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Il viaggio in Africa per Amref di Elena Di Fazio, mamma milanese

di Redazione PianetaMamma - 16.06.2016 Scrivici

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Il racconto intenso e commovente di Elena Di Fazio, mamma milanese operatrice di Amref Health Africa

Elena Di Fazio, mamma milanese operatrice di Amref Health Africa (più grande organizzazione non profit che si occupa di salute in Africa, dal 1957) ci racconta del suo viaggio in Africa e in particolare del suo incontro con Marion e i bambini del Children Village.

Tutte le volte che parto per visitare un nostro progetto di salute in Africa mi sento “alleggerita”. Questo è il vantaggio di essere una mamma milanese e lavoratrice: ogni alternativa, ogni allontanamento ci sembra un alleggerimento dalle consuete, infinite “incombenze” che segnano il ritmo delle nostre giornate. E fa nulla se fra le incombenze rientrano quel genere di attività che normalmente dovrebbero essere piacevoli o addirittura vitali.

Corse e commissioni, campi estivi, spesa, bollette, ufficio, il rinnovo delle iscrizioni ai mille corsi indispensabili, 24 ore che sembrano non bastare mai, il nostro senso comune di fatica e inadeguatezza. Poi tu, che sorridendo, con lo sguardo di chi ha una vita intera sulle spalle ma la curiosità di una bambina, mi chiedi “allora parti di nuovo per l’Africa?” Si, riparto, e dopo poco più di 10 ore di aereo, atterro a Nairobi e come ogni volta tutto sembra rimescolarsi, dentro e fuori di me: un’enorme e chiassosa moltitudine di persone, veicoli di ogni genere, dai più accessoriati pick up ai folkloristici matatu, i piccoli autobus per il trasporto locale, lamiere, baracche, edifici modernissimi. Tutto insieme, in un vortice di disordinata e talvolta violenta vitalità.

Lasciando la città, sulla via verso il Kitui, una regione a ovest di Nairobi la parola “incombenza” è già svanita dalla mia testa. Non potrebbe essere altrimenti quando fuori dal finestrino sfilano in lunghi e dondolanti cortei donne affaticate, sotto il sole, con i bimbi più piccoli sulle spalle, una tanica d’acqua sulla testa e nugoli di ragazzini di ogni età intorno. Arriviamo in un villaggio sperduto nel Kitui. Qualche casupola sparsa qua e là, fatta di fango e rami, nessun servizio igienico, un fuoco protetto da pochi sassi a scaldare in un pentolone arrugginito qualche tocco di carne e di verdura. E ancora bambini, ovunque, incuriositi, sorpresi, a giocare con la terra rossa mentre osservano gli stranieri in visita.

Se fossi qui con me anche tu probabilmente ti domanderesti perché, anche tu sentiresti un nodo in gola e gli occhi bruciare. Colpa del vento, della polvere, del sole troppo forte. Oppure no, colpa solo di questi tanti occhi che mi guardano, mi sorridono e sembrano chiedermi anche loro “perché?”. Incontro una giovane donna, lo sguardo profondo e intenso, parla sottovoce, come è consuetudine in questo Paese, ha un piccolo bimbo avvolto nella sua fascia multicolore. Io non conosco la sua lingua - una delle oltre 40 parlate in Kenya - lei non parla inglese, eppure passiamo più di dieci minuti a guardarci, a raccontarci una storia, fatta di emozioni che uniscono, di paure comuni, di sguardi e carezze, di giochi infantili con il suo piccolino.

Quando ci salutiamo il mio collega Peter, capo progetto idrico di Amref mi racconta che la mia nuova amica partecipa con grande energia al nostro programma di formazione per realizzare e gestire un pozzo, che nonostante la giovane età, 24 anni, ha già tre bambini, i primi due nati in casa e il terzo, finalmente in un dispensario, con l’aiuto e l’assistenza di un’ostetrica. Mi dice che vorrebbe studiare, vorrebbe avere un orto per coltivare ortaggi e dare un cibo migliore ai suoi figli. Mi dice che ha cominciato a sperare, che poi vuol dire iniziare un po’ a vivere.

Tra qualche mese quando il pozzo sarà in funzione. La sua vita sarà davvero diversa, ogni giorno sottratto a un compito ingrato, quello delle lunghe distanze alla ricerca dell’acqua, e restituito alla vita. Dopo giorni trascorsi in angoli remoti, dove è facile sentirsi piccoli sprofondati in una natura immensa ma è impossibile sentirsi soli in mezzo a cosi tanta calda umanità, rientro a Nairobi, per trascorrere un paio di giorni in un non luogo, fuori dal tempo e dallo spazio, dove nessuna delle regole che conosciamo sembra essere valida.

Siamo a Dagoretti, una baraccopoli fra le altre. Strettissimi viottoli di fango che si intersecano tra le lamiere, i cumuli di rifiuti, qualche cane e gatto randagio che fruga alla ricerca di cibo e qualche bimbo che “gioca”, forse, inseguendo o torturando insetti e roditori nei canali di scolo. Uomini dallo sguardo perduto seduti sui bordi delle vie, in attesa di quella bevanda alcolica locale, grazie alla quale i giorni riescono a trascinarsi uno uguale all’altro. “Allora parti di nuovo?, mi risuona la tua voce. Se fossi qui con me, sono certa sprofonderesti in uno dei tuoi silenzi interlocutori e perplessi. Se fossi qui con me avresti la mia stessa tentazione di fuggire via, perché a volte è troppo vedere ciò per cui non si trovano parole sufficienti a descrivere.

Invece non fuggo, e arrivo al Children Village di Amref, una specie di oasi di umanità, e dopo aver trattenuto il fiato per non soffocare tra l’odore di spazzatura e il senso di angoscia posso finalmente ricominciare a respirare. Qui ogni anno più di cento bambini di strada, i cosiddetti “chokora” (spazzatura in swahili) trovano rifugio, protezione e un angolo di normalità. Qui i bambini ricevono un pasto caldo, la possibilità di farsi una doccia, di ricevere un’istruzione e di provare a costruirsi un’esistenza normale. Ma, soprattutto qui i bambini trovano tante ragioni per sorridere: le trovano raccogliendo piccoli fiorellini di tutti i colori, che poi ti infilano tra i capelli, o disegnando con le pietre un cuore gigantesco che ti dicono in un inglese un po’ stentato essere dedicato a te. Le trovano suonando strumenti che loro stessi hanno fabbricato, raccogliendo e recuperando oggetti nelle discariche a cui regalano una seconda vita, perché “anche loro hanno diritto a una seconda chance proprio come noi”, mi dice Marion con l’aria di chi la sa lunga, dall’alto dei suoi 15 anni di cui 12 trascorsi tra quelle viuzze e quelle baracche. “Basta poco, per averli tutti intorno sai?”.

Basta avere voglia di stringerli e trattenerli, di dar loro la prova di esistere, con una bacio o una carezza. Li ho tutti intorno adesso, festosi e rumorosi come solo un gruppo di bambini può essere a qualsiasi latitudine, Marion con lo sguardo da grande, un’altra bimba con un berretto gigante a raccogliere i ricci, e poi Steve, Adele, John, Jackson e tanti altri, tutti a chiedere uno sguardo, una presenza che ricordi loro di essere umani. Soltanto un po’ più piccoli, un po’ più indifesi e un po’ più fragili. Non diversi dal mio bambino che reclama quando vuole mille baci ed attenzioni, non diversi dai suoi amichetti che quando è l’ora di dormire, dopo una giornata passata a giocare, ti chiedono una carezza sulla testa che li protegga dai sogni brutti…solo incolpevolmente nati ad una latitudine, quella si diversa, che sembra condannarli ad una vita da invisibili.

Di nuovo sull’aereo, verso casa, verso le certezze delle consuete “incombenze”, che almeno per un po’ non mi sembreranno così sfinenti. Mi frugo nelle tasche alla ricerca di una penna e trovo un foglietto sgualcito: “Promettimi che tornerai” Marion, tua AMICA (in italiano!) con un fiorellino all’interno, ed arriva così il momento in cui posso concedermi un pianto, un po’ di rabbia, un po’ di speranza, un po’ per Marion e un po’ per me, un po’ per quel fiore, bellissimo, e cresciuto, malgrado tutto e tutti, fra i rifiuti.

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