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Come crescere figli "diversi", i consigli della psicologa

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Cosa significa per un genitore crescere due figli decisamente diversi tra loro a livello genetico? Risponde la psicologa

Crescere figli "diversi"

Carlo ha 18 anni, è affetto da autismo grave. Frequenta il IV anno in un istituto professionale ed ha una docente di sostegno. Non riesce a comunicare verbalmente se non attraverso dei semplici suoni o parole spesso incomprensibili e sempre dietro sollecitazione dell’insegnante o dell’educatore. Non sa scrivere e disegna fuori dai margini, compiti questi che vengono appresi durante il periodo delle scuole elementari seppur in modalità semplice considerata la patologia. Cammina autonomamente ma è goffo nei movimenti, nella corsa e nelle relazioni con gli altri poiché li fissa e si avvicina per salutarli senza esprimersi con le parole.

Carlo ha un fratello più grande normodotato e una mamma che si prende cura di lui a tempo parziale poiché lavora. I suoi genitori sono separati ed il motivo della loro separazione è stato proprio lui. Mentre il padre voleva che frequentasse un istituto specializzato per quel genere di malattia, la madre si è rifiutata segnandolo a scuola. Per lei era importante l’integrazione sociale del figlio senza tener conto che avrebbe messo in difficoltà l’evoluzione e la scarsa indipendenza del ragazzo nell’arco del tempo. Infatti, non sa maneggiare i soldi né conosce il loro valore, mangia chiedendo il ‘permesso’ una sorta di autorizzazione che se non concessa lo fa innervosire molto sino a diventare violento. Ha un’età mentale di circa 5 anni anche se non ha sviluppato le funzioni verbali,  comunicative e logiche tipiche dell’età.

Ma Carlo non è l’unico caso. Di bambini e ragazzi disabili ce ne sono davvero tanti e sono in numero crescente rispetto al passato. Secondo i dati Miur il numero degli studenti con disabilità nel 2011/12 è stato di 215.590 a fronte dei 208.521 dell’anno precedente.

Parchi gioco inclusivi

Soggetti affetti da ritardo mentale sono in media il 36,6% della popolazione H della scuola primaria ed il 42,9% di quelli della scuola secondaria di primo grado. Nella prima categoria rientrano anche i disturbi dell’attenzione, del linguaggio e dell’apprendimento con percentuali pari al 27, 24.7 e 20.1% degli alunni disabili (Unicef, 2013).

Quali sono di conseguenza gli atteggiamenti dei genitori?

Se da un lato c’è la possibilità che mostrino un’eccessiva apprensione, dall’altro possono manifestare una totale negazione. Sia nel primo che nel secondo caso la possibilità di rendere difficoltosa la crescita e l’autonomia del bambino è molto alta, ma lo è soprattutto il processo di negazione per il quale il genitore, in particolare la mamma, si abbandona ad una forte depressione vivendo l’esperienza come un vero e proprio lutto. E così incredulità, rabbia e disperazione prendono il sopravvento sino a divenire prevalente il sentimento di alienazione verso la realtà. L’investimento emotivo nei confronti di un figlio in termini di aspettative viene completamente ‘annientato’ dalla oggettività della diagnosi. Per tanto tempo il vissuto simbiotico madre-bambino ha creato nell’immaginario materno un’esperienza di pienezza distrutta poi dall’esperienza reale che la donna istintivamente rifiuta.

I rischi

I compiti del genitore di assistere, prendersi cura, dare conforto e protezione vengono compromessi e se, all’interno della coppia, uno dei due barcolla, la stabilità viene messa fortemente a repentaglio. Molti coniugi si lasciano oppure ‘abbandonano’ in un certo senso il campo, lasciando andare un po’ la situazione. Ma la forza in questi contesti è fondamentale. Tutto ciò che si era programmato fino a quel momento viene messo in discussione e riorganizzato. È chiaro che le preoccupazione nei confronti del figlio per il suo futuro in alcuni momenti risulterà pressante (“cosa succederà quando non ci saremo più?”) ma una buone dose di coraggio ed un nuovo equilibrio permetteranno alla famiglia di ricostruire una nuova realtà.

In alcuni casi vi sono altri figli che ‘compensano’ tale vissuto e per alcuni la ‘diversità’ (“Ma com’è mio figlio” chiede una signora all’insegnante di sostegno della scuola materna) è qualcosa di sconosciuto che non riescono a comprendere ma allo stesso tempo ‘negano’, non riconoscono.

Il confronto con gli altri è inevitabile. Lo è altrettanto con l’altro figlio sul quale vengono riversate tutte le aspettative di riuscita che controbilanciano le scarse potenzialità del bambino disabile. E ciò induce inevitabilmente a delle preferenze o a delle richieste eccessive nei confronti dell’altro fratello. A volte anche chiedendogli di badare all’altro rinunciando a parte delle sua vita. E ciò è giusto fino ad un certo punto.

Cosa fare?

La diagnosi è il momento più drammatico che un genitore vive. Spesso non è accompagnata da un supporto psicologico per cui il vissuto esperienziale diventa motivo di forte stress e notevole sofferenza. L’emozione che investe il genitore in quel momento è talmente grande da disorientarlo e renderlo incapace, in quel frangente, di percepire ulteriori informazioni in merito alla  consulenza medica o a possibili suggerimenti di intervento (Tolli, 2016).

Ma un aiuto è indispensabile. Innanzitutto da parte della famiglia, della scuola e delle istituzioni per poi addentrarsi in un mondo nel quale ci si accorge di non essere soli ad affrontare tale problematica. Tanti ragazzi che vivono nei contesti più disparati vengono seguiti da associazioni e cooperative specifiche che aiutano loro a crescere fornendo degli strumenti in più rispetto alla scuola o alla famiglia.

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