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Mola idatiforme, cos'è e come si cura

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Una gravidanza molare, nota anche come mola idatiforme, è una rara complicanza della gravidanza caratterizzata dalla crescita anormale dei trofoblasti. Vediamo come si interviene

Mola idatiforme

Una gravidanza molare, nota anche come mola idatiforme, è una rara complicanza della gravidanza caratterizzata dalla crescita anormale dei trofoblasti. Vediamo come si interviene.

La mola idatiforme è una neoplasia dei tessuti gestazionali che colpisce in particolar modo i villi, ossia i tessuti di sostegno dell’embrione. Quando insorge questa patologia l'embrione è quasi sempre assente.  Il termine “Idatiforme” derive da “hydatid”, che significa “cisti piene d’acqua”. Altri termini utilizzati per descrivere una gravidanza molare sono sono ‘mola vescicolare’ e ‘patologia trofoblastica gestazionale’.

Ci sono due tipi di gravidanze molari:

  • mola completa: quando il bimbo non si sviluppa, e la placenta si impianta e crescono molte piccolo cisti, come dei sacchi ripieni di fluido
  • mola parziale: quando il bimbo inizia a svilupparsi, ma non può sopravvivere, e spesso viene assorbito tra le vescicole che continuano a svilupparsi

Cause della mola idatiforme

Una gravidanza molare è causata da un ovulo anomalo fecondato e da anomalie cromosomiche. In ogni caso la mola idatiforme può essere considerata un "mancato aborto spontaneo" perché la gravidanza non è vitale ma il prodotto del concepimento non è stato espulso.

Aborto tubarico

Incidenza

La mola idatiforme colpisce soprattutto donne molto giovani, con un’età inferiore ai 17 anni, oppure in età fertile avanzata (trentenni e quarantenni) ma è una malattia dalla quale si può guarire. In questo caso non compromette la fertilità e non aumenta l'incidenza di anomalie congenite. Negli Stati Uniti le ricerche hanno evidenziato che la mola idatiforme colpisce una donna incinta su 2000, mentre nei paesi asiatici la frequenza di casi è di 1 su 200. Le ragioni per cui si verifica questo sono ancora sconosciute. C’è da dire che più dell’80% delle mole idatiformi è di natura benigna e tende a regredire spontaneamente.

Tuttavia nel 15-20% dei casi la patologia può persistere e il 2-3%, in altri termini 1 caso su 25000-45000 gravidanze, è seguito da un coriocarcinoma, un tipo di tumore maligno fortemente invasivo che generalmente dà anche luogo a metastasi.

Vari fattori sono associati alla gravidanza molare, tra cui:

  • Età materna: una gravidanza molare è più probabile nelle donne di età superiore ai 35 anni o di età inferiore a 20 anni.
  • Precegravidanza molare: dente se una donna è stata già colpita da questa patologia la possibilità che la stessa si ripresenti in una nuova gravidanza è dell’1%. Una gravidanza molare ricorrente si verifica, in media, in 1 ogni 100 donne.

Sintomi della mola idatiforme

Una gravidanza molare può sembrare inizialmente una gravidanza normale: la manifestazione della malattia avviene generalmente entro 10-16 settimane dal concepimento, attraverso un rapido aumento delle dimensioni dell’utero che spesso risulta più grande di quanto ci si aspetti per l’epoca gestazionale stimata.

I sintomi generalmente sono:

  • Sanguinamento vaginale da marrone scuro a rosso vivo durante il primo trimestre
  • Grave nausea e vomito
  • Pressione o dolore pelvico
  • Rapida crescita uterina - l'utero è troppo grande per lo stadio della gravidanza
  • Alta pressione sanguigna
  • Preeclampsia
  • Cisti ovariche
  • Anemia
  • Tiroide iperattiva (ipertiroidismo)
  • Assenza dell’embrione,
  • Mancanza di movimenti embrionali se l’embrione è presente.

Tra le complicanze della malattia ci possono essere

  • setticemia,
  • infezione intrauterina,
  • tossiemia,
  • nei casi più gravi il coriocarcinoma maligno che si può diffondere velocemente attraverso il sistema venoso e quello linfatico dando origine a delle metastasi.

È possibile fare una diagnosi della malattia attraverso un’ecografia pelvica che però non sempre risulta infallibile. Una conferma della diagnosi è possibile solo attraverso un esame istologico.

Trattamento

Nei casi in cui la mola regredisca spontaneamente il medico prescrive in genere alla paziente un contraccettivo orale che va assunto per sei mesi, a meno che non sia controindicato. Se al contrario la mola non regredisce è necessario asportarla attraverso un intervento di isterosuzione che consiste nello svuotamento dell'utero attraverso l'aspirazione strumentale del materiale molare.

In seguito alla donna viene somministrata della ossitocina e si procede con una revisione della cavità dell’utero, attraverso il raschiamento.

Nei casi più gravi si può ricorrere all’isterectomia, cioè all’asportazione dell’utero, ma prima di procedere con questo intervento si valutano diversi fattori tra cui l’età della donna e i suoi progetti su eventuali gravidanze future, questo perché con l’asportazione dell’utero la donna rimane sterile. Attraverso l’esame delle beta-HCG è possibile scoprire se la patologia persiste nonostante l’attuazione di queste misure. Se la patologia non regredisce si può essere in presenza di una mola invasiva o di un coriocarcinoma che rende necessario un trattamento chemioterapico.

Mola idatiforme, rischi

La prognosi della mola maligna, in assenza di terapia adeguata, è pessima, con mortalità molto elevate. Se si avvia precocemente una terapia aggressiva le probabilità di sopravvivenza sono molto più elevate.

La terapia dei coriocarcinoma è uno dei campi nei quali la somministrazione di farmaci antitumorali ha maggior successo; il coriocarcinoma può essere considerato infatti il primo tumore maligno guaribile con il solo trattamento chemioterapico. Il tumore viene classificato come metastatico o non metastatico. Se la malattia non dà luogo a metastasi il trattamento chemioterapico avviene solitamente attraverso un solo farmaco e le probabilità di guarigione raggiungono il 100%.

Il coriocarcinoma metastatico invece necessita di un trattamento più aggressivo che si ottiene attraverso l’interazione di diversi farmaci chemioterapici in relazione alla gravità della malattia. Anche in questo caso la prognosi non è necessariamente negativa, infatti se viene instaurata per tempo un’adeguata terapia la percentuale di guarigione per le pazienti considerate ad alto rischio, quelle cioè con maggiori possibilità di sviluppare delle metastasi, è del 60-80%.

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