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Cassazione, la mamma protagonista della sentenza non vuole clamori

La donna omosessuale, a cui la Cassazione ha dato ragione per l'affidamento del figlio, si dichiara felice di aver vinto ma non vuole ulteriori clamori intorno alla sua storia

La Cassazione ha recentemente stabilito che i bambini possono crescere bene anche in una famiglia con genitori omosessuali, che siano maschi o femmine. Una sentenza che, secondo molti, farà storia ed è sicuramente molto importanti per le coppie omosessuali.



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La donna omosessuale, protagonista del caso che ha portato a questa sentenza, non pensava che la sua storia avrebbe suscitato tanto clamore ed ora chiede solo un po' di tranquillità per il suo bambino e la sua famiglia, dato che tutto quello che lei ha fatto finora è stato solo per il bene del suo bambino: "Non so se, come dicono in tanti, questa sentenza della Cassazione farà davvero storia per le coppie omosessuali. Ne sarei felice, ovvio. Ma non è per quello che ho fatto questa battaglia. L'ho fatta solo per mio figlio".

Proprio per non diventare un caso nazionale, questa mamma aveva deciso di muoversi da sola, senza chiedere l'appoggio delle associazioni gay. Ma il suo caso è finito lo stesso alla ribalta. E racconta la sua storia per l'affidamento del figlio, avuto dalla breve relazione, tra il 2004 ed il 2005, con un uomo musulmano: "Dall'avvocato, la prima volta, ci sono andata per chiedere l'affido condiviso. Ma, quando ci siamo trovati davanti al giudice, a ottobre 2009, lui d'improvviso ha detto che voleva portarlo in Marocco tre mesi per farlo circoncidere. Io sono cattolica, ma non ho fatto battezzare mio figlio e non gli ho mai dato una fetta di salame. Però dicevo a Said: spiegagli perché non la può mangiare. Così, quando sarà il momento, potrà decidere che credo scegliere".







E continua: "A settembre 2010, un venerdì, mi ha detto che voleva passare a prendere il bambino e tenerlo a Milano tre giorni, per la festa di fine Ramadan. Io gli ho detto di no, anche perché mio figlio non aveva mia passato la notte fuori con lui. Di solito veniva a prenderlo la domenica mattina e lo riportava la sera. Lui non s'è dato pace. Mi ha tempestato di telefonate. Alla fine la mia compagna gli ha sbattuto giù il telefono". E l'ex compagno, quando è andato a prendere il bambino, ha picchiato la nuova compagna della donna.



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E così è arrivata la sentenza di affido esclusivo, contro cui il padre del bambino ha fatto ricorso basandosi sulle "presunte ripercussioni sul piano educativo e di crescita del figlio «derivanti dalla relazione sentimentale della madre con la convivente". Ma la Cassazione gli ha dato torto, considerando le sue accuse un "mero pregiudizio". Ed ora la donna protagonista della sentenza spera solo di poter ricominciare a vivere tranquillamente con la compagna ed il figlio senza avere gli occhi di tutti (o le telecamere) puntate addosso.
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