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Gravidanza a rischio: il racconto del parto

Una nostra collaboratrice racconta le emozioni vissute durante una gravidanza difficile e il suo parto

RACCONTO PARTO - Laura, una nostra collaboratrice, affida a Pianetamamma il racconto della sua difficile gravidanza e del suo parto avvenuto un mese prima del termine. Emozionanti le sue parole, piene di paura, ma anche di fiducia nella bambina che cresceva nel suo grembo, piena di voglia di vivere. Ecco il racconto della sua gravidanza e del suo parto. 

“Può anche non essere niente, ma certe gravidanze partono male.” Credo che con questo il mio dottore volesse in un certo senso rassicurarmi quando, alle primissime settimane, una sera cucinando le polpette ho notato una inequivocabile macchia rosso scuro allargarsi sui miei pantaloni. E visto che le sfighe non vengono mai da sole, ero fuori città. Ho dovuto aspettare due settimane prima di avere il responso che sì, il cuoricino batteva ancora, nei primi mesi può succedere, ah che spavento abbiamo preso ma ora è passata, ok.

Quello che ancora non sapevo era che avrei sviluppato un’irrazionale idiosincrasia verso le polpette (con immenso rammarico dei miei familiari) e che quella sensazione, di passare in un attimo dal terrore al sollievo, l’avrei provata ad ogni successiva ecografia. Lungi dall’essere un caso isolato, le emorragie mi hanno accompagnato invece per tutta la gravidanza, insieme alle corse al pronto soccorso, ricoveri in ospedale, vita di clausura e mille diagnosi di volta in volta sempre più deprimenti.

Il mio parto lirico

Se finora avevo pensato di essere circondata da persone semi-pensanti, o addirittura intelligenti, la gravidanza sembrava aver trasformato tutti in un branco di decerebrati. Dai “Non andrà bene, facciamocene una ragione” ai “Se la Natura se ne vuole liberare, vuol dire che il feto ha dei problemi”; a casa un’altra bimba che non si capacitava perché non potesse più fare con me tutte le cose di prima; dentro, solo terrore puro, a cui ogni ecografia dava un temporaneo sollievo “C’è ancora battito”.

Ti stringevo nella pancia e dicevo “Non andartene” come se fosse colpa tua. Indagavo ogni sintomo e facevo assurdi test paragonando il risultato con la gravidanza precedente, come annusare un bicchiere di vino e vedere se mi dava la nausea, e se questo non succedeva, andavo completamente nel panico. Ma tu resistevi, forte; eri tu a lottare mentre io ero paralizzata dalla paura.

L’ho capito quando c’è stato da decidere se fare l’amniocentesi: durante la prima gravidanza non l’avevo fatta, ma stavolta il B-test aveva dato un basso risultato. Ho telefonato al mio dottore, erano le otto di sera e abbiamo parlato per oltre un’ora. Mi ha detto che nelle mie condizioni la probabilità abortiva dell’esame si alzava di molto. A quel punto, parlando con lui ho capito che non stavo scegliendo se fare l’amniocentesi o meno.

Stavo scegliendo tra te e la paura; quella sensazione di angoscia perenne che ormai guidava ogni mio pensiero, scelta e azione, che mi aveva cambiato e reso una persona diversa, che non volevo essere. Io volevo la fede: fede in te, che ce l'avresti fatta.

Non ho fatto l’amniocentesi, ma la mattina dopo mi sono alzata, ho preparato la tua sorellina e sono uscita, per la prima volta dopo settimane; il sole non mi era mai sembrato così luminoso. Siamo andate ad un bar vicino a casa e ho preso un caffellatte; non so dire se mi avesse dato nausea oppure no. Ascoltavo la tua sorellina che mi parlava delle sue cose, dopo tanto tempo la ascoltavo davvero.

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Sei nata un mese prima del termine, e quando sei uscita ti ho acchiappato al volo: volevo essere proprio la prima a prenderti in braccio, stavolta. Mi hai urlato in faccia e poi ti sei attaccata al seno come per dire “se proprio non c’è di meglio”. Ancora una volta lottavi per la tua vita, non hai mai smesso di farlo.

Ma più tardi, quando ero in camera e hanno portato tutti i neonati, tu non c’eri. Ho aspettato finché il rumore delle rotelle delle culle non si è sentito più, e ho aspettato ancora. Solo allora sono sgusciata fuori dal letto e sono corsa al nido, col cuore il gola. Mi hai fatto prendere un altro bello spavento.

Eri nell’incubatrice che ti agitavi, spiazzata dall’avere all’improvviso tutto quello spazio intorno. “Sta bene, ma per la prima notte la teniamo qui, è la prassi” mi ha detto l’ostetrica. “Per favore, la tiri fuori. E’ meglio se la tengo io.” ho risposto.

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