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La violenza assistita sui bambini: quali conseguenze?

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La psicologa ci parla delle conseguenze psicologiche della violenza assistita sui bambini. Come intervenire ed evitare traumi e carichi emotivi che condizioneranno la loro vita futura?

Violenza assistita sui bambini

Un tempo si parlava di padre padrone. Ora, nonostante leggi e norme che tutelano tutti gli individui dalle varie forme di violenza è ancora difficile poter intervenire nei casi di violenza assistita da parte dei bambini. Infatti, se non denunciata, rischiano di crescere in un contesto di difficoltà relazionale e con un carico emotivo non indifferente.

Violenza assistita, definizione

Ma cosa significa assistere alla violenza? Guardare, ascoltare, provare, sentire, vivere l’angoscia, disapprovare ma non poter fare nulla. Nella violenza assistita intrafamiliare il bambino è spettatore di una “qualsiasi forma di violenza fisica, verbale, psicologica, sessuale ed economica su figure di riferimento o su altri individui comunque affettivamente significative per lui” (Cismai, 2005). Non si tratta di una violenza diretta ma in ogni caso subìta poiché si riferisce alla madre o ai fratelli, insomma a componenti del suo nucleo familiare. Gran parte delle situazioni riguardano contesti nei quali il ‘violento’ è predominante rispetto agli altri componenti e incute talmente terrore che reagire risulta difficile. La propria incolumità è messa a dura prova proprio dalla imprevedibilità delle azioni e del comportamento vessatorio. Alcune volte per via di assunzione di sostanze alcoliche o droghe, altre volte per questioni caratteriali per le quali il non tollerare episodi di frustrazione comporta inevitabilmente la manifestazione di tirannie e dispotismi.

Violenza assistita nel codice penale

Il concetto di violenza assistita in ambito penale viene considerata alla stessa stregua di quella domestica e si realizza allorquando il minore è costretto ad assistere a scene di brutalità e maltrattamento da parte di un genitore nei confronti di un altro o comunque tra individui che costituiscono per il minore un punto di riferimento o a lui legate per affetto e familiarità. La reiterazione del comportamento e la persistenza nel tempo di tali episodi e la sussistenza di ‘condotte omissive connotate da una deliberata indifferenza e trascuratezza verso gli elementari bisogni affettivi ed esistenziali della ‘persona debole’ da tutelare’ (Altalex, Cassazione penale, sez VI, sentenza 29/01/2015 n. 4332) fanno riferimento all’art. 572 c.p. ‘Maltrattamenti contro familiari e conviventi’ secondo il quale ‘chiunque maltratta una persona della famiglia o comunque convivente, o una persona sottoposta alla sua autorità o a lui affidata per ragioni di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, o per l’esercizio di una professione o di un’arte, è punito con la reclusione da due a sei anni.

Ci sono emozioni che i bambini non tollerano

Se dal fatto deriva una lesione personale grave, si applica la reclusione da quattro a nove anni; se ne deriva una lesione gravissima, la reclusione da sette a quindici anni; se ne deriva la morte, la reclusione da 12 a ventiquattro anni’. È chiaro, quindi quanto i maltrattamenti coinvolgano tutti i componenti della famiglia anche se i comportamenti vessatori non sono fisicamente ‘orientati’ sui figli ma siano semplicemente ‘spettatori’. È facile cioè che subiscano indirettamente e direttamente dei traumi psicologici che condizioneranno la loro vita affettiva futura.

Violenza assistita all’interno della famiglia

La violenza endofamiliare ossia interna alla famiglia vissuta e assistita ha delle conseguenze sulla psiche del bambino non indifferenti. In primis si considera il trauma ed in secondo luogo il funzionamento della sua mente. Dinanzi ad un trauma, evento che arriva in profondità causando uno scompenso emotivo serio, non si possiede la capacità di gestire l’intensità dello stimolo. Nel percorso della crescita ogni bambino impara a difendersi dagli eventi particolarmente significativi sul piano emotivo e da adulto riesce a rispondere in maniera abbastanza adeguata alle varie situazioni stressanti che riguardano il corso della vita (lutti, malattie, separazioni), ma non a tutte. Infatti, anche gli adulti davanti a traumi rilevanti restano inermi: si pensi ad un evento catastrofico e a morti improvvise o a incidenti stradali o a forti shock emotivi.

Il bambino, invece, proprio perché non possiede un apparato psichico maturo vive durante i primi mesi della sua vita, ed in linea di massima fino al terzo anno di età, un legame simbiotico con la madre dalla quale si separa attraverso processi identificatori con le figure di riferimento, per poi differenziarsi completamente costituendo una sua propria personalità. Nella prima fase, nella quale il piccolo non riesce quasi a distinguere una differenziazione tra sé e l’altro, il flusso di angoscia che lo travolge durante la violenza assistita non può essere gestito e diviene per lui fortemente traumatico. In seguito, anche se più grande, la forma di impotenza che lo attanaglia ha la stessa valenza di un trauma poiché non riesce ben a distinguere e ad accettare quanto due persone che sono per lui significative riescano a scambiarsi forme di violenza esagerata e senza senso.

Le emozioni quali paura, rabbia, angoscia, dinanzi ad una situazione di pericolo, possono essere elaborate più facilmente mentre di fronte ad alla brutalità che riguarda due oggetti d’amore (si pensi ad un padre che picchia la madre o una donna che violenta psichicamente il proprio compagno), e da cui si dipende, è più difficile. Ed ecco che il trauma esiste e persiste. Ansia, perdita dell’autostima, paura, colpa, autoaccusa, tristezza, disperazione, vergogna, terrore sono alcuni degli effetti derivanti dall’esposizione a conflitti familiari.

Padre violento, conseguenze

Sono madre di tre figli di 14, 10 e 9 anni, sono separata e reduce da un matrimonio caratterizzato da un marito violento perché tossicodipendente; sono preoccupata per mia figlia di 9 anni, lei era attaccata al padre che ora non può vedere perché ha il divieto di avvicinamento dal giudice, oramai da 10 mesi. È molto sveglia, prepotente, convinta di essere la migliore, in casa offende i fratelli e fuori invece fa la signorina perfettina che tiene all'apparenza, a scuola va malino, fin qui è tutto ok perché è sempre stata così, ma da un mesetto tratta veramente molto male anche me, se non gli do quello che vuole lei insulta, ora scriverò le parole che usa mi scuso per le parolacce: "sei una madre di *****, sei una *****, vai a morire ammazzata **********, ma perché sei nata,ecc...". Premetto che queste parole le dice anche ai fratelli i quali rispondono a tono; fuori casa mi scappa, in pizzeria se non c'è la pizza che dice lei secondo lei è colpa mia esce dal locale e si allontana, scappa via e non mi ascolta, se mi arrabbio è peggio, se sono dolce risolvo la cosa ma per qualche altro motivo lei trova modo di creare di continuo problemi. Del padre non mi chiedono mai però so che non volevano che mi picchiava e non vogliono che si avvicina perché quando è capitato che lo faceva disobbedendo alla legge, loro si spaventavano..

Un padre violento ha conseguenze disastrose sia per la donna che subisce le molestie fisiche e psicologiche del marito sia per i figli che vivono in un clima di forte tensione emotiva e terrore psicologico. Una delle manifestazioni immediate di tale trauma è proprio l’identificazione con l’aggressore. Secondo l’interpretazione dell' autrice, Anna Freud, il meccanismo di difesa che il soggetto mette in atto gli consente di far fronte al pericolo esterno identificandosi con esso. In questo caso assume lo stesso comportamento e la stessa mentalità dell’aggressore per riuscire a sopportare la situazione penosa e rimuovere l’accaduto.

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