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Il racconto del parto con epidurale di R.

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La nostra ostetrica Barbara Colombo ci racconta la storia di un parto doloroso e difficile

Ed eccomi di nuovo qui a raccontarvi una storia di parto, una storia di una donna che ha tanto desiderato questo bambino ma che ha avuto molta paura una volta entrata in travaglio e iniziata la strada verso la nascita del piccolo F.

Ho seguito R. durante la gravidanza e con lei ho affrontato il corso di accompagnamento alla nascita. R. è una donna molto rigida con se stessa e con gli altri, non si concede errori, deve essere tutto programmato nei minimi dettagli. Ha sempre sognato un parto indolore quindi è sicura di fare l’epidurale, e ha scelto un grande ospedale di città per partorire, un ospedale che ha tutto ciò che può essere necessario, dagli anestesisti, alla terapia intensiva neonatale.

Il racconto di un parto in casa con lotus birth

Il piccolo però non ha alcuna intenzione di nascere, passa la data presunta del parto, e programmano l’induzione per la 41 settimana. La notte precedente l’induzione però, forse perché la mamma si è rilassata e ha accettato l’idea che il travaglio non arriverà spontaneamente, verso le 4 del mattino mi chiama: “Si sono rotte le acque e sono rosate”. Terrorizzata dal colore del liquido amniotico (anche se è abbastanza comune che possa non essere trasparente come acqua) non riesce a pensare, non capisce più cosa è giusto fare e cosa no, allora per tranquillizzarla e in vista dell’epidurale che voleva fare, le dico di prepararsi e andare in ospedale, ci saremmo viste lì.

Molto gentilmente le colleghe dell’ospedale mi fanno restare al suo fianco (una volta arrivate in ospedale finiscono le mie competenze di ostetrica del territorio sull’assistenza, posso restare accanto alle donne come supporto ma senza operare) anche perché era una notte abbastanza intensa e l’ostetrica stava seguendo altre 4 donne in travaglio. La visita accerta che si è rotto il sacco amniotico, la dilatazione è di due centimetri, siamo solo all’inizio, ma il bambino sta bene e R. riesce a tirare un bel sospiro di sollievo.

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Si rilassa e dice: “Ok ci siamo ora devo solo lasciar fare”. Purtroppo non sempre le parole corrispondono ai fatti e R. non riesce a rilassarsi. Non essendo presente l’ostetrica che l’assiste è costretta alla posizione e al monitoraggio continuo, non è il massimo non potersi muovere, specie quando hai le contrazioni che sono sempre più regolari e iniziano ad aumentare in intensità. Dopo due ore arriva la collega per la visita, siamo solo a tre centimetri, troppo presto per l’epidurale ma anche troppo poco per considerarlo un travaglio che procede bene. Ed ecco comparire l’ossitocina sintetica, direttamente in vena per “dare una scossa” al travaglio e farlo andare avanti più velocemente, il prezzo da pagare sono però contrazioni più forti.

R. non sa cosa dire, e io non posso intervenire, è frustrante non poter parlare dal punto di vista ostetrico, dover far finta di non sapere che anche solo cambiare posizione a volte aiuta il travaglio. Fatto sta che con l’ossitocina R. comincia a stare davvero male, ha la nausea, vomita, le contrazioni sono molto intense e non riesce a tollerare il dolore. Due ore dopo per fortuna il travaglio ha preso il verso giusto e per lei è possibile fare l’epidurale che tanto aspettava. Inizialmente le cose migliorano, lei si rilassa, riesce ad appisolarsi tra una contrazione e l’altra. Ma il sollievo dura poco, dopo solo un’ora riprendono le contrazioni fortissime, chiede il rabbocco dell’analgesia che arriverà solo quando sarà passata solo un’ora e mezza e la dilatazione è ormai a 8 centimetri.

Manca davvero poco ormai, appena la collega esce dalla sala parto guardo R. negli occhi e le dico: “R. ora è il momento di tirare fuori tutta la forza che hai, il tuo corpo sa che cosa deve fare, so che hai una paura folle e che forse non sta andando esattamente come ti immaginavi. F. ora ha bisogno di te, ha bisogno che lo aiuti a nascere e che ti fidi di lui.” Mi ha sorriso tra le lacrime senza dire nulla. Sono le 13. La dilatazione è completa iniziano le spinte. Percepisco una strana tensione sui visi delle colleghe, confermata dal fatto che arrivano i medici ( i medici non dovrebbero esserci se il parto procede in maniera fisiologica). Mi fanno uscire dalla stanza per qualche minuto, sento comunque R. urlare dal dolore e dalle spinte, Niente, sono le 15.30 e il piccolo non è ancora nato.

Bisogna fare qualcosa, c’è chi parla di cesareo, chi di ventosa, per fortuna un medico dice che il cesareo sarebbe senza scopo. Nella stanza cala il silenzio, R. è disperata dal dolore non sa cosa fare è esausta e anche le contrazioni mostrano che l’utero è davvero stanco di lavorare, bisogna intervenire subito. Si opta per la ventosa. Guardo gli occhi di R. gonfi di lacrime e le sussurro all’orecchio “ce la fai, so che ce la fai, vedrai andrà tutto bene io sono qui e osservo”. Alle 15.40 Nasce F. un bambino enorme di 4200gr, adesso tutti abbiamo capito perché ha fatto così fatica a nascere. Le lacrime di sofferenza di R. si trasformano in lacrime di gioia quando vede questo bel bimbo paffutello aprire gli occhi e guardarla.

In fondo il mio lavoro è meraviglioso, vale la pena essere ostetrica anche solo per assistere a quel momento, il momento in cui gli sguardi di mamma, papà e bambino si incrociano per la prima volta.

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