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Mobbing e mamme lavoratrici: il nuovo movimento #MeToo

di Francesca Capriati - 03.05.2018 Scrivici

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Fonte: iStock
L'anno scorso 25mila donne si sono licenziate dopo la maternità. #Metoo è il nuovo movimento social per dire no al mobbing alle mamme lavoratrici

#Metoo mobbing alle mamme lavoratrici

Il popolare hashtag #MeToo (#AncheIo), che da qualche mese raccoglie i racconti e le testimonianza di donne molestate e vittime di atteggiamenti e comportamenti sessisti negli ultimi giorni sta nuovamente spopolando sui social per raccontare storie di ordinaria impossibilità a conciliare lavoro e famiglia

Esperienze di donne lavoratrici che sono state costrette a trasferimenti assurdi, ridimensionamenti di carriera e mansioni, bullismo e battutine sprezzanti sul posto di lavoro al loro rientro dalla maternità. Un fenomeno allarmante ed estremamente diffuso, a quanto pare, che è emerso dopo che un video realizzato dalla famosa e molto seguita Pozzolis Family ha elencato le “Cose da non dire alle mamme lavoratrici”.

Maternità e lavoro, un binomio impossibile?

I dati resi noti dall'Ispettorato nazionale del lavoro rivelano che nel 2016 quasi trentamila donne  si sono licenziate dopo la gravidanza e per la stragrande maggioranza la motivazione al licenziamento è stata l'incompatibilità tra vita lavorativa e familiare.

Probabilmente la maggior parte dei queste mamme lavoratrici si saranno sentite dire che in fondo hanno fatto bene a licenziarsi, così potranno dedicarsi alla casa e ai bambini senza stress. E invece il punto è proprio che non c'è da adeguarsi a una realtà così deprimente ma bisognerebbe reagire e richiedere a livello più alto delle istituzioni, sia politiche che aziendali, di cambiare le regole. Quelle regole che impongono a una donna di scegliere tra lavoro e figli.

Basterebbe pensare a quanti lavori possano essere svolti in orario ridotto, in orari più comodi, spalmati su part time orizzontali o ancora quante professioni siano ormai intellettuali e permettano, dunque, di lavorare da casa per gran parte del tempo riservando alle famose e spesso inutili riunioni l'obbligo di permanenza in ufficio.

E invece non solo le soluzioni, che sono alla portata di tutti e ben evidenti nonché applicate già in molti Paesi europei, non vengono prese in considerazione ma si mette in atto ad un vero e proprio mobbing, a molestie, vessazioni.

In pratica una giungla, a dispetto dei bei discorsi di politici e dirigenti di azienda, nella quale la donna che è appena diventata mamma e torna a lavoro viene malvista da colleghi, superiori di datori di lavoro.

Se va bene ci si limita a dover sopportare battutine piccate, cattiverie e atteggiamenti molesti in ufficio, ma per qualcuna il rientro al lavoro è stato un autentico inferno con trasferimento, orari assurdi, ridimensionamento delle mansioni etc...In pratica un mobbing vero e proprio.

“Cose da non dire alle mamme lavoratrici”

Gli attori Gianmarco Pozzoli e Alice Mangioni, genitori di due bambini piccoli, sono i creatori di Pozzolis Family, una fanpage seguita da mezzo milione di persone, nella quale condividono i loro video e i loro racconti sulla vita quotidiana in famiglia. Episodi ed esperienze nelle quali ci ritroviamo più o meno tutti noi genitori, che fanno sorridere e sentirci meno soli e incompresi, ma che a volte spingono ad un duro confronto con la realtà.

Il video realizzato da Alice intitolato “Cose da non dire alle mamme lavoratrici” è diventato immediatamente virale, ha avuto milioni di visualizzazioni, condiviso da migliaia di persone e ha dato vita ad un doloroso dibattito sulla vita quotidiana delle mamme lavoratrici.

#MeToo

In risposta al video di Alice moltissime donne, mamme e lavoratrici, hanno voluto raccontare la propria esperienza condividendola con l'hashtag #MeToo, per dire pubblicamente che “anche a me è successo”.

Deborah racconta di aver smesso di lavorare quando era in attesa di due gemelline che sono nate a 22 settimane e non sono sopravvissute. Tornata in ufficio dopo sole 3 settimane da questo terribile lutto è stata immediatamente licenziata e qualcuno le ha anche detto che era esagerata perché tutti avevano perso qualcuno

Martina spiega che aveva un lavoro ben pagato ma era sempre fuori casa per almeno 10 ore. “Come può una madre reggere il tutto?

E Lucia ricorda a tutte che “il problema inizia molto prima. Già ai colloqui di lavoro che tu abbia delle qualifiche da paura o la terza media, la domanda che fa da spartiacque tra l'assunzione e un calcio nel di dietro è sempre quella: ma lei ha intenzione di avere figli? È la cosa più vomitevole del mondo”.

Federica lavorava come responsabile comunicazione in una multinazionale e dopo essere diventata mamma improvvisamente ha cominciato ad essere malvista dai colleghi, il suo sottoposto, in part time, si era spostato nel suo ufficio, sulla sua scrivania e ogni volta che lei doveva assentarsi per malattie o visite mediche era tutto un chiacchiericcio. Alla fine si è licenziata scegliendo la libera professione.

Raccontateci le vostre storie di ordinaria incompatibilità tra maternità e lavoro, perché insieme forse potremmo creare un'onda di #MeToo che non potrà passare inosservata.

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