anche se solo per un paio d’ore, che questa astinenza digitale è fattibile e che non è poi così male! Provare per credere!

Testo a cura di Paolo Crepet

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