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Parto cesareo in aumento, arriva la denuncia del Ministero

Secondo uno studio condotto dal Ministero della Salute e l'Agenas il ricorso al parto cesareo in Italia sarebbe eccessivo e spesso giustificato su un problema inesistente al momento del ricovero. In alcuni ospedali i casi di "posizione anomala del feto" sarebbero passati dal 7% della media al 50%

Il Ministero della Salute e Agenas, l'agenzia sanitaria delle Regioni, hanno fatto uno studio sul ricorso al cesareo in Italia: circa il 35% dei parti. Troppi e sopra la media di molti paesi europei che si attestano sul 20-25%. Inoltre è stata registrata una differenza rilevante tra le Regioni del nord e quelle del sud, con la Campania che si attesta sul 60% e Friuli e Toscana che stanno intorno al 20%. Un altro dato allarmante è che spesso in ospedale si modificherebbe la documentazione sanitaria.



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Come leggiamo su Repubblica, il punto di partenza di questo studio sono stati i dati molto diversi tra una realtà locale e l'altra proprio per quanto riguardo l'incidenza della "posizione anomala del feto", come giustificazione per il cesareo. La frequenza media nazionale di questo problema sarebbe dell'7%, ma ci sono regioni come la Campania che arrivano al 21% e singole strutture in cui si toccherebbe addirittura il 50%. Questi valori, come avrebbe spiegato il Ministero, hanno fatto sorgere il sospetto di un utilizzo di questa codifica non realmente motivato al momento del ricovero in ospedale, e non basato su reali condizioni cliniche. La ricerca si sarebbe basata su un controllo a campione fatto su oltre 1.100 cartelle raccolte dai Nas nelle sale parto di tutte le Regioni.



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Oltre alla mancata corrispondenza nelle informazioni tra scheda di dimissione e cartella clinica, rilevata dal ministero, si sarebbero registrati anche problemi di chiarezza e trasparenza dei documenti ospedalieri. Cartelle e schede di dimissioni risultano non coerenti tra loro nel 44% dei casi in Lombardia e nel Lazio, nel 78% in Sicilia, nel 56% in Puglia e nel 46% in Calabria. Si difenderebbero meglio il Veneto e la Liguria, dove non c'è alcuna differenza tra i due documenti, nonché Val d'Aosta e provincia autonoma di Trento. Come se non bastasse, lo studio ha messo in luce un numero importante di cartelle cliniche 'vuote', nelle quali manca del tutto la documentazione che giustifichi il ricorso al parto cesareo per posizione anomala del feto, intervento la cui esecuzione è però confermata nella scheda di dimissione ospedaliera (Sdo) della paziente.



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Secondo gli autori dello studio la presenza di diagnosi di posizione anomala del feto potrebbe essere un indicatore di una non corretta compilazione della cartella. In effetti le strutture con una più elevata percentuale di primi parti cesarei con l'indicazione di tale diagnosi, sono le stesse nelle quali si riscontra una più alta incidenza di mancata corrispondenza tra la scheda di dimissione e la cartella. Inoltre oltre il 43% dei parti cesarei praticati è risultato quindi "non necessario". Qualora questi dati, ancora provvisori, venissero confermati, Renato Balduzzi, Ministro della Salute, avrebbe affermato che il servizio sanitario nazionale sprecherebbe circa 80/85 milioni di euro l'anno per degli interventi non giustificati. In effetti, dal punto di vista dei costi, come leggiamo su Repubblica, un ricovero ospedaliero con degenza superiore ad un giorno costerebbe al sistema sanitario 1.300 euro nel caso di parto naturale, mentre 2.450 per un cesareo.


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A questo vanno aggiunti, come segnalato dal Ministero, i rischi maggiori della chirurgia elettiva, al termine della gravidanza, per la madre e per il neonato rispetto al parto vaginale




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