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E' etico affidarsi ad una madre surrogata?

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Il caso di una coppia gay che ha fatto ricorso ad una madre surrogata in Thailandia spinge ad una riflessione sulla natura etica di queste procedure

Maternità surrogata e problemi etici

Le nuove procedure legate alle tecniche di procreazione medicalmente assistita hanno permesso a moltissime coppie in tutto il mondo di realizzare il loro sogno di diventare genitori. E in molti paesi sono permesse anche procedure come l’utero in affitto, la maternità surrogata, la fecondazione eterologa (recentemente autorizzata anche in Italia).

Ma aldilà degli aspetti puramente tecnici queste modalità di diventare genitori implicano molto spesso problematiche e dubbi di natura etica che difficilmente un legislatore potrà risolvere.

Quando si tratta di maternità e paternità si mettono in gioco sentimenti profondi, atavici, e giocano un ruolo importante anche sentimenti legati al proprio vissuto, alla propria storia familiare, alle proprie insicurezze.

Portare in grembo un bambino per nove mesi e partorirlo per poi darlo ad una coppia di aspiranti genitori è ciò che fanno, ad esempio, le madri surrogate. In molti casi la vicenda va a buon fine, con buona pace di tutti. Ma in molti altri casi, invece, le cose non filano lisce e alla nascita del bambino seguono aspre battaglie legali (non sempre combattute nel proprio Paese di appartenenza, e quindi con le proprie leggi) che a volte durano per anni.

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E’ il caso della coppia gay composta da un americano e uno spagnolo, Gordon Lake e Manuel Santos, rispettivamente americano e spagnolo, che ha avuto una bambina da una donna thailandese che poi dopo il parto si è rifiutata di firmare i documenti per il passaporto della piccola Carmen. A tutt’oggi è in corso una guerra tra la coppia di genitori (che vive in una località segreta in Thailandia insieme a Carmen in attesa di capire come muoversi senza vedersi togliere la bambina) e la madre surrogata (che non è nemmeno una madre biologica perché gli ovuli impiantati provenivano da una terza donna donatrice).

Come racconta Adele Parrillo su Il Fatto Quotidiano, Patidta, la donna thailandese che aveva accettato di portare avanti la gravidanza, nega che la sua decisione di rivolere la bambina sia legata al fatto che la coppia di genitori sia omosessuale, ma ad un attaccamento nei confronti della piccola, portata in grembo per nove mesi.
Nel frattempo la Thailandia ha messo al bando la maternità surrogata a scopo di profitto e tutta la vicenda è rimasta in un limbo. Sono passati due anni e nulla si è mosso.

Si tratta di una vicenda che dimostra chiaramente quanto sia difficile pensare alla maternità surrogata come ad una pratica in fondo semplice per realizzare il proprio desiderio di maternità.
In genere si sceglie di utilizzare ovuli di una terza donna e di coinvolgere una madre surrogata solo per portare avanti la gravidanza e partorire proprio per evitare che quest’ultima sviluppi un particolare attaccamento al bambino. Ma anche in questo caso non sembra che questo tuteli gli aspiranti genitori dal trovarsi imbrigliati in battaglie legali senza fine in un Paese straniero dove le leggi cambiano facilmente.

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Ma la riflessione etica potrebbe andare oltre. La maggior parte delle madri surrogate si trovano in Paesi dell’Europa dell’Est  o in India, in Thailandia, in Paesi, insomma, in cui vigono condizioni economiche sociali difficili. E’ lecito, quindi, porsi la domanda se sia etico “sfruttare” le difficoltà economiche di queste donne che mettono il proprio corpo a disposizione di coppie benestanti provenienti da Paesi europei e d’Oltreoceano solo per guadagnare del denaro

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