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Isolamento sociale forzato o per scelta: sindrome o abitudine?

di Emmanuella Ameruoso - 05.06.2020 Scrivici

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Fonte: Shutterstock
Cosa succede dopo un periodo di allontanamento dallo stress della vita quotidiana? Il parere della psicologa

Sindrome o abitudine?

Quando sentirsi al sicuro nel proprio nido domestico produce un senso di certezza e l’isolamento l’unico modo per tutelare la propria salute e la vita delle persone care..

Proibizioni, multe, autocertificazioni, mascherine, guanti, gel, distanziamento sociale, divieto di uscire diventano ad un tratto realtà!

Quanta fatica abituarsi al silenzio delle strade, alle strette mura di casa, alle code davanti ai supermercati, alla distanza di sicurezza, alle uscite limitate solo per l’acquisto dei beni di prima necessità.

Noi, abituati a vivere vicini, ad entrare in tanti anche in un piccolo ascensore, ad accalcarci nelle code alla cassa, al cinema, all’uscita da scuola,  a prendere il caffè al bar, a spostarsi per andare a lavorare.
Così, all’improvviso le nostre abitudini cambiano …E cambiamo anche noi..

Abituarsi all’ambiente domestico, al lungo contatto con i propri familiari, con i bambini sempre presenti, alla propria solitudine, ad avere i propri cari lontani non sapendo quando sarebbe stato possibile rincontrarsi, è stato davvero impegnativo.

E lo è tuttora entrare nella fase che ci aspetta..

Tornare alla normalità, si può?

Dopo due lunghi mesi di incertezze, paure, preoccupazioni sul futuro, finalmente la libertà! Sembra sia scontata ma ad un certo punto non lo è stata più.

Questa nuova dimensione ci ha permesso di riflettere, di considerare diversamente la vita, di pensare alle rinunce fatte, ai desideri che stentavano a realizzarsi, al procrastinarsi delle situazioni. La quarantena ha dato un nuovo valore agli affetti, alle esperienze di vita, al lavoro. Ha contribuito a far emergere le priorità e ad osservare le vicissitudini con occhi diversi. Insomma, tutto ora assume una nuova sembianza.

Inevitabilmente questa pandemia ci ha mutati dentro. Ha fatto emergere ciò che realmente siamo.

La percezione di quanto accaduto è comunque soggettiva: per alcuni, infatti, il ritorno alla normalità è stato quasi immediato mentre per altri risulta ancora piuttosto faticoso.

Per quanto problematico e difficoltoso, l’isolamento ha permesso a tutti di sentirsi protetti e di osservare una realtà, al di fuori della propria casa, contornata da morte, ospedalizzazioni, contagi e sofferenze suscitando in ognuno una forma di trauma.

Vedere scene di malati intubati, immagini di camion militari che in processione trasportavano decine e decine di bare, medici ed infermieri bardati dalla testa ai pieni come fossero alieni, non è sicuramente una cosa a cui siamo abituati.

Ma perché? In definitiva la morte fa parte della natura umana, della vita.

È l’idea di non conoscere quella malattia che fa paura, il non sapere come poterla curare, terrorizza.

Cos’è la morte se non una fine, il termine dell’esistenza che seppur naturale in tale contesto appare inconcepibile!

Il ricordo di ciò che è stato permane anche se tutto sembra scorrere per molti come se niente fosse successo.
A distanza di due settimane la paura che possa presentarsi un nuovo picco di contagi resta, ma soprattutto perdura quell’abitudine a cui nel frattempo ci siamo adeguati: la sicurezza della nostra abitazione, a cui si lega inaspettatamente la certezza della vita ed il rifiuto alla socializzazione.

La sindrome del prigioniero

Le cabin fever o la sindrome del prigioniero, che presenta sintomi quali scarsa concentrazione, apatia, letargia, mancanza di motivazione, paura di uscire, viene descritta come una condizione di smarrimento e di inadeguatezza all’idea di scombussolare nuovamente l’equilibrio raggiunto soprattutto in persone che sono riuscite a gestire in maniera adeguata un periodo di isolamento e solitudine ossia con una buona dose di resilienza.

Tornare a fare le cose di sempre significherebbe affrontare un nuovo periodo di adattamento dopo aver superato e vissuto momenti di depersonalizzazione e disorientamento dinanzi ad una realtà sconosciuta.

La sindrome del prigioniero presenta, in termini di sentimenti e comportamenti:

  • incredulità per ciò che è accaduto;
  • illusione di raggiungere presto la liberazione e conseguente delusione per la mancata realizzazione di questa speranza;
  • impiego del tempo con lavoro fisico o mentale;
  • accettazione del proprio passato, per cercare una serenità nella nuova dimensione quotidiana.

Sono molte le persone che non avvertono un desiderio spasmodico di uscire poiché tale prospettiva non è particolarmente allettante in quanto l’idea di un nuovo contagio è sempre in agguato. Non è da escludere, inoltre, la possibilità che effetti paranoici possano inserirsi ed accentuarsi nel contesto delle relazioni tanto da evitare accuratamente determinate situazioni

È per questo che tutte le indicazioni fornite vengono rispettate pressoché alla lettera dato che hanno permesso di tutelare la propria salute senza particolari ripercussioni. A tal proposito, per quanto poco comune è l’utilizzo di tale definizione, si parla di sindrome di Stoccolma ossia il “legame traumatico” per il quale l’ostaggio manifesta sentimenti positivi nei confronti del proprio carcerario: comprensione, fiducia e attaccamento diventano reali tanto da sentirsi al sicuro soltanto nella sua prigione e col suo carceriere piuttosto che fuori, libero.

Questo chiaramente rappresenta un paradosso, ma la mente umana pur di difendersi da una tortura psicologica, quale una prigionia può comportare, mette in atto meccanismi inconcepibili sul piano razionale.

È perciò plausibile il senso di spaesamento e di disagio che molti presentano nell’affrontare il mondo esterno e adeguarsi alle nuove regole che condizioneranno per lungo tempo il comportamento di ogni singolo individuo e dei suoi figli. Sarà infatti difficoltoso mantenere e far mantenere ai piccoli il distanziamento sociale, l’utilizzo delle mascherine e le norme igieniche sia in contesti protetti che all’aperto.

Allontanarsi e allontanare, sentirsi evitato ed evitare, non poter parlare liberamente con gli altri senza proteggersi o mantenersi distanti, limiterà tantissimo la socialità, farà sentire ancora la presenza della pandemia e il rischio del contagio, e metterà, come già avviene, le relazioni sociali a disagio. L’altro, quel singolo diviene oggetto di sospetto “non so dove sia andato e chi ha frequentato” per questo evito.
Sembra che si stia perdendo il contatto con la vera realtà, che a lungo andare tutto ciò immobilizzerà il senso delle cose mettendo da parte il bene più prezioso: le relazioni.

È quindi indispensabile riflettere su ciò che tutto questo comporta per cercare in qualche modo di superare le proprie paure e riaccendere la speranza e la fiducia nell’altro, continuando ad ospitare dentro di sé una consapevolezza diversa ma sempre con riguardo alla propria e altrui salute.

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