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La Legge 194 dopo 40 anni: a che punto siamo?

di Francesca Capriati - 23.05.2018 Scrivici

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La Legge 194 sull'Interruzione volontaria di Gravidanza compie 40 anni, ma il diritto delle donne viene ancora spesso negato

La Legge 194 dopo 40 anni

Quarant'anni di Legge 194 sull'interruzione volontaria di gravidanza (IVG). Quattro decenni di una legge che ha sancito il diritto delle donne ad abortire in modo sicuro e legale, senza doversi nascondere in qualche cantina abbandonata affidandosi alle mani di persone improvvisate, mettendo a rischio la propria vita.

Il 22 maggio del 1978, grazie soprattutto all'impegno e alle lotte dei radicali appoggiati da forze sociali e laiche del Paese, finalmente l'aborto cessava di essere un reato penale contro la morale e la stirpe e diventava una scelta possibile legittima da parte della donna. Una scelta sempre sofferta, difficile, che comporta un percorso di riflessione e dolore inimmaginabile ma che va tutelata oggi più che mai.

Il 17 maggio 1981 la legge fu sottoposta a referendum abrogativo ma venne confermata con il 68% dei voti contrari all’abrogazione della norma.

Tuttavia, ancora oggi, la legge viene messa in discussione regolarmente: non mancano mai i detrattori della 194, i movimenti pro vita, i filosofi e teologi che mettono in discussione il diritto della donna e nei giorni scorsi alcuni di questi movimenti hanno sfilato a Roma per chiedere la cancellazione della norma.

Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio”: è questa la linea fondante della Legge 194 che tuttavia non va intesa come sistema d controllo de*lle nascite.

La norma italiana viene considerata tra le più avanzate e precise in Europa: consente alla donna di ricorrere alla IVG in una struttura pubblica o convenzionata, nei casi previsti dalla legge nei primi 90 giorni di gravidanza e di poter interrompere la gravidanza per motivi di natura terapeutica fino alla ventiduesima settimana (aborto terapeutico).

Inoltre la legge prevede che lo Stato, attraverso i presidi locali e territoriali come i consultori, sostengano la donna durante l'iter, le forniscano supporto e informazioni in modo tale da poterla aiutare a prendere una decisione responsabile e consapevole.

I modi per interrompere la gravidanza

La IVG può essere fatta con:

  • intervento chirurgico in day hospital in una struttura pubblica;
  • RU-486: la pillola abortiva che può essere utlizzata solo nelle prime settimane di gravidanza.

L'aborto terapeutico, invece, può essere autorizzato in caso di grave pericolo per la vita della donna o in presenza di processi patologici, compresi malformazioni o malattie del nascituro, che determinano un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna.

Ma a che punto siamo oggi?

Le donne che fanno ricorso all'aborto sono sempre di meno: secondo una relazione recentissima del Ministero della Salute nel 2016 le interruzioni volontarie di gravidanza sono state 84.926, contro i 234.801 del 1982.

La legge viene applicata anche se con qualche ostacolo e difficoltà per le donne che cercano la tutela del loro diritto. Il problema più grande è legato ai medici obiettori di coscienza: numerosi ginecologi infatti, nel corso degli anni hanno dichiarato di essere obiettori di coscienza e di rifiutarsi di praticare le IVG, appellandosi all'articolo 9 della Legge 194 che dichiara che “Il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie non è tenuto a prendere parte alle procedure di cui agli articoli 5 e 7 ed agli interventi per l'interruzione della gravidanza quando sollevi obiezione di coscienza, con preventiva dichiarazione”.

Nel 2005 i ginecologi obiettori erano il 58,7% mentre nel 2016 questa percentuale è salita addirittura al 70,9% e gli anestesisti obiettori sono passati dal 47,5% al 48.8%.  Ciò ha portato alla chiusura di reparti negli ospedali e ad una carenza cronica in tutta Italia di medici non obiettori, al punto che, stando a quanto reso noto dalla Libera associazione italiana ginecologi per l'applicazione della 194 (Laiga), soltanto i 59% degli ospedali italiani offre un servizio di IVG. Un fenomeno che trasforma la dolorosa decisione da parte di una donna di interrompere la gravidanza in un percorso a ostacoli difficile e pieno di sensi di colpa e sofferenze. Il Ministero della Salute in una relazione ha fotografato la situazione dall'interno:

  • nel Molise il 93,3% dei ginecologi è obiettore di coscienza,
  • il 92,9% nella Provincia Autonoma di Bolzano,
  • il 90,2% in Basilicata,
  • l’87,6% in Sicilia,
  • l’86,1% in Puglia,
  • l’81,8% in Campania,
  • l’80,7% nel Lazio e in Abruzzo.

Non sorprende che nel 2016 il Comitato europeo dei diritti sociali, del Consiglio d’Europa, abbia condannato l’Italia per questo diritto all'aborto negato, per aver violato il diritto alla salute delle donne che vogliono abortire, poiché esse incontrano “notevoli difficoltà” nell’accesso ai servizi di interruzione volontaria di gravidanza.

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