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L'era del figlio unico

Mentre nel passato era normale la famiglia con almeno due o tre figli, oggi si parla sempre più spesso di famiglia verticale composta da padre, madre e un solo figlio e le famiglie numerose sono sempre più rare

Negli ultimi decenni la famiglia italiana ha subito una brusca inversione di tendenza che ha prodotto una riduzione sempre più marcata del numero dei suoi componenti. Mentre nel passato la famiglia-tipo era quella numerosa, con almeno due o tre figli, oggi si parla sempre più spesso di famiglia verticale composta da padre, madre e un solo figlio.

I fattori che hanno innescato questa rivoluzione demografica sono molteplici: la carenza di servizi e strutture a sostegno dell'infanzia, le difficoltà economiche, la paura per un futuro sempre più incerto. Secondo una recente ricerca condotta dall'Istat, la percentuale delle famiglie con un solo figlio ha superato ormai quella delle famiglie con due o più figli ed è destinata a subire un ulteriore incremento in futuro. Le famiglie numerose sono sempre più rare; le famiglie cosiddette cortissime, formate da mamma, papà e un solo bambino, raggiungono il 46,5% mentre la percentuale delle famiglie con due figli si attesta al 43%.

fratellini76_1Eppure, le coppie che decidono di mettere su famiglia, nella maggior parte dei casi partono con l'idea di avere due o più figli, ma è un'idea che, appunto, si registra solo ai nastri di partenza. Una volta che comincia la “corsa” e ci si trova a dover fare i conti con la realtà, il desiderio di avere un secondo figlio spesso si scontra con problemi logistici, difficoltà economiche, prospettive lavorative e molto altro.
E allora si aspetta un momento più opportuno per provare ad avere una seconda gravidanza, che magari poi tarda ad arrivare oppure, come spesso capita, non arriva proprio. Uno dei fattori che spiega questa tendenza sempre più diffusa ad avere un solo figlio è proprio il fatto di aspettare troppo per mettere in cantiere un fratellino/sorellina.

Questo eccessivo lasso di tempo, che spesso si traduce in una rinuncia definitiva a cercare di nuovo la cicogna, ha varie motivazioni.
Anzitutto c'è il problema lavoro:
in Italia la legge che tutela la maternità è molto valida, in teoria, nella pratica purtroppo è ancora molto alta la percentuale delle donne che non riescono a rientrare al lavoro dopo la nascita del primo figlio. Se c'è il rischio di perdere uno stipendio, specie per quelle famiglie che già faticano ad arrivare alla fine del mese, è chiaro che la prospettiva di avere un secondo figlio viene vista con un certo timore.
Il fattore economico ha anche un altro tipo di ricaduta sul sistema famiglia e questo ha a che fare con un cambiamento della mentalità dei genitori di oggi rispetto alle generazioni passate: il benessere e il consumismo che caratterizzano la società moderna ci spingono a pretendere per i nostri figli il meglio che c'è. Per cui la stanzetta super accessoriata, i giochi e l'abbigliamento rigorosamente griffati diventano beni irrinunciabili e se questi sono gli standard, è chiaro che avere un secondo figlio può diventare davvero impegnativo. C'è da sottolineare poi l'intervento di fattori culturali che segnano da un lato la continuità con il passato, dall'altro la rottura con le abitudini e i modi di vita delle “vecchie” generazioni.



Se da una parte cresce la domanda di asili nido e servizi per l'infanzia, dall'altra permane il retaggio culturale secondo cui è meglio che i figli, almeno fino ai tre anni, siano accuditi dalla mamma o dai nonni. Ma spesso ciò che frena i genitori a provare ad avere un secondo figlio è l'incertezza per il futuro, la paura di non riuscire ad assicurare a un figlio le risorse necessarie per farlo studiare e per aiutarlo ad inserirsi nel mondo del lavoro, un mondo le cui prospettive appaiono sempre meno rosee.
In Italia da tempo si parla di politiche volte all'incremento della natalità eppure, allo stato attuale, in una famiglia con un reddito medio far crescere un figlio non è certo uno scherzo. I dati emersi da recenti statistiche non incoraggiano a fare figli: secondo l'Istat un milione e mezzo di italiani vive sulla soglia della povertà, e circa il 30% di questa fetta di popolazione è costituito dalle famiglie numerose, con tre o più figli, che spesso non hanno il denaro sufficiente per i beni di prima necessità.

Ma come si cresce da figli unici? Gli esperti sono concordi nel ritenere che i figli unici rischiano di sentirsi soli perchè spesso non hanno nessuno con cui dividere giochi ed esperienze. Un'infanzia divisa tra fratelli non solo è una sicura protezione dalla solitudine ma rappresenta anche la prima palestra di vita per i bambini che si troveranno molto presto in una sana competizione con i fratelli per la conquista di spazi e giochi e questo influirà sul loro carattere, che sarà certamente più forte e deciso. Il fatto di essere figli unici significa anche essere il centro dell'affetto e delle attenzioni di genitori, nonni e zii e ciò può tradursi in un carattere viziato o capriccioso o al contrario in una eccessiva insicurezza nell'affrontare la realtà esterna alla vita familiare.
Un bambino insicuro in futuro faticherà a trovare una sua autonomia e a svincolarsi dalla sfera protettiva della famiglia. Sul figlio unico si riversano mille aspettative da parte di genitori che spesso sono molto apprensivi e magari si prefigurano un percorso di vita che lascia poco spazio all'iniziativa personale e alle propensioni del bambino. Al contrario i genitori dovrebbero lasciare la giusta libertà al bambino e comportarsi con lui con naturalezza ma anche con severità quando occorre. É importante anche cercare di offrire al bambino quante più occasioni possibili per permettergli di incrontrare i suoi coetanei e di socializzare con amici, compagni di scuola o di gioco che possono in qualche modo ovviare alla mancanza di un fratello o un sorella

Beatrice Spinelli