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Il parto indotto: come funziona e quando si fa

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Il parto indotto consente di far nascere il bambino senza indugi quando si verifica la necessità. Vediamo come funziona e in quali casi è indicato

Parto indotto

Il parto indotto è una tecnica ostetrica di grande importanza perché permette di far nascere il bambino in tempi rapidi laddove si verifichino complicanze o problematiche a fine gravidanza e può comunque garantire alla mamma un parto vaginale senza dover fare ricorso al parto cesareo.

Indicazioni per il parto indotto

Il travaglio può essere indotto prima del termine in caso di:

  • cattivo funzionamento della placenta che causa un arresto della crescita del bambino, quindi un distacco della placenta o un suo deterioramento;
  • patologie che affliggono la partoriente come la pre-eclampsia;
  • gravidanza oltre il termine con nessun inizio di travaglio: in genere si attendono una o due settimane prima di passare all'induzione;
  • oligoidramnios: cioè una scarsa quantità di liquido amniotico che può mettere a rischio il bambino;
  • rottura anticipata delle acque senza alcuna contrazione, il che espone la madre e il feto ad un maggiore rischio di infezioni.
Parto: le fasi del travaglio

Come funziona il parto indotto

Le tecniche utilizzate per l'induzione del parto sono quattro:

  • Distacco delle membrane: lo scollamento delle membrane consiste nell'allontanare manualmente le membrane dalla cervice lasciandole intatte. Viene fatta dall'ostetrica o dal ginecologo e può causare anche un'abbondante emorragia.
  • Rottura artificiale delle acque: si esegue tramite una sorta di uncino. Questa pratica è indolore e solitamente vi si ricorre quando la cervice ha già cominciato il suo processo di dilatazione
  • Prostaglandine:  consiste nell'introduzione di candelette vaginali all'interno dell'utero. Nonostante a volte questa pratica non scateni l'inizio del travaglio consente l'ammorbidimento di una cervice ancora ben chiusa agevolando la dilatazione con l'impiego dell'ossitocina. La maturazione della cervice può essere indotta anche attraverso un pessario, cioè un anello in silicone che viene collocato nella vagina oppure con l'utilizzo di dilatori meccanici, come un catetere di Foley o dei derivati dell'alga laminaria. In particolare il catetere di Foley è un piccolo tubicino di gomma flessibile che alle estremità ha un palloncino gonfiabile: viene inserito in vagina e poi gonfiato con soluzione salina in modo che il palloncino, gonfiandosi, vada ad allargare le pareti della cervice.
  • Ossitocina: una versione sintetica dell'ormone che da il via alle contrazioni viene iniettata attraverso una flebo. L'ossitocina agisce stimolando le contrazioni e rendendole più efficaci nel processo di dilatazione.

I rischi del parto indotto

Tutte queste procedure comportano comunque dei rischi per la mamma e il bambino e quindi è importate fare una valutazione attenta della situazione prima di decidere di praticare un'induzione. In qualche caso sarà comunque necessario praticare un taglio cesareo.

In linea generale i rischi del parto indotto sono da ricondursi a:

  • ricorso al parto cesareo: non tutti i parti indotti poi si concludono con un parto vaginale, soprattutto se la scelta di praticare un'induzione è nata da complicanze e problematiche che possono mettere a rischio il feto o la mamma si decide per un cesareo quando l'induzione non porta ad un travaglio rapido e decisivo;
  • nascita prematura: è necessario fare un'attenta valutazione dei rischi e dei benefici dell'induzione al parto, soprattutto per non correre il rischio che il bambino sia prematuro, Per questo non si pratica l'induzione prima della 39esima settimana di gravidanza;
  • emorragie dopo il parto, causate dall'assenza di contrazione spontanea delle pareti uterine;
  • anomalie del ritmo cardiaco del bambino, alcuni medicinali utilizzati per praticare l'induzione, come ad esempio la prostaglandine o l'ossitocina, possono portare ad una riduzione della frequenza cardiaca;
  • aumento del rischio di infezioni sia nella mamma che nel bambino.

Quanto dura il parto indotto

Molo dipende dal grado di maturazione della cervice. In caso di grave immaturità possono volerci anche giorni prima che il travaglio vero e proprio abbia inizio. Al contrario, se la cervice è abbastanza matura un'induzione può rapidamente dare il via al travaglio.

In linea generale possiamo dire che con l'ossitocina si aspetta circa 4-5 ore per vedere se ha un effetto, mentre le candelette di prostaglandine vengono lasciate agire per dodici ore. Le metodiche di tipo meccanico, come la rottura delle acque o lo scollamento delle membrane, dovrebbero dare inizio al travaglio nel giro di poco tempo, ma si tende comunque ad aspettare dodici ore prima di fare una valutazione e capire se provare con un altro metodo oppure andare direttamente in sala operatoria per il cesareo.

Nel caso in cui un primo metodo di induzione non dovesse andare a buon fine si potrà provare con un altro, ma anche in questo caso sarà il medico a fare un'attenta valutazione della situazione e del rapporto tra rischi e benefici e scegliere se optare per una nuova induzione o per un parto cesareo.

Le esperienze di parto indotto

In genere le contrazioni e il travaglio del parto indotto possono essere più dolorose di quelli legati al parto naturale e i medici avvertono la donna di questa possibilità. E' quindi bene pensare alla concreta possibilità di fare l'epidurale per sentire meno dolore.

Su PianetaMamma trovate tanti racconti parto, e alcuni anche di mamme che hanno vissuto l'esperienza del parto indotto. E' il caso di Emanuela che alla 41esima settimana ha dato alla luce suo figlio con un parto indotto con l'ossitocina.

 

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