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Mamme nell’ombra: regime giuridico del parto in anonimato

Socialmente l’aspetto manifesto della gravidanza è quello positivo. Siamo abituati a confrontarci con la gioia, la speranza e il successo della procreazione. Tuttavia è innegabile che esistano ancora storie di dolore che portano all'abbandono di neonati

Dott.ssa Federica Federico

Per qualunque donna, l’aspetto più naturale ed istintivo della gravidanza è quello dell’accoglienza.
Da subito una mamma porta il bimbo nel cuore oltre che nella pancia. Nel corso della gravidanza struttura ed articola il proprio ruolo di madre, costruisce il “nido” in cui curerà e crescerà il suo piccolo, immagina il loro rapporto d’amore. Ecco perché alla nascita del figlio è già mamma da nove mesi, ed è subito pronta a dedicare alla sua creatura tutta se stessa.
Tuttavia la poesia della maternità per realizzarsi pretende una serie di contingenze di vita favorevoli e positive. È mamma serena la donna serena.
Socialmente l’aspetto manifesto della gravidanza è quello positivo. Siamo abituati a confrontarci con la gioia, la speranza e il successo della procreazione. Tuttavia è innegabile che esistano ancora storie di disperato dolore, storie di maternità difficili, contrastate o negate dalla povertà, dalla solitudine, dalla violenza, dall’ignoranza (LEGGI). È compito d’una società matura e sensibile accettare e arginare questi drammi.


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Il tragico epilogo di maternità vissute nella disperazione è spesso l’abbandono dei neonati. I  numeri di questo fenomeno devono farci riflettere: ogni anno in Italia vengono abbandonati circa 3000 neonati. E non tutti hanno la fortuna di essere ritrovati e salvati. Del resto le condizioni in cui vengono lasciate queste creature sono sempre precarie. Troppe volte abbiamo avuto notizia di queste piccole vite affidate a  scatoloni di cartone, gettate nei cassonetti, avvolte in coperte che nulla possono contro il freddo e la pioggia (LEGGI).
È di pochi giorni fa la notizia del ritrovamento del cadavere di un neonato nel Bergamasco. Il corpicino senza vita giaceva in una busta di plastica, avvolto in una vestaglia rosa intrisa di sangue.
Difficilmente una puerpera nell’atto di abbandonare il bambino appena partorito ne vuole la morte.

Lo Stato è obbligato a tutelare i neonati a rischio abbandono ed infanticidio. E per farlo deve in primis riconoscere come bisognosa di tutela la possibilità che una madre rinunci al proprio figlio dopo averlo dato alla luce.
Giuridicamente il bambino che nasce vivo è soggetto di diritto. Dal suo primo vagito è persona e come tale gli vengono da subito riconosciuti una serie di diritti fondamentali.
In questo senso al neonato, come alla puerpera, va assicurato, tra gli altri, il diritto alla salute; quindi, madre e figlio hanno diritto ad una idonea assistenza medica.
La legge garantisce alla donna, anche sposata, la possibilità di partorire in assoluto anonimato presso tutte le strutture ospedaliere nazionali.


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Dopo il parto in ospedale la mamma che intenda rimanere “segreta” ha il diritto di non riconoscere il figlio. E, a tutela dell’assoluto anonimato, consapevolmente scelto, nell’atto di nascita del bambino figurerà la dicitura : "nato da donna che non consente di essere nominata".
Il diritto della mamma a segretare la sua identità è inviolabile. Per legge sono tenuti al segreto tutti i professionisti, i loro assistenti e gli incaricati pubblici, in qualunque modo coinvolti nella nascita di un bimbo non riconosciuto, nonché nella stesura dei relativi documenti.

È legittimo domandarsi se un adulto, che non fu riconosciuto alla nascita, abbia in qualche modo la possibilità di risalire all’identità della sua mamma biologica (LEGGI).
Come precisato sopra, il nostro legislatore ha considerato assoluto il diritto della madre a non riconoscere il figlio.
Nel 2001, aderendo a un trend europeo ed internazionale, la legge 149 ha introdotto nel nostro paese il diritto dell’adottato all’accesso alle informazioni relative ai suoi genitori biologici. Ma anche questa legge non ammette deroga alla segretezza imposta dalla madre.
In questo senso la legge specifica che nessuna informazione può essere messa nella disponibilità dell’adottato quando la madre abbia scelto l’anonimato.

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Ammettendo la facoltà della donna di partorire e non riconoscere la sua creatura, ed ammettendo, altresì, il suo diritto alla salute, lo Stato dimostra la reale concretezza del principio di eguaglianza e pari dignità sociale dei cittadini dinnanzi alla legge. Infatti, è anche in forza di tale principio che a tutte le donne, indistintamente, deve essere riconosciuta una adeguata assistenza al parto. Ciò anche laddove la loro maternità non sbocci nell’accoglienza del figlio.
Affinché tale uguaglianza prevista e perseguita dalla legge sia di fatto garantita, occorre, oltretutto, che il personale medico e paramedico che assiste la partoriente sia capace di “sostenerla” e “appoggiarla” nella sua difficile scelta.
I Servizi Sociali, incaricati dal Tribunale, avranno il compito di fornire alla donna tutte le informazioni utili affinché ella sia quanto più consapevole è possibile della propria scelta.
Ed, altresì, porteranno la donna a conoscenza di tutti i suoi diritti e di tutte le possibili risorse d’aiuto a sua disposizione.


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Tra i diritti fondamentali garantiti al neonato come persona rileva anche il diritto alla identificazione. Ovvero il diritto alla attribuzione di un nome, all’individuazione di una cittadinanza e  di uno status di filiazione.
Tali diritti vengono sanciti nel’atto di nascita (LEGGI). Atto che si redige sulla basa di una dichiarazione di nascita e che, generalmente, attesta la paternità e la maternità di un neonato, ovvero riconosce quel figlio come “appartenente” a precisi genitori. 
Il termine massimo per dichiarare la nascita di un bambino è di 10 giorni dal parto. Se la madre intende rimanere nell’anonimato la dichiarazione sarà redatta dal medico o dall’ostetrica che hanno assistito al parto. Loro stessi sceglieranno un nome per il bambino e rimetteranno gli atti ai competenti uffici dell’anagrafe.
È auspicabile che la donna si persuada a curare il suo bambino. Per questo, il Tribunale per i Minorenni può concedere una proroga (per un massimo di 60 giorni) a quelle madri che non possano perfezionare il riconoscimento immediatamente per particolari e gravi ragioni.


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Giuridicamente non possono riconoscere i propri figli le donne che non abbiano ancora raggiunto il sedicesimo anno d’età.
È chiaro che questo limite, imposto dalla legge, non vuole assolutamente sottrarre un figlio alla giovane madre. Quando a partorire è una donna minore di 16 anni che vuole tenere con sé il proprio bambino, il riconoscimento è rinviato al compimento dell’età prevista ex lege. Viene comunque allertato il Tribunale dei Minori; ad esso spetterà il compito di controllare che vengano garantite adeguate cure al piccolo, e che sussista un continuato rapporto con la madre.

Ad un neonato che non venga riconosciuto dalla mamma va assicurato comunque il diritto ad una crescita sana ed equilibrata, nonché l’inserimento in un ambiente familiare idoneo allo sviluppo ed alla affermazione della sua personalità. Perché ciò si renda possibile è indispensabile aprire prontamente il procedimento di adottabilità (LEGGI)
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