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Transessualismo: cambio nome, cambio sesso, cambio vita

di Redazione PianetaMamma - 14.04.2010 Scrivici

I mezzi di comunicazione hanno liberato il transessualismo da antichi e discriminanti luoghi comuni. Hanno sviscerato questo fenomeno, mettendone in luce anche l’aspetto umano.

E' di queste ore la notizia del definitivo cambio di sesso, da uomo a donna di Vladimir Luxurio nata Vladimiro Guadagno.

In un'intervista rilasciata al Corriere.it fa capire che le voci del suo viaggio a Casablanca sono vere. Dopo l'operazione, Luxuria ha già  in mente un altro cambiamento: il nome. Da Vladimir, in Vladi.

I mezzi di comunicazione hanno liberato il transessualismo da antichi e discriminanti luoghi comuni. Hanno sviscerato questo fenomeno, mettendone in luce anche l’aspetto umano.  Persino la “casa più spiata d’Italia” - quella del Grande Fratello - ha, recentemente, accolto tra i suoi inquilini un giovane in pieno percorso transazionale: Gabriele. E, solo pochi giorni fa, Elettra - questo era il nome con cui Gabriele venne registrato alla nascita - è diventata un uomo a tutti gli effetti. Gabriele si è, infatti, sottoposto ad un intervento chirurgico, così detto demolitivo \ ricostruttivo, capace di modificare fisicamente il sesso. Questo giovane e coraggioso uomo ha soddisfatto l’interesse di chi lo ha

scoperto durante il reality televisivo vivendo pubblicamente la conclusione del suo percorso. È stato intervistato sino a poche ore prima dell’operazione e si è prestato al confronto non appena concluso il post operatorio. Lui stesso ha

testimoniato l’entusiasmo di

divenire fisicamente e legalmente un uomo.

La legge italiana, infatti, riconosce, a chi si sottopone a tale operazione chirurgica,

il diritto di variare la propria identità di genere

(da uomo a donna o viceversa)

ed il proprio nome.

In pratica si cambia legalmente sesso con tutte le conseguenze giuridiche del caso. Basti pensare che adesso Gabriele

può sposare la sua compagna, nonché essere identificato come uomo sui documenti, nei contratti e sul posto di lavoro

. La modifica dello status sessuale dinnanzi alla legge è giustificata dal fatto che l’intervento chirurgico attribuisce, in modo permanente, a colui che lo affronta una sessualità fisicamente determinata e oggettivamente diversa da quella con cui naturalmente è nato. Certamente il legislatore ha considerato, accanto al risultato pragmatico dell’intervento, anche la sua enorme valenza psicologica: è, infatti, innegabile che tale operazione renda giustizia ad un corpo che sino a quel momento si è trovato in netta opposizione con la psiche della persona che lo vive. In questo senso il legislatore, ammettendo il riconoscimento giuridico della conquistata sessualità fisica, garantisce una perfetta ricostruzione dell’equilibrio psicofisico della persona.

In Italia le norme di rettificazione della attribuzione del sesso sono riconducibili, in prima istanza, alla legge n 164\1982. Tale legge va considerata, più che come una disciplina compiuta della materia, come un punto di partenza - non a caso negli anni è stata variamente integrata e sostenuta.

Attraverso questo breve testo legislativo l’universo giuridico riconosce il transessualismo. Più precisamente, inquadra e garantisce

il diritto del transessuale alla piena affermazione della sua personalità in armonia con il proprio intimo sentire.

Il legislatore considera che il transessuale vive una costante contraddizione interna con il proprio sesso “naturale”. Egli aderisce e si identifica, piuttosto, col sesso opposto.

È sulla base di questa riflessione che la legge subordina l’ammissibilità della rettifica dell’attribuzione sessuale all’intervento chirurgico. Quindi, nel nostro paese il crisma di legalità al mutamento di sesso è riconosciuto solo come risultato dell‘operazione. Tra l’altro, la legge italiana fa precedere l’intervento da un percorso giudiziario attraverso cui l’Ordinamento, nelle persone dei giudici del tribunale competente, coadiuvati da esperti della materia, esamina la reale

determinazione del soggetto ad intraprendere il suo viaggio verso un nuovo sesso ed una nuova vita.

Chiaramente questa scelta legislativa si giustifica per la “irreparabilità” della  modifica fisica ottenibile con l’operazione.

È legittimo domandarsi, a norma di legge, quali siano le sorti del matrimonio, quando uno dei coniugi compia un processo transazionale. La pubblicazione della sentenza che di fatto rettifica il sesso produce l’ulteriore effetto di

sciogliere il matrimonio

, ovvero di interrompere gli effetti civili conseguenti alla trascrizione del matrimonio celebrato con rito religioso. In questo modo il legislatore ha operato una semplice scelta di buon senso evitando che risultassero coniugate due persone che agli occhi della legge avrebbero lo stesso sesso - laddove questa possibilità è oggi, nel nostro paese, ancora preclusa alle coppie omosessuali.

È innegabile che la legge, così come fu pensata dal legislatore del 1982, è lacunosa. Essa, per il solo fatto di subordinare all’intervento il cambiamento legale dello status sessuale, finisce col lasciare sprovviste di tutela alcune

“categorie” di transessuali. Infatti,

non ammette il cambiamento del genere sessuale e del nome in favore del transessuale non completamente operato, né per quello che decida di permanere nella condizione transitoria in cui si trova.

Esistono transessuali che accettano la “coesistenza” fisica dei due generi, vivendo la transessualità senza intervenire chirurgicamente sul proprio corpo.

La legge primigenia del 1982 individuava nell’intervento chirurgico il mezzo attraverso cui l’individuo risolveva il conflitto tra il suo corpo e la sua psiche. Per questo riteneva corretto subordinare l’azione di legge alla mutata condizione fisica. Questa soluzione è palesemente semplicistica. Con buona probabilità, complice la poca conoscenza del fenomeno - attualmente alla ribalta grazie all’attenzione dei mezzi di comunicazione -, il legislatore non seppe, allora, considerarne le ulteriori sfaccettature.

L’individuo ha diritto ad esprimere la propria personalità nei modi e nelle forme che più gli si addicono - purché tali comportamenti ed atteggiamenti non siano lesivi dell’altrui sfera giuridica. In questo senso

è corretto domandarsi perché la transazione di genere e il mutamento del nome non debba ammettersi per chi non voglia o non possa operarsi.

Tra l’altro, una attenta disamina della questione non può trascurare che la scelta di non ricorrere alla chirurgia, in una certa percentuale - anche minima -, dipenderà probabilmente da indicazioni mediche di rischio.

In ciascuno di questi casi, sta di fatto che la persona, pur restando “fisicamente intatta”, nel vivere comune esprimerà se stessa in modo difforme rispetto al proprio sesso naturale. Sino a che punto è rispettoso della sua personalità impedirle di identificarsi legalmente nel sesso a cui intimamente aderisce?

Un transessuale a cui sia negato ciò è una persona facilmente

esposta ad umiliazioni e mortificazioni.

Pensiamo ad una donna, ben vestita e molto curata, che la polizia ferma per un ordinario controllo; non appena mostra la sua patente viene riconosciuta come uomo.

Pensiamo a quell’uomo che sostiene un brillante colloquio di lavoro; assunto, ai fini della stipula del contratto, deve svelare la sua identità femminile. E ciò vale in moltissime altre circostanze di vita di questi individui. Ad oggi, la lacuna normativa, sin qui esposta, non è stata  colmata perché il legislatore non ha ancora individuato un dato saldo a cui ancorare la volontà di cambiamento dei soggetti transessuali. Un dato diverso dall’intervento che, come prospettato dalla legge, in sé

rappresenta certamente un punto di non ritorno.

Ad onor del vero il rinnovamento della legge intanto sarà possibile in quanto si superi questa difficoltà: per emancipare il cambiamento di genere e nome dall’intervento chirurgico  resta  indispensabile l’indicazione d’un  diverso momento, preciso e pacificamente riconoscibile, a partire dal quale si possa ritenere definitiva la scelta del transessuale verso un sesso piuttosto che l’altro.

Attualmente si contrappongono due differenti orientamenti giurisprudenziali: uno restrittivo che conservanell’intervento chirurgico il presupposto indefettibile del cambiamento legale di status sessuale e nome; l’altro più permissivo, orientato ad una spiccata massimizzazione della tutela della personalità.

Dott.ssa Federica Federico

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