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Induzione al parto: tutti i metodi per farla

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Iniezioni, manovre con le mani o introduzione di strumenti e cateteri: ecco tutti i modi con cui si può praticare l'induzione al parto. L'ostetrica ci spiega quando è necessario indurre il parto e quali sono i rischi

Induzione al parto

Siamo arrivate alla 40 settimana, la data presunta del parto è stata superata e il bambino non ha alcuna intenzione di nascere, cosa succede? Normalmente si lasciano passare una settimana e mezza, massimo due, prima di procedere a quella che viene chiamata induzione del travaglio e del parto. È una vera e propria forzatura del travaglio affinché il bambino nasca. Prima di capire quali sono i metodi e le indicazioni per cui viene effettuata un’induzione vediamo di capire ciò che è fondamentale ovvero il perché. Perché non lasciare che la natura faccia il suo corso e il bambino nasca quando è pronto.

Se parliamo della fisiologia il bacino di una donna ha una certa dimensione determinata dalla forma delle sue ossa. Un bambino che resta dentro la pancia oltre un certo periodo di tempo rischia di diventare troppo grosso, esponendo sé stesso e la mamma ai rischi derivanti da un’incapacità fisica di passare attraverso delle ossa che non possono essere allargate più di tanto. Se ci affacciamo al mondo della patologia invece ci sono molteplici motivazioni per cui può rendersi necessaria un’induzione del parto: infezioni latenti, mancata crescita del bambino nell’ultimo periodo della gestazione. Anche se nei casi di patologie importanti e urgenze si procede direttamente col taglio cesareo.

Parto: le fasi del travaglio

Tecniche di induzione del travaglio

Abbiamo quindi capito che spesso se un travaglio non parte spontaneamente entro due settimane dalla data presunta del parto si cerca di intervenire. Ma come? Qui dobbiamo distinguere due grossi filoni di intervento: le pratiche farmacologiche/invasive e le pratiche non farmacologiche. All’interno delle tecniche tradizionali di induzioni e quindi quelle farmacologiche possiamo trovare un’ulteriore suddivisione. Per scegliere quale metodologia applicare viene effettuato un test, lo score di Bishop, che assegna dei punteggi a seconda delle caratteristiche che il collo dell’utero a fine gravidanza può presentare (ad esempio, posizione, consistenza, dilatazione ecc.).

  1. Se questo punteggio risulta superiore ad un valore soglia di 7 allora si procederà a favorire un travaglio che sarebbe di lì a poco iniziato attraverso l’uso dell’ossitocina sintetica somministrata per via endovenosa, associata all’amnioressi ovvero la rottura manuale del sacco amniotico. Questa pratica è però molto contrastata anche nella letteratura scientifica e, in alcune strutture, si preferisce utilizzare un metodo non invasivo: l’applicazione interna al collo dell’utero di una piccola strisciolina imbibita di prostaglandine. Questi ormoni sembrano avere un effetto decisamente accelerante sulle modificazioni del collo dell’utero che portano al travaglio, senza presentare il fattore cruento per mamma e bambino dovuto alla rottura delle membrane.
  2. Se invece lo score di Bishop non risulta favorevole e quindi è inferiore a 7 può essere utilizzata una tecnica differente annoverata tra quelle non farmacologiche, ovvero l’introduzione di un catetere che inizi le modificazioni necessarie all’avvio del travaglio, una sorta di dilatazione meccanica dolce tramite il gonfiaggio del palloncino presente nel catetere. Oltre a questa tecnica è possibile anche lo scollamento delle membrane, il che non implica la loro rottura con la fuoriuscita del liquido amniotico. Semplicemente vengono manualmente staccate dal collo dell’utero per cercare di indurre la loro rottura e la partenza del travaglio.
  3. Tra i metodi non farmacologici vi sono anche i “rimedi della nonna” (olio di ricino e simili) che però sconsiglio fortemente di utilizzare se non sotto stretto controllo di un professionista sanitario. L’inizio del travaglio è una fase molto delicata e non è il caso di azzardare rimedi mai provati in precedenza senza sapere nemmeno quali sono gli effetti che possono avere sulla mamma e sul bambino.

Quanto dura un’induzione? 

La risposta alla domanda quanto dura è molto semplice: fino a quando ha inizio il travaglio. Detto questo però dobbiamo considerare il fatto che esiste la possibilità di un fallimento delle tecniche di induzione qualunque esse siano. Cioè esistono dei casi, e purtroppo non sono prevedibili, in cui né i metodi farmacologici né quelli non farmacologici hanno effetto e quindi si deve necessariamente procedere con un taglio cesareo.

  • Consideriamo l’induzione farmacologica. L’ossitocina è un farmaco molto potente che va somministrato con cautela quindi si parte da un dosaggio minimo che verrà aumentato via via fino all’ottenimento del risultato, lasciando ovviamente il tempo all’utero di reagire. Indicativamente possiamo dire che di media per questa tecnica possono volerci dalle 2 alle 4 ore perché possa far iniziare il travaglio. Se non si hanno effetti o sintomi si sospende. La fettuccia o gel di prostaglandine viene invece lasciato all’interno del collo dell’utero per 12 ore (anche se i recenti studi non evidenziano problematiche nel lasciarlo in sede anche 24 ore) e si aspetta che faccia effetto. Anche in questo caso se non dovesse funzionare si sospende e si cambia metodica.
  • Chiaramente i metodi meccanici come amnioressi e scollamento delle membrane o l’inserimento del catetere sono istantanee ma anche qui si sta ad osservare per 12 ore per poi decidere come procedere. Quindi può essere una procedura piuttosto lunga.

Induzione del parto è dolorosa?

Sul doloroso dipende molto dalle condizioni locali e dalla tecnica utilizzata. Chiaramente tutto ciò che è manuale implica che il medico con le sue mani e/o strumenti forzi la situazione locale, e quindi il dolore in questo senso può essere causato dall’invasività della procedura. Le tecniche farmacologiche invece sono dolorose nel senso che inducono la reazione dell’utero scatenando le contrazioni, a volte piuttosto forti e non sempre efficaci. Può capitare la comparsa di nausea e vomito dovuta al dolore delle contrazioni, ed esiste l’inconveniente che non è possibile muoversi più di tanto per via della flebo, o del gel posizionato nel collo dell’utero.

I rischi dell’induzione

Se ci fossero rischi elevati è evidente che queste procedure non verrebbero applicate. Va però considerata una certa percentuale di donne in cui l’induzione va evitata. Come capire quali sono? Innanzitutto basandosi sulla storia clinica, storie di emorragie o parti precipitosi fanno optare ad esempio per metodi non farmacologici. I farmaci anche se in minima quantità passano per la placenta e raggiungono il bambino quindi, proprio per evitare rischi ad entrambi viene costantemente monitorato sia il battito cardiaco del bambino sia le funzioni vitali e le contrazioni materne. Esistono infine delle condizioni in cui l’induzione è assolutamente controindicata e sono le seguenti:

  • il travaglio è già in corso
  • il bambino è podalico
  • vi sono alterazioni di qualsiasi tipo del battito cardiaco del bambino o della tipologia di contrazione uterina
  • la placenta non è posizionata in modo tale da consentire il parto vaginale e interventi chirurgici molto invasivi sull’utero.

Le linee guida sull’induzione, quando va eseguita?

Secondo recenti dati raccolti dalla Società Lombarda di Ginecologia e Ostetricia le induzioni di travagli in condizioni di gravidanza fisiologica stanno aumentando ad addirittura 1 su 5, e questo non sempre sembra essere associato ad un reale bisogno di induzione, quanto piuttosto a tecniche di “anticipazione volontaria senza causa” e non aderenti alle linee guida italiane ed internazionali. Le linee guida sono molto precise ma ammettono anche situazioni intermedie, in cui non si sa se aspettare o meno che il travaglio insorga spontaneamente a patto che questi casi vengano discussi all’interno di un’equipe di professionisti.

Quando indurre il travaglio?

Vediamo quando è consigliato indurre un travaglio:

  • gravidanza protratta oltre le 41 settimane e 5 giorni
  • rottura delle membrane e perdita del liquido amniotico prima dell’inizio del travaglio (solo se non compaiono segni di travaglio entro 12 ore dalla rottura e in questo caso è necessario il ricovero ospedaliero)
  • assenza di liquido amniotico o quantità molto scarsa in una gravidanza che ormai ha superato le 37 settimane.

Concludendo il tema dell’induzione del travaglio è molto complesso, discusso e in continua evoluzione in merito a parametri, tecniche e tempistiche. Quello che consiglio di fare è di affidarsi sicuramente al ginecologo/ostetrica che vi segue in gravidanza e decidere insieme, leggendo i protocolli dei vari ospedali, quale potrebbe fare al caso vostro se dovesse capitare di dover ricorrere all’induzione.

 

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Le indicazioni contenute in questo sito non intendono e non devono in alcun modo sostituire il rapporto diretto fra professionisti della salute e il lettore. È pertanto opportuno consultare sempre il proprio medico curante e/o specialisti. Disclaimer»
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