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Le madri affette dalla Sindrome di Medea

di Emmanuella Ameruoso - 03.08.2017 Scrivici

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Fonte: iStock
La psicologa di PianetaMamma ci parla della Sindrome di Medea di cui possono essere affette le madri, quando i figli iniziano ad essere considerati una minaccia per la coppia

Madri con Sindrome di Medea

La sindrome di Medea (il cui significato è astuzia, scaltrezza) richiama alla memoria il femminicidio, ossia ‘ti ammazzo perché mi hai abbandonato’. Il trauma dell’abbandono è in effetti particolarmente significativo sul piano affettivo e nel caso di Medea, una donna ferita nel suo orgoglio perché tradita dal suo amato marito Giasone, si manifesta in tutta la sua tragicità ossia ratio e furor, mens e cupido: la gelosia porta alla follia ma l’aspetto prevalente è l’indignazione provata da una donna che non riconosce più in sé il suo essere madre.

L’unico modo per far fronte a tale dolore e all’umiliazione è proprio quello di vendicarsi sui propri figli, uccidendoli.

Essere donna: cosa cambia nella coppia dopo il parto

Una donna che diviene madre, spesso, perde o rinuncia alla sua femminilità per dedicarsi quasi interamente all’accudimento dei figli. L’uomo d’altronde cambia il modo di osservare la sua compagna dopo il concepimento, nasce in lui un senso di protezione, di pudicizia per il quale non considera più l’aspetto erotico della relazione ma quello genitoriale. Anche lei stenta a riconoscere nell’uomo il suo innamorato. Molto spesso dopo la gravidanza molte coppie smettono di avere rapporti sessuali. Il figlio prende il posto del padre e il pensiero e la preoccupazione è rivolto quasi ed esclusivamente a lui.

Nella coppia si genera confusione, le dinamiche cambiano, da due si diventa tre, gli spazi e i tempi si modificano. Non si dorme, si fa fatica a lavorare, lo stress aumenta. La maternità risulta difficile e può produrre rabbia, poiché sul piano personale si perde la desiderabilità nei confronti del proprio compagno che smette in molti casi di essere presente e, ad un certo punto, di fare l’amore con lei. Non è un inconsueto che molte coppie rinunciano ai rapporti sessuali durante la gestazione anche se il ginecologo ha assicurato che non ci sono rischi. Il vissuto inconscio legato alla sessualità cambia sia nella coppia sia nel singolo soggetto.

Essere rifiutata come donna però comporta inevitabilmente una demonizzazione di vissuti interiori tanto che i figli vengono considerati una minaccia. Ma sino a quando la dedizione, la protezione e l’accoglimento persistono si manterrà un equilibrio, anche se precario. I figli, talvolta, si troveranno a dover assumere il ruolo di consolatore con chi ha rinunciato ad una parte di sé per il bene loro. Ma essere solo madre agli occhi del proprio compagno non è una consolazione che gratifica tutte poiché l’aspetto legato all’erotismo, alla conquista e all’innamoramento tendono a persistere proprio nell’uomo che le ha rese genitrici.

In talune situazioni, superata la fase della maternità, riacquista quasi immediatamente il suo aspetto femminile manifestando pienamente il suo essere donna. In altri casi, quando cioè questa alterità è incongruente e conflittuale si fatica ad essere una buona madre, accogliente e rispondente ai bisogni del suo piccolo.

Madre Medea

Una madre afflitta dalla sindrome di Medea, si cancella come donna e come madre. Cancella i suoi figli e la discendenza del compagno. Distrugge la coppia. Una donna che non accetta la sua maternità, la vive con conflitto sviluppando una rabbia profonda che sfocia nell’infanticidio. Molti casi della cronaca nera riportano come condizione psicologica proprio questo tipo di patologia:

L. Z. una donna di 31 anni uccide la figlia di 8 mesi mettendola in lavatrice. La vita della donna è un susseguirsi di eventi particolarmente faticosi dal punto di vista emotivo, la sua psiche pian piano ne risente. Sin dal principio la vita della piccola è messa in pericolo, infatti, durante il travaglio, ingerisce del liquido amniotico, fatica a respirare e dopo qualche giorno in incubatrice, riesce finalmente a guarire. In seguito a questo evento muore un familiare della donna a cui era molto legata e dopo poco la bimba si ammala di broncopolmonite. Per L. è la fine, si ammala. Dentro di sé qualcosa non funziona più, non sa se sarà in grado di crescere questa bambina, di ritornare a fare la mamma dopo undici anni dalla prima figlia. La sua situazione col tempo si aggrava, lo psichiatra le consiglia una cura farmacologica ma a niente serve tutto questo perché la donna in preda a deliri e allucinazioni uditive, una mattina, prende tutta la roba poggiata sulla sedia e infila tutto in lavatrice ma sembra che non si sia accorta di averci infilato anche la piccola (Picozzi, 2008).

Qualche anno prima, sempre in Italia, due ragazze che avevano nascosto la gravidanza ai genitori, presero il neonato appena partorito e lo misero nel cestello dell’elettrodomestico. Nel 1987, a Detroit, una bimba si fa la pipì addosso e la mamma per punizione la mette a lavare in lavatrice. Molte sono le condizioni psicologiche che vivono le donne durante la gravidanza e la maternità. Alcune rasentano la psicosi e altre addirittura la criminalità. In questo caso, stabilire la capacità di intendere e di volere è il primo passo per accertare con più precisione la motivazione, oltre che la patologia, ossia cosa spinge le donne ad uccidere. Molte di queste situazioni sono una conseguenza dell’assenza del compagno nella crescita dei figli: oltre ad avere una funzione genitoriale il padre

nutre affettivamente tutta la sua famiglia e la custodisce generando sicurezza, ascoltando e partecipando a tutte le attività che riguardano la crescita e l’evoluzione psicologica di tutti

Quando l’uomo non adempie al suo ruolo, in situazioni non rare, le mamme sono portate a richiedere continuamente aiuto e, di conseguenza, a sviluppare la sindrome di help seekers.. Che significa help seekers? ‘Cercante aiuto’ ed in questo caso il riferimento è rivolto a donne che si indirizzano continuamente ai medici per via di malattie, patologie o sintomi che insorgono nei loro figli, e che loro stesse provocano, sono rappresentative di una richiesta specifica di attenzioni.

A differenza delle donne affette dalla sindrome di Munchausen, in queste la ricerca di cure mediche è più saltuaria, la patologia indotta è meno grave ed è motivata da un preciso bisogno di un sostegno da parte del personale medico nell’allevamento del bambino. Diverse teorie scientifiche, autori e tanti altri sottolineano l’importanza della presenza di entrambi i genitori nella cura del bambino e nel corretto espletamento della genitorialità al fine di gestire il lungo percorso che la crescita dei figli comporta.

Cosa fare?

Spesso dinanzi a patologie conclamate si avverte la sensazione di impotenza ritenendo di non poter fare niente. In realtà, ogni situazione di stress a cui la donna va incontro potrebbe essere monitorata con una maggiore presenza da parte del nucleo familiare costituito, in questo caso il compagno, e d’origine. Qualsiasi tipo di aiuto e di supporto psico-emotivo allevia le fatiche e alleggerisce la condizione di solitudine e isolamento a cui è sottoposta la mamma durante il periodo post gestazionale. In questi casi è possibile intervenire nell’immediato senza trovarsi ad affrontare situazioni drammatiche. Inoltre sarebbe auspicabile un percorso di sostegno psicologico prima, durante e dopo la gravidanza perché spesso la cura farmacologica non è sufficiente ad aiutare il soggetto a gestire le sue problematiche.

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