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Cosa vuol dire lavorare con un ragazzo autistico? Ce lo racconta un insegnante

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Carlo Narducci, insegnante di sostegno alle scuole secondarie di I grado, ci racconta la difficoltà e la bellezza di lavorare con un ragazzo autistico

Carlo Narducci è un insegnante di sostegno alle scuole secondarie di I grado; quest'anno sta seguendo un ragazzo autistico. Gli ho chiesto di raccontarci cosa vuol dire lavorare con la "disabilità" a scuola. 

Oggi R. Mi sfugge di continuo. Per un autistico, iperattivo non verbalizzante, il sostegno scolastico rimane un punto importante della sua educazione scolastica. Siamo in un piccolo plesso di provincia, distaccamento di un egualmente piccolo istituto scolastico comprensivo, dove ci sono infanzia, elementari e medie. R è seguito da me per l'integrazione e l'inclusione. A completare il mio lavoro c'è anche un collega e la famiglia ha richiesto al comune un altro educatore proveniente dalle cooperative.

Integrazione dei bambini disabili a scuola

Forse sono la persona che ha dato ad R. più continuità scolastica di tutti. Mi trovo bene con R. Ritengo che per le prime 6 settimane abbiamo costruito un ottimo rapporto. Io riesco a vedere il ragazzo dietro la disabilità, sebbene l'autismo in una forma così grave non lasci molto margine d'azione per un'insegnante di sostegno. La mano più grande la sto avendo dalla psicologa che lo segue da Roma. Abbiamo creato un triangolo in cui famiglia centro e scuola rafforzano il lavoro su R.

Per lo più io divido i miei interventi nell'aiutarlo ad associare immagini, nello svolgere compiti semplici come suonare una batteria o riconoscere e associare nomi ad immagini preparate dal centro. Il momento del panino alla ricreazione è stato messo a punto dal centro. Dobbiamo per lo più renderlo indipendente cercando di evitare che divida pane e companatico e che riesca a far sua la modalità di mangiare un panino da solo, prendendolo con tutte e due le mani e poi portarlo alla bocca. 

L'integrazione con la classe ovviamente è difficile, l'autismo è proprio il disturbo di una mancata interazione con gli altri, se unita al fatto di non verbalizzare diventa un muro duro da scavalcare sia per la scuola sia per la famiglia. Il sostegno per una buona parte diventa fisico e si manifesta nel controllo del ragazzo, l'inclusione classe, ma buona parte del tempo ci si ritrova a seguire le compulsioni del ragazzo, soprattutto nel momento in cui ha deciso di essere svogliato come ogni “bambino” della sua età.

La scuola e lo Stato comunque hanno le loro regole e protocolli. La Ausl locale dispone di una neuropsichiatra dell'età infantile, inoltre il Ministero mette a disposizione 18 ore (nel mio caso io e un collega di ruolo) più altre 8 ore di un educatore pubblico.) L'orario è leggermente ridotto ma alla fine R. frequenta quasi le stesse ore dei compagni, compresa la mensa e i laboratori musicali. Certo sono svariate le ore dove ci ritroviamo soli, lui stanco di concentrarsi, con zero voglia di stare in aula e io a rincorrerlo con i suoi scatti da 13enne podista.

Ci sono però delle soddisfazioni, non ultima il suo modo di manifestare affetto, quando ti mette il volto davanti al tuo viso in segno ri riconoscimento e saluto caloroso.

Grazie a Carlo Narducci per la sua testimonianza

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