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Donne e madri in carcere

di Emanuela Cerri - 01.10.2008 Scrivici

Dal 29 settembre al 4 ottobre l'università romana La Sapienza, ospita una settimana di sensibilizzazione sul tema del carcere. Come vicono e chi sono le donne recluse e com'è vivere la maternità in una cella? E come crescono i bambini nati in prigione?

Dal 29 settembre al 4 ottobre l'università romana La Sapienza, ospita una settimana di sensibilizzazione sul tema del carcere. Presso la città universitaria saranno allestite mostre d’arte e fotografiche che avranno per soggetto le madri recluse con bambini e saranno proiettati documentari nell’ambito di un festival di cortometraggi dal e sul carcere. Allo scopo di far conoscere la realtà e i ritmi quotidiani della vita all’interno di una casa di detenzione, sul “pratone” sarà ricostruita una cella, visitabile dalle 9 alle 19, dal lunedì 29 settembre a giovedì 2 ottobre.
Scopo dell’iniziativa, promossa dall’associazione di studenti universitari Il viandante, dall’associazione Il Pavone e dalla cooperativa sociale Alba, è sostenere la realizzazione di una struttura adeguata per le detenute madri nel carcere di Rebibbia. La Sapienza, insieme alla Presidenza del Consiglio dei ministri e al Comune di Roma, patrocina la settimana di eventi “Un occhio da dentro”, che si svolgerà presso la città universitaria per sensibilizzare e informare sul mondo carcerario. L’evento si concluderà sabato 4 ottobre con un concerto all’aperto con numerosi artisti.

Qui l'elenco degli eventi http://associazioneilviandante.blogspot.com/

Vediamo di saperne qualcosa in più sulla detenzione femminile nelle carceri italiane e sui problemi ad essa connessi.

Non sono molte le donne in carcere (poco più del 4%). Le donne però, rispetto agli uomini, hanno maggiori problemi materiali e psicologici nella detenzione: la loro personalità e la loro sensibilità sono più complesse, soffrono per l’assenza di affettività, per la lontananza dai figli, dalla famiglia e dalla vita normale. Tendenzialmente hanno più sensi di colpa verso l’esterno e verso la famiglia che rimane fuori dalle loro quattro mura. Il dramma delle madri carcerate poi è uno dei problemi più gravi e non si risolve né se tengono con loro i figli né se li affidano alle cure di altri fuori dall’istituto carcerario. Nel 2001 in Italia erano 61 le donne detenute con bambini al di sotto dei tre anni e poiché le donne generalmente sono detenute per reati a bassa pericolosità sociale, si tende a ricorrere alle cosiddette misure alternative e si registra un uso più diffuso delle pene alternative.

Il carcere, anche il migliore, è comunque un luogo di grande sofferenza: provoca crisi d’identità, rende impotenti, umilia, indurisce gli animi e crea un forte sentimento di rabbia contro la società. Per avere notizie dal mondo esterno e dai propri familiari bisogna aspettare il colloquio, mentre le giornate scorrono tutte uguali. Per la donna esso assume risvolti strazianti per lo speciale legame che unisce una madre ai propri figli, una particolarità non da poco, che si scontra con l’inadeguatezza del sistema carcerario modellato sulle esigenze maschili. Leggi che consentirebbero di fare di più e meglio ci sono ma, come spesso succede, esse sono contenitori di buoni propositi, che si prestano a interpretazioni soggettive e si scontrano con i limiti di strutture, risorse e inghippi burocratici.

I reati femminili 
La violazione della legge sulla droga e i reati contro il patrimonio costituiscono il motivo della condanna per la stragrande maggioranza delle detenute. È presente la prostituzione con reati connessi come il favoreggiamento e l’induzione; solitamente ne sono incriminate le immigrate africane o dell’Europa dell’Est e dei Paesi Balcanici.
Esaminando nel dettaglio i reati più frequentemente commessi dalle donne, emerge come quelli contro la persona, considerati la misura più indicativa della pericolosità sociale, si attestino intorno al 13% dei delitti commessi, sia rispetto al 34,4% dei reati legati alla droga (dato che concorda con l’alto numero di tossicodipendenti presenti all’interno delle carceri italiane) e sia rispetto al 22,2% dei reati contro il patrimonio (furto, rapina, danneggiamento, truffa).
Rilevante è quindi il problema delle tossicodipendenti, che sono la maggior parte delle detenute, le quali hanno in genere pene detentive brevi ma nella maggior parte dei casi sono recidive: ciò significa che la popolazione carceraria cambia costantemente ed è difficile programmare qualsiasi attività di recupero.
Ancora molto rare e distribuite disomogeneamente sul territorio, sono le comunità terapeutiche che accolgono madri con bambini e non sempre sono disponibili all’accoglienza per la scarsezza di posti a disposizione. Una sistemazione detentiva migliore ipotizzabile, laddove non fosse possibile applicare la pena alternativa, è presso le cosiddette Custodie Attenuate: questi sono istituti o sezioni penitenziarie con norme peculiari e regime di bassa custodia che favorisce una forma migliore di trattamento della tossicodipendenza.

La maternità in carcere 
Maternità e reclusione sono due condizioni in conflitto fra loro e la seconda comunque sembra negare la possibilità alla prima di esprimersi se non in situazioni di estremo disagio. Queste condizioni di difficoltà legate alla carcerazione si vanno a sovrapporre a quelle sociali, ambientali ed affettive già presenti e dalle quali risulta oltremodo difficile potersi staccare. Esistono in Italia diversi gruppi ed associazioni che da anni si occupano del problema delle madri con figli dentro ma anche fuori dal carcere, per cercare di dar loro un sostegno e aiutare i bambini ad avere una vita serena nonostante le difficoltà che la vita all’interno dell’ambiente carcerario comporta o che il distacco dalla figura materna ha creato. In diverse città esistono o sono in progetto delle case famiglia, ovvero delle strutture residenziali di tipo familiare per le detenute e i loro bambini, che consentono alle detenute che possono usufruire di misure alternative alla detenzione, di uscire dal carcere e vivere con i loro figli in un ambiente protetto ed adeguato.
Il controllo relativo all’esecuzione delle misure alternative è garantito dall’Amministrazione Penitenziaria, mentre la struttura, il finanziamento e la gestione operativa sono assicurati dal Comune. Le potenzialità di queste strutture non si esauriscono nella dimensione alloggiativa. Gli obiettivi della casa famiglia, infatti, sono: aiutare la donna a ricostruire un percorso di autonomia individuale, attivare occasioni e risorse che facilitino la formazione e l’inserimento sociale e lavorativo, sostenerla nel recupero dei legami affettivi e familiari e nel rapporto con il figlio, assisterla nell’assolvere alle incombenze burocratiche legate alla sua situazione giudiziaria. Pertanto, la gestione della casa deve essere affidata a personale professionalmente esperto e con una forte motivazione individuale. Come l’intervento, anche gli spazi e gli arredi della casa famiglia devono essere pensati e realizzati per accogliere mamme con bambini, garantendo sia la necessaria privacy che adeguati spazi per il gioco e per la socializzazione, sia interni che esterni alla struttura.

Il carcere di Rebibbia a Roma
A Roma si è affrontato concretamente il problema delle madri detenute con figli che, uscite dal carcere, non hanno un posto dove andare. La legge Finocchiaro, infatti, sembra non aver preso in considerazione il fatto che le madri detenute che sono nelle condizioni di poter usufruire della detenzione domiciliare speciale, nella maggior parte dei casi non hanno una famiglia pronta ad accoglierle né tanto meno una casa in cui poter vivere con i loro figli. È stata creata qualche anno fa una struttura che risolve, anche se solo per poche donne, questo problema: è una casa di accoglienza (una casa famiglia) creata a Roma nel territorio della V circoscrizione (Via Nomentana), nata proprio per venire incontro a questo bisogno.
Sono a disposizione, all’interno della casa, alcuni posti per area della detenzione e altri per donne non carcerate che si trovano in particolari situazioni di bisogno. La casa, inoltre, può essere un punto d’appoggio anche per le donne in permesso premio che non sanno dove andare o non possono tornare nelle loro case.

Info tratte da Ristretti.it

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