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Disturbo misto dell'apprendimento

di Emmanuella Ameruoso - 16.12.2019 Scrivici

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Il Disturbo misto dell'apprendimento è un disturbo del linguaggio con secondarie difficoltà comunicativo-relazionali: ce ne parla la psicologa

Disturbo misto dell'apprendimento

Capita sovente e sempre più spesso ai genitori di ricevere una comunicazione da parte della maestra in merito ad alcune difficoltà linguistiche del proprio bambino quando entra a far parte del mondo della scuola per poi sottoporlo a visite specialistiche che diagnosticano un disturbo del linguaggio.

Succede in età prescolare, infatti, che i bambini possano mostrare alcune difficoltà ad esprimersi liberamente rispetto a contenuti linguistici e espressivi.

Giorgio ha 14 anni e frequenta il primo anno di un istituto bio-chimico del suo paese. Segue un programma differenziato ed ha un’insegnante di sostegno. Appare inizialmente diffidente e non riesce ad esprimersi sul piano comunicativo preso dall’emozione. Rinuncia pertanto a parlare e accenna di “sì” con la testa.
Col passare dei giorni prende sempre più confidenza e mostra maggiore fiducia nei confronti della sua insegnante anche se talvolta non accetta, in classe, di svolgere compiti differenti dai suoi compagni. A volte appare stanco, talvolta annoiato. Un giorno racconta del suo incontro con un gatto e ne parla con enfasi e trasporto, ma anche con tanta tranquillità. È sciolto e allegro.

La sua diagnosi è “Disturbo del linguaggio con difficoltà comunicativo-relazionali. Disturbo misto dell’apprendimento”.

Ha evidenti problematicità a comprendere concetti particolarmente elaborati e a seguire discussioni in classe poiché non riesce a associare temporalmente gli eventi anche se non presenta un ritardo cognitivo.

Nell’interfacciarsi con i suoi compagni è un po’ impacciato e spesso si avvicina soltanto senza parlare, ma è molto volenteroso e mostra un evidente bisogno di essere accettato, di far parte del gruppo-classe. Cerca, infatti, di socializzare il più possibile avvicinandosi ai compagni durante la ricreazione e le ore di supplenza ma raramente comunica.

Cos’è?

La classificazione dell’ICD-10 (Classificazione Internazionale dei Problemi e delle malattie correlate) dell’OMS parla di Disturbo specifico dell’eloquio e del linguaggio (F80) come un disturbo nel quale l'acquisizione delle normali abilità linguistiche è compromessa sin dai primi stadi dello sviluppo del bambino. Tale disturbo non è attribuibile ad alterazioni neurologiche né ad anomalie dei meccanismi dell'eloquio, o a compromissioni sensoriali, né a ritardo mentale o a fattori ambientali.

Questo tipo di disturbo è spesso seguito da problemi secondari, come:

  • difficoltà nella lettura e nella compitazione,
  • anomalie nelle relazioni interpersonali,
  • disturbi emotivi e comportamentali.

Il DSM V (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali), invece, include nei Disturbi della comunicazione il deficit del linguaggio (forma, funzione e utilizzo convenzionale di simboli per es. le parole pronunciate, le immagini, il linguaggio gestuale), dell’eloquio (produzione espressiva di suoni e comprende articolazione, fluenza, voce e qualità di risonanza di un individuo) e della comunicazione (qualsiasi comportamento verbale e non verbale, intenzionale e non, e che influenza il comportamento, le idee e le attitudini di un altro individuo).

In tale contesto il bambino ha difficoltà ad acquisire e a usare il linguaggio correttamente come richiesto dalla sua età anagrafica ed in linea con il suo sviluppo cognitivo. È pertanto compromessa la sua capacità di interagire e di esprimersi sul piano personale e sociale.

Può presentare difficoltà nella produzione dei suoni dell’eloquio che interferisce con l’intelligibilità dell’eloquio o impedisce la comunicazione verbale del linguaggio.

Può manifestare problemi nella fluenza dell’eloquio (balbuzie) che possono essere associate ad ansia e stress.
Il disturbo della comunicazione sociale ha un esordio precoce poiché è evidente sin dai primi anni la difficoltà del bambino a comunicare con i suoi pari e con gli adulti (DSM V, 2014).

Cosa fare?

Non è per niente facile affrontare una situazione problematica di questo tipo come tante altre che hanno le caratteristiche di una “sentenza”. Quando viene effettuata una diagnosi è molto utile il supporto di un professionista che sostenga i genitori in un arco temporale che può durare anche diversi anni.

Spesso è la disperazione ad avere la meglio ma è importante invece reagire e prendersi immediatamente cura del bambino poiché nel tempo può decisamente migliorare, soprattutto se opportunamente seguito.
Senza i suoi genitori, difatti, sarebbe perso. E’ quindi utile cercare di coinvolgerlo sin da subito in diverse attività lavorando sulla sua autostima, sulle sue potenzialità e sulla relazione. Acquisendo fiducia il disturbo potrebbe migliorare ed il bambino può diventare maggiormente propenso ad evolvere la sua condizione soprattutto se motivato e spronato.

Alcuni strumenti potrebbero aiutarlo nell’apprendimento, agevolandolo. È facile, infatti, che prediliga strumenti elettronici e digitali utili al fine di mantenere della sua attenzione oltre il tempo limite, considerando la fatica che può manifestare nell’esecuzione di un compito.

Ma non solo. La partecipazione ad attività sportive e ludiche o a progetti proposti dalla scuola potrebbero favorire l’inserimento scolastico e la compartecipazione a situazioni sociali favorendo una sua maggiore apertura sul piano dell’espressione linguistica e comunicativa confrontandosi così con gli altri suoi pari.

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