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Aborto e medici obiettori, come garantire i diritti di tutti?

I medici hanno il diritto di opporsi all'aborto, ma le donne hanno il diritto di sottoporsi ad interruzione di gravidanza: come si possono conciliare i due diritti?

Abortire non è una decisione semplice da prendere. E sono numerosi i motivi che spingono una donna ad intraprendere questa scelta, dopo aver scoperto di aspettare un bambino. Ma oltre a tutti i problemi di natura psicologica che una donna deve affrontare, in alcune zone d'Italia si aggiungono problemi di carattere pratico: la presenza negli ospedali di medici obiettori che sono contrari all'aborto e che si rifiutano di effettuarli, anche se c'è una legge che permette alle donne di abortire entro la 12° settimana.



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Due ricercatrici, Valeria Galanti dottoranda all’Imt Institute for Advanced Studies di Lucca ed Emanuela Borzacchiello dottoranda all’Università Compluense de Madrid, hanno pensato di raccogliere le storie di quelle donne che hanno scelto l'aborto, ma che si imbattono in un medico obiettore.

Le due ricercatrici vogliono affrontare nel loro studio due diritti opposti: quello dei medici di essere obiettori e quello delle donne di scegliere di non portare avanti la gravidanza (previsto dalla Legge 194). E così raccontano della morte del ginecologo non obiettore del Policlinico Federico II di Napoli, unico ad effettuare aborti, che ha causato l'impossibilità di praticare IVG (interruzioni volontarie di gravidanza) per due settimane. O del dottore di Bari, unico medico non obiettore, che è andato in ferie ed è stata sospesa la somministrazione della RU486, la pillola abortiva. Storie di "normale" amministrazione.



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Raccontano le ricercatrici: "In Italia i medici non obiettori sono ormai pochissimi e, a giudicare dai dati del Ministero della Salute, sono in via d’estinzione". Basta pensare che i medici obiettori nel 2005 erano il 58,7%, mentre nel 2009 il 70,7%. Un aumento notevole. E continuano: "Ancora più allarmanti i dati relativi agli ospedali pubblici, la Laiga (Libera Associazione Italiana Ginecologi per l’Applicazione della Legge 194/78) denuncia che, nel Lazio, i ginecologi obiettori sono ormai oltre il 91%".

La Laiga ha organizzato un convegno nell’Aula Magna dell’Ospedale Forlanini di Roma, per stabilire le linee guida e le proposte in fatto di aborto da sottoporre al nuovo Ministro della Salute e agli Assessori regionali, per far in modo che le donne che scelgono di sottoporsi all'aborto non debbano scontrarsi contro la burocrazia e che a tutte sia garantito il diritto di effettuare una libera scelta, dal momento che esiste una legge che lo prevede.

L'associazione quindi chiede “rispetto” dell’embrione e della donna, che può decidere di abortire per esigenze di vario genere; "informazione", perché tutte devono essere in grado di ricevere tutte le informazioni ed il sostegno di cui hanno bisogno; “sicurezza”, perché i medici devono essere aggiornati per garantire la salute delle donne.



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Le due ricercatrici non vogliono negare ai dottori il loro diritto ad opporsi all'aborto, ma "l’obiezione di coscienza non deve rendere, di fatto, inapplicabile la 194. Anche il Comitato nazionale di Bioetica riconosce che l’interruzione di gravidanza debba essere sempre e comunque garantita come un diritto fondamentale alla salute psichica e fisica della donna". Cosa che, al contrario, in molti ospedali, dove tutti i medici sono obiettori, non avviene. Per questo "l’obiezione di coscienza deve essere disciplinata".

E la soluzione non sembra essere così difficile: "La soluzione proposta e condivisa da tutte le istituzioni è semplice: bisogna organizzarsi meglio, in modo che la libertà degli uni finisca dove inizia quella degli altri. Si tratta di promuovere una cultura del bilanciamento dei diritti fondamentali. La legge 194 non prevede misure concrete per trovare un equilibrio fra tutti i diritti in gioco e ha bisogno di essere integrata. Il persistere di questa situazione potrebbe anche configurare la possibilità di denunce di fronte alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo per violazione dell’articolo 8, diritto al rispetto della vita privata e familiare, della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, come già successo ad altri paesi membri. C’è da chiedersi per quanto tempo ancora l’Italia continuerà ad ignorare le proprie responsabilità".
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