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Quando il bambino urla ma non riesce a parlare

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Voce ed esplorazione del mondo, le prime parole: la logopedista ci spiega cosa fare quando il bambino non parla ma urla

Bambino che non parla ma urla

La voce è uno strumento di cui il bambino si avvale per entrare in relazione con il mondo, specialmente nelle prime fasi di vita. Tuttavia alcuni bambini non sanno come utilizzare questo mezzo in modo funzionale, e quindi può accadere che urlino invece di produrre tipicamente le prime parole.

Spesso il problema linguistico presente in questi bambini affonda le sue radici in una più ampia incapacità di comunicazione; infatti la comunicazione non utilizza solamente un canale verbale, piuttosto si avvale maggiormente di una componente non verbale, di fondamentale importanza soprattutto nelle prime fasi di vita del bambino poiché permette lo sviluppo dell’intenzionalità comunicativa.

La comunicazione non verbale nei bambini

Le prime strategie che i genitori hanno a disposizione per instaurare circoli comunicativi corretti con il bambino consistono proprio nell’utilizzo della comunicazione non verbale.

Esempi di canali privilegiati per questo tipo di comunicazione con il bambino sono la mimica facciale, lo sguardo, il tono della voce e la gestualità. Ad esempio, per quanto concerne lo sguardo, bisogna considerare che i bambini hanno tempi di attenzione piuttosto limitati, ma è comunque importante che il genitore mantenga il contatto oculare con il proprio bambino per dimostrargli presenza e per rassicurarlo riguardo la sua disponibilità.

Un esempio nella categoria dei gesti deittici è l’indicare, che compare intorno ai 10 mesi; quando il bambino indica qualcosa, ciò ha una funzione richiestiva in un primo momento e quindi una valenza comunicativa.

In funzione di queste considerazioni appare dunque evidente che il bambino possa comunicare anche senza l’uso delle parole, e che ciò avviene normalmente e in maniera massiva nelle prime fasi di vita.

Possibile eziologia

Perché alcuni bambini urlano piuttosto che parlare? Per rispondere a questa domanda è sicuramente opportuno effettuare delle visite specialistiche più approfondite, tuttavia in linea teorica è possibile avanzare alcune ipotesi che possono determinare l’instaurarsi di questa condizione.

  • Tale situazione potrebbe riscontrarsi per fattori organici, come ad esempio per difficoltà uditive, di qualunque gravità, poiché si tratta di condizioni che in ogni caso alterano la percezione uditiva del bambino. In questa casistica non si includono solamente i bambini con disturbi strettamente circoscritti all’apparato uditivo, ma anche coloro che presentino frequenti episodi di otite e difficoltà respiratore croniche.
  • Un’ulteriore causa possibile è la disprassia verbale. Questo disturbo è caratterizzato da una difficoltà dell’apparato fono-articolatorio nel ricostruire uno schema motorio adeguato per permette una corretta produzione verbale, determinando così un’influenza negativa sull’inventario fonetico del bambino e sulle combinazioni fonotattiche. Alcune caratteristiche del linguaggio del bambino con disprassia sono proprio un linguaggio disprosodico (cioè con un’intonazione alterata, specialmente per quanto riguarda velocità, ritmo, fluenza e timbro), produzione di pochi fonemi ed eventualmente distorsione dei fonemi più complessi.
  • Tuttavia non è da trascurare l’aspetto comportamentale; infatti bisogna considerare che un bambino che urla potrebbe anche semplicemente attuare una strategia comportamentale utile per attirare l’attenzione dell’adulto o per comunicare in un ambiente estremamente rumoroso.

Ovviamente, trattandosi di una casistica molto ampia, l’intervento di interesse logopedico, che mira a raggiungere il miglior livello comunicativo possibile, sarà molto diverso per ogni quadro precedentemente presentato. In funzione della causa responsabile, il trattamento includerà un counseling logopedico rivolto ai genitori riguardo le modalità comunicative più adeguate per rivolgersi al proprio bambino; inoltre ad esempio potrà essere proposta una stimolazione uditivo-percettiva, una stimolazione cognitivo-linguistica o interventi di Comunicazione Aumentativa e Alternativa, a seconda del quadro clinico.

Perché è importante avere un tono adeguato della voce? In ogni caso l’abitudine dell’urlare può determinare un’alterazione della voce fisiologica e, nel lungo termine, può anche dar luogo a problemi organici della voce.

Possibili cause

  • In primo luogo è opportuno analizzare il proprio stile familiare. Infatti, un bambino che utilizza in maniera inappropriata la voce, potrebbe semplicemente averlo appreso dalle modalità comunicative di cui si avvalgono i propri genitori; ad esempio, un bambino con genitori che utilizzano un tono alto di voce, difficilmente ne avrà uno diametralmente differente.
  • Un altro fattore attinente consiste nello stile di vita dei genitori. Figure genitoriali con ritmi estremamente veloci nel lavoro e nella vita quotidiana potrebbero influenzare l’uso del tono della voce del proprio bambino, che aumenterà per richiedere maggiori attenzioni nel crogiolo di stimoli ricevuti ordinariamente.   

Come aiutare questi bambini: consigli ai genitori

A prescindere dai risultati che emergeranno da approfondimenti specialistici, ci sono alcune accortezze che i genitori possono adottare.

Tra queste risulta essere utile:

  1. Regolare il tono della propria voce: questo è il punto più spigoloso poiché consiste nel modificare una propria abitudine, tuttavia è imprescindibile perché il bambino utilizza le figure genitoriali come primi modelli. Al contrario è opportuno avvicinarsi al bambino e comunicare con lui utilizzando un tono di voce adeguato;
  2. Ridurre eventuali rumori di sottofondo: è necessario creare un ambiente ottimale per modificare una modalità comunicativa abituale. Inoltre è comunque buona consuetudine, seppure in contrasto con l’epoca attuale, quella di spegnere il televisore o la radio durante una qualunque conversazione.
  3. In ogni caso è molto importante, anche nei bambini più grandi, scoraggiare l’urlo in tutte le situazioni. Quando il bambino urla per ottenere qualcosa (ad esempio per una richiesta non necessaria dell’attenzione dei genitori o per l’acquisto dell’ennesimo giocattolo), il genitore che cede a un “capriccio” rafforza una modalità comportamentale sbagliata del bambino, che quindi implicitamente riconosce nell’urlo un buon mezzo per ottenere ciò che vuole.
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