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Medico antiabortista: "Assassina, sta uccidendo suo figlio"

di Redazione PianetaMamma - 29.10.2009 Scrivici

A Melzo, provincia di Milano, un primario antiabortista ha apostrofato a malo modo, nella corsia dell'ospedale pubblico, tre donne che stavano per sottoporsi ad un'interruzione volontaria di gravidanza

Tre giovani donne si trovavano nella corsia di un ospedale pubblico per gli accertamenti preliminari

all’interruzione di gravidanza

, il primario, obiettore di coscienza, ha urlato davanti a tutti, in piena corsia

«Assassina, sta uccidendo suo figlio».

Leandro Aletti, responsabile di Ostetricia e ginecologia dell’ospedale di Melzo e noto antiabortista, simpatizzante di Comunione e liberazione, ha apostrofato così con male parole ciascuna delle tre donne, dai 27 ai 36 anni, che avevano scelto quella struttura pubblica per abortire.

Le tre donne, umiliate e ferite hanno sporto denuncia:

«Il primario, noto antiabortista, ci ha insultate e diffamate —

denunciano le donne —

offendendo il nostro decoro e arrecandoci un danno morale».

Dopo due rinvii, a dicembre si terrà l’udienza sul caso. Anche se entrambe le parti stanno cercando un accordo per evitare di arrivare al processo. Con il primario che, sebbene il suo avvocato Mario Brusa parli di un

«fraintendimento tra le parti»

, sarebbe pronto a firmare una lettera di scuse e chiarimenti per archiviare l’accaduto.

La direzione sanitaria ha già presentato le sue scuse.

La vicenda è partita già sbagliata in partenza, dato che quelle tre donne, in quella corsia non avrebbero dovuto proprio trovarcisi: la procedura delle pratiche pre interruzione di gravidanza prevede infatti di compilare la cartella clinica, preliminare all’aborto, in un atrio lungo la corsia del reparto. Pratica a cui nella struttura, si dice, si ricorre quando la sala visite è occupata, ma che in sostanza

comporta la violazione della privacy delle donne.

«Mentre iniziavamo il colloquio con il medico di turno venivamo accostate dal primario che ci aggrediva con insulti ad alta voce

— si legge nel ricorso —

così tutti i presenti venivano edotti della ragioni della nostra presenza nel reparto rendendo di pubblico dominio una scelta delicata e assolutamente personale».

Dopo questa brutta figura, la direzione dell’ospedale di Melzo precisa che in tema di accoglienza a chi vuole abortire

«la paziente viene sottoposta alla raccolta dei dati sanitari e di degenza all’interno degli spazi deputati come previsto dal regolamento sulla privacy».

Fonte.

http://milano.repubblica.it

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