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Depressione post parto e diritti di una mamma che lavora

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Depressione post parto e lavoro: come funziona il congedo durante l'astensione obbligatoria e quella definitiva. Cosa dice la legge e quanto tempo ci si può assentare dal lavoro

Depressione post parto e lavoro

La depressione post partum è una malattia che colpisce - secondo stime ufficiali del Ministero della Salute - tra l’8 e il 12% delle neo mamme (altri dati di Save The Children dicono che la percentuale arrivi al 16%), anche se si tratta di un fenomeno sottostimato. Non bisogna confonderla con il baby blues, una manifestazione che riguarda invece il 70% delle neo mamme e che è legata ai cambiamenti ormonali dovuti alla gravidanza. Si può parlare di depressione post parto quando i sintomi - come il pianto o l’umore negativo - si prolungano per più di due settimane consecutive dopo il parto.

La sintomatologia è diversa e variegata, per questo è difficile avere subito una diagnosi precisa. Per esempio si possono avere ansia, difficoltà a stare con il bambino, pensieri negativi, poco o troppo appetito, necessità di dormire in maniera eccessiva oppure si soffre di insonnia. La malattia dipende da diversi fattori: se la mamma ha già in precedenza sofferto di depressione, se qualcuno in famiglia ne ha sofferto, se è avvenuto un parto traumatico, oppure possono intervenire motivazioni economiche o relazionali, come la mancata presenza del partner o del supporto parentale.

Come si deve comportare una donna lavoratrice che soffre di depressione post parto?

Quali sono i documenti che deve presentare al proprio datore di lavoro?

Storie di depressione post parto

Legge sulla depressione post parto

Partiamo col dire che, ad oggi, non ci sono regole specifiche che chi soffre di depressione post parto debba rispettare. In sostanza, questo significa che tale problema deve essere trattato come una qualunque malattia che possa affliggere la lavoratrice - dice Valeria Bertuccioli Bargnesi, avvocato cassazionista specializzato in diritto di famiglia - Ciò che è davvero importante è quando viene diagnosticata: occorre distinguere, cioè, se la donna si ammala nel periodo di maternità, cioè in quel periodo in cui deve astenersi obbligatoriamente dal lavoro o nella fase di astensione facoltativa, usufruendo dei cosiddetti congedi parentali.

Congedo dal lavoro per depressione post parto durante astensione obbligatoria

Quando la donna si ammala nel periodo di astensione obbligatoria - di solito gli ultimi due mesi prima del parto e i successivi tre dopo la nascita, oppure l’ultimo mese e i successivi quattro se la donna ritiene di riuscire a lavorare fino alla fine della gravidanza - “sussiste una tutela particolare: la lavoratrice gode dell’80% dell’indennità giornaliera della retribuzione per cui questa percentuale (più alta rispetto a quella per indennità di malattia) ricomprende ogni altra indennità spettante per malattia” dichiara Maurizio Calvitti, consulente del lavoro - “In questo caso la lavoratrice non è tenuta neanche a comunicare al datore di lavoro l’insorgenza della patologia attraverso il certificato medico”.

In altre parole, la mamma con la DPP può astenersi dal lavoro per un totale complessivo di 5 mesi totali, senza alcun tipo di avvertimento.

Congedo dal lavoro per depressione post parto durante astensione facoltativa

Qualora invece la donna soffrisse di depressione post parto durante l’astensione facoltativa,

La lavoratrice può decidere di sospendere la fruizione del congedo parentale - per cui si ha diritto, fino al sesto anno di vita del figlio, ad un’indennità giornaliera pari al 30% della retribuzione - per ottenere l’indennità per malattia, cioè la retribuzione che il lavoratore riceve in busta paga in caso di assenza giustificata sul lavoro per problemi di salute - dice l’avvocato Bertuccioli Bagnesi.

In questo caso, la donna si può assentare dal lavoro “dopo essere stata visitata dal medico che produce un certificato e lo trasmette telematicamente all’Inps e al datore di lavoro, dove comunque non viene indicata la malattia di cui è affetta la paziente” dice Calvitti.

La tutela economica in questo caso è diversa a seconda dell’inquadramento professionale e del contratto collettivo applicato in Azienda: “solitamente per i lavoratori dipendenti equivale al 50% della retribuzione giornaliera, per il periodo che va dal il 4° al 20° giorno di malattia. Dal 21° giorno al 180° è pari al 66,66%”, prosegue il consulente.

Depressione post parto e visita fiscale

Durante il congedo di maternità obbligatoria, non si è soggette ad alcuna visita fiscale, mentre nel periodo di congedo facoltativo, “la lavoratrice madre deve essere reperibile nella propria abitazione per le cosiddette visite fiscali ed i periodi di malattia si calcolano ai fini del raggiungimento del periodo di comporto, ovvero il limite massimo di assenze per malattia, superato il quale, il datore di lavoro può intimare il licenziamento”, dice l’avvocato.

La lavoratrice deve essere reperibile nella propria abitazione o in un domicilio indicato nel certificato medico per eventuali visite fiscali “negli orari indicati dall’attuale legislazione (10 – 12 e 15 – 17)” continua Calvitti.

Quanto tempo ci si può assentare dal lavoro

È importante sottolineare che

la lavoratrice ha diritto a conservare il proprio posto di lavoro per tutto il periodo stabilito dalla legge, dagli usi e dalla contrattazione collettiva. Durante questo periodo il datore di lavoro ha l’obbligo di conservare il posto di lavoro e non può licenziare la lavoratrice, se non per giusta causa - dichiara sempre Calvitti.

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