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Prendere un bambino in affidamento

Ogni bambino per poter crescere bene non ha bisogno solo di nutrirsi, di dormire, di essere curato nell'igiene personale, ma anche di essere amato ed educato

opu-affOgni bambino per poter crescere bene non ha bisogno solo di nutrirsi, di dormire, di essere curato nell'igiene personale, ma anche di essere amato ed educato. La mancanza di figure familiari stabili e adeguate creano nel bambino danni fisici e psichici spesso gravi e difficilmente rimediabili.

La legge 4 maggio 1983, n. 184 "Disciplina dell'adozione e dell'affidamento dei minori" (recentemente modificata dalla legge n. 149/2001), afferma che ogni bambino ha diritto a crescere in una famiglia. Nella propria, di origine, innanzitutto. E quando questo non è possibile:
- in una famiglia adottiva, se si verifica una situazione di totale abbandono morale e materiale;
- in una famiglia affidataria, in caso di impossibilità temporanea della famiglia di origine;
- in una comunità di tipo familiare in attesa di una delle soluzioni di cui sopra.

Secondo la scala di priorità prevista dalla legge, il ricovero dei minori in istituto è ammesso solo nei casi in cui sia dimostrata l'impossibilità assoluta di attuare gli altri interventi. In realtà, quando una famiglia non riesce a far fronte ai suoi compiti educativi, la strada del ricovero è purtroppo ancora la più praticata: sono ancora circa 15.000 i minori ricoverati in strutture residenziali.

Ricoverare un bambino in istituto significa soddisfare solo alcuni dei suoi bisogni: il nutrimento, l'istruzione, ecc. ma non sostituisce la famiglia, perché non può e non potrà mai offrire al bambino un rapporto affettivo personalizzato, che dia sicurezza. L'istituto, anche se ben organizzato, non è in grado di rispondere alle esigenze affettive dei minori indipendentemente dall'impegno e dalla professionalità del personale. Il ricovero, soprattutto se prolungato, pregiudica, a volte anche in modo grave, la strutturazione armonica della loro personalità

Si all'affidamento familiare
Molti bambini e ragazzi si trovano nell’impossibilità di rimanere nella loro famiglia:
- per difficoltà temporanee dei genitori o per loro gravi malattie o ricovero;
- per morte di uno o di entrambi i genitori;
- per disgregazione del nucleo familiare (separazione, carcerazione, ecc.);
- per problemi di diverso genere (sociali, di conflitto, di incapacità educativa, ecc.);
In questi casi l’affidamento familiare è una valida risposta alternativa al ricovero in istituto.

I vari tipi di affidamento
- Un bambino può essere affidato a un’altra famiglia: per parte della giornata o della settimana, quando i genitori sono nell’impossibilità di assicurare una presenza costante accanto ai figli;
per un tempo breve e prestabilito, quando c’è una necessità transitoria dei genitori, come ad esempio il ricovero in ospedale; il bambino, quindi, sarà affidato a un’altra famiglia, possibilmente già conosciuta dal minore; superata l’emergenza, il minore rientrerà nella sua famiglia e per tutto il periodo dell’affidamento manterrà un rapporto costante con i suoi genitori e gli altri congiunti;
per un tempo prolungato: è la soluzione di affidamento più comune, ma anche la più problematica, in quanto non si può stabilire in anticipo la durata precisa; è solo possibile fare un progetto di affidamento per un certo tempo e verificare di volta in volta se è attuabile il rientro oppure se bisogna ricercare altre soluzioni.
Queste situazioni, che sono generalmente complesse, richiedono un costante sostegno da parte degli operatori dei servizi assistenziali. Non sempre l’affidamento può concludersi con il rientro del minore in famiglia. Talvolta si protrae oltre la maggiore età, fino al suo autonomo inserimento sociale.

Il bambino o ragazzo può essere affidato prioritariamente a coniugi, preferibilmente con figli minori (per offrire una famiglia il più possibile simile a quella dei suoi coetanei), oppure a coniugi senza figli o a persone singole.
L’affidamento familiare è disposto dai servizi assistenziali, previo consenso dei genitori o del tutore, ed è reso esecutivo dal giudice tutelare. Quando i genitori o il tutore del minore non concordano sull’affidamento, ritenuto necessario dai servizi assistenziali, decide il tribunale per i minorenni.

I compiti della famiglia affidataria
La famiglia affidataria deve aiutare il bambino a superare le difficoltà e non deve sentirsi, come a volte accade, la famiglia "buona" rispetto a quella d’origine. È solo la capacità di mettersi nei panni dell’altro che permette di evitare questo atteggiamento sbagliato. Dovrebbe essere ricercata da parte degli operatori e degli stessi affidatari la collaborazione della famiglia d’origine.
L’eventuale atteggiamento iniziale di rifiuto da parte della famiglia d’origine può trasformarsi in seguito in atteggiamento positivo. È per questo che sarebbe molto importante che le due famiglie si potessero conoscere prima dell’inserimento del bambino.
L’affidamento presuppone un impegno particolare perché vi sono coinvolti contemporaneamente diversi protagonisti: il minore, la famiglia affidataria, quella d’origine, i servizi assistenziali e, a volte, i magistrati minorili.

È necessario che la famiglia affidataria sia unita e, se ci sono figli, anch’essi devono essere coinvolti. Bisogna essere preparati a entrare in rapporto con il bambino e con la sua storia individuale e familiare, cercando di comprendere e non di giudicare. È di fondamentale importanza infatti che gli adulti accettino il passato del minore che ha sicuramente formato una parte importante del suo "io" e che non è possibile annullare.

Info tratte dal sito www.anfaa.it/ Associazione nazionale famiglie adottive e affidatarie

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