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Quanto è importante dire a un bambino che ha bisogno di dimagrire?

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Come genitori ed educatori abbiamo il dovere di seguire il bambino nelle sue fasi di crescita e aiutarlo a dimagrire anche se risulta difficile da comunicare. Ecco i consigli della psicologa su come dire a un bambino che deve dimagrire

Dire a un bambino che deve dimagrire

“Uno degli aspetti più tragici dei disordini alimentari consiste nel fatto che le vittime si trasformano in un bersaglio per il biasimo della società” (Fame d’amore, Peggy Claude-Pierre)

In tema di alimentazione abbiamo l’obbligo come genitori ed educatori di seguire il piccolo in tutte le fasi di crescita ed aiutarlo a dimagrire anche quando questo risulta difficile da comunicare e le possibilità di incorrere in una offesa o toccare la sua suscettibilità sono alte.

I problemi legati all’alimentazione

Attualmente il tasso di obesità in età infantile è aumentato notevolmente e, come alcuni autori affermano (Marcelli, Braconnier, 1997), la richiesta di consulto è piuttosto tardiva rispetto al presentarsi del problema. Sul piano clinico, l’obesità si definisce in base al rapporto peso/altezza nel quale vi è un dislivello di almeno del 20%. Il periodo d’insorgenza riguarda il primo anno di vita e attorno ai 10-13 anni cioè durante la pubertà nel quale è più evidente. È possibile distinguere quindi una obesità primaria da una di tipo secondario che insorge successivamente.

In ambito pediatrico vengono distinte le obesità iperplastiche che si costituiscono nel primo anno di vita e nelle quali in pool di adipociti è elevato, le obesità ipertrofiche nelle quali il numero degli adipociti è normale, ma non la loro dimensione e le obesità miste. Tale problematica può insorgere in seguito a crisi bulimiche ma molto spesso da iperfagia determinata dal clima familiare. L’iperfagia o polifagia è l’aumento della sensazione di fame o di appetito non soddisfatta tramite l’assunzione dello stesso. È come se il centro della fame non ricevesse l’input relativo alla sensazione di sazietà.

Pertanto, escludendo le componenti di tipo endocrino, pari all’1%, o di tipo organico, come lesioni specifiche, le cause sono perlopiù attribuibili a componenti di origine psicologica.

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Bisognerebbe comunicare al bambino che deve dimagrire?

Farlo in maniera diretta si rischierebbe di offenderlo o fissarlo ulteriormente sulla problematica. È opportuno quindi prendere in considerazione strade alternative partendo dalla situazione familiare. Molto spesso, però questa consapevolezza è decisamente assente ed è difficile modificare determinati comportamenti e dinamiche presenti al suo interno. Secondo la psicoanalisi, la ‘fissazione’ alla fase orale risale al periodo dell’allattamento che sia esso riferito alla tetta o al biberon. È durante tale stadio ed al rapporto con la nutrizione che il bambino impara a soddisfare il suo bisogno. È perciò fondamentale che le frustrazioni vengano ridotte al minimo.

Anche il processo di separazione dalla ‘tetta’ può causare una fissazione nel bambino tanto da ricercare, crescendo, una soddisfazione perenne attraverso l’oralità e produrre una dipendenza come nei soggetti fumatori e famelici. Il bambino obeso è descritto come timido, molle, apatico e tendenzialmente passivo ma può avere scoppi di collera improvvisa. Pertanto potrebbe manifestare problemi scolastici, enuresi, inibizione comportamentale determinati dalla sua sofferenza psicologica. È quindi prevalentemente legata ad una mancanza, ad un vuoto di tipo affettivo.

Di contro, anche le abitudini familiari portano a rispondere immediatamente alle richieste fameliche del bambino. In tali contesti l’obesità è considerata indice di buona salute e perciò la madre ribatte a qualsiasi manifestazione del figlio con un apporto alimentare. In quest’ultimo caso, la richiesta del bambino viene mal interpretata e ‘spostata’ sempre sullo stesso tipo di soddisfazione. È possibile tuttavia cominciare a cambiare qualcosa nel regime alimentare di tutti per intervenire indirettamente sulle abitudini dei figli. Molti degli alimenti pieni di zucchero o amido ingeriti al ritorno da scuola potrebbero essere evitati e sostituiti con qualcosa di più salutare e che possa comunque soddisfare una abitudine. Tale attenzione nei confronti del piccolo potrebbe essere l’inizio di una ‘compensazione’ delle sue carenze.

  • Una figura di riferimento o una persona che ricopre un ruolo importante nella vita di un bambino (uno psicologo, una maestra, una nutrizionista, un insegnante di sport, una guida) deve o non deve far notare a un bambino quando è troppo grasso? In che modo farlo?

L’intervento e la richiesta di consulenza molto spesso non avvengono subito e ciò comporta la cronicizzazione della problematica. È opportuno, qualora si decida di coinvolgere una figura di riferimento, spiegare i vantaggi che il cambiamento di un comportamento può apportare e per farlo bisognerebbe usare tatto e sensibilità. È cioè necessario anzitutto cogliere i bisogni del bambino per comprendere quali tipo di soddisfazioni comporta il mangiare cose che piacciono e che benefici deriverebbero dal modificare semplici abitudini alimentari. È chiaro che il piccolo soddisfa anche esigenze di tipo psicologico che un esperto psicologo può rilevare e intervenire.

  • Qual è il confine tra derisione, mancanza di sensibilità e presa di coscienza necessaria per il bene del bambino?

Nei bambini in sovrappeso lo schema corporeo è alterato e non è raro che si rappresentino mentalmente filiformi e aerei. Problemi legati all’identità sono quindi presenti e si manifestano anche nell’ambito della sessualità con la mancanza di espressione armonica del fisico riguardo agli aspetti legati al genere sessuale di appartenenza (Marcelli, 1997). Molto spesso questi bambini vengono derisi a scuola e presi in giro anche dagli adulti. Gli stessi, non considerando i fattori che predispongono il piccolo a questa sua difficoltà, causano ulteriore sofferenza che produce ritiro e conseguenti crisi bulimiche andando a rinforzare tale comportamento.

Il bambino ha invece necessità di esprimere sul piano verbale le sue emozioni, il suo stato d’animo. Questa mancanza di accoglienza, di partecipazione alla sua difficoltà, di ascolto al suo mondo interiore produce effetti deleteri sul piano psicologico e personale che si protraggono anche nella vita adulta.

  • E cosa cambia se è un adulto ad essere obeso e non ha coscienza dei rischi sulla salute. In questo caso quale dovrebbe essere il comportamento di chi gli sta accanto?

L’obesità ha conseguenze fisiologiche gravi in età adulta poiché, oltre alla strutturazione di problematiche psicologiche legate al comportamento, può sviluppare insufficienze cardiache, circolatorie e di tipo respiratorio. È opportuno in tal caso, anche se con grande difficoltà, far prendere consapevolezza al soggetto di quali siano gli effetti sul piano della salute ed intervenire tempestivamente magari consultando un dietologo che spesso si avvale della collaborazione di psicologi esperti in disturbi del comportamento alimentare. L’aspetto empatico è fortemente rilevante in quanto, come per qualsiasi tipo di disfunzione comportamentale, anche chi soffre di obesità ha necessità di essere ascoltato. È pertanto indicato particolare tatto senza insistere con raccomandazioni e critiche dinanzi all’assunzione esagerata di cibo poiché si otterrebbe l’effetto contrario.

Marcelli D., 1997, Psicopatologia del bambino, Ed. Masson, Milano.

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