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" E se un bambino risolvesse i nostri problemi? "

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Fare un figlio per superare la crisi non è la soluzione ideale. La psicologa ci spiega quali sono i pericoli nei quali la coppia e il bambino incorrono

Fare un figlio per superare la crisi

Il nostro rapporto è in crisi, ma se avessimo un bambino forse tante cose cambierebbero... 

La nascita di un figlio comporta inevitabilmente una serie di cambiamenti spesso difficili da tollerare anche per le coppie collaudate che, alla prima difficoltà, entrano in crisi poiché devono riorganizzarsi in termini di tempo e di spazio. Per due persone con una relazione già in stallo, con conflitti e malumori preesistenti, che decidono, invece, di prendere in considerazione il concepimento di un bambino, la cosa cambia. Il pensiero "e se un figlio risolvesse i nostri problemi?" pone i soggetti dinanzi ai propri limiti: “Non ci sono più soluzioni e l’unica sarebbe quella di ‘affidarci’ ad un terzo poiché l’alternativa sarebbe separarsi.”

Diventare genitori e non andare in crisi come coppia

La tregua potrebbe durare per tutto il primo periodo, poiché gli equilibri cambiano, le attenzioni si spostano sul nuovo nascituro e ciò che sembrava inasprire i due partner adesso ha meno importanza. Ma mentre inizialmente si prospettava un avvicinamento, successivamente, la mamma avrà sempre meno tempo per il suo compagno e richiederà sempre più partecipazione per la cura e la nutrizione del bambino, togliendo spazio alla coppia. Così l’allontanamento definitivo sarà inevitabile e lo stress seguente alla necessaria suddivisione dei compiti coinvolgerà in maniera inesorabile la famiglia.

La difficoltà a gestire queste situazioni porterà ad un punto di non ritorno nel quale le cose anziché migliorare, peggioreranno. Nella migliore delle ipotesi, seppur in senso lato, il nuovo nascituro tenderà ad assumere il ruolo ‘salvifico’ e su di lui graveranno enormi responsabilità.

Ma quali sono i pericoli nei quali la coppia e il bambino incorrono?

Ogni singolo assume un ruolo specifico all’interno della famiglia. Ma in questo caso il figlio acquisirebbe la funzione di ‘salvatore’. Karpman parla di un ‘triangolo drammatico’ rappresentato da tre tipologie di partecipanti: il persecutore, la vittima e il salvatore. I loro ruoli possono essere interscambiabili nel caso in cui uno di loro, per un motivo o per l’altro, assume una posizione differente. Ma tendenzialmente, ‘colui che salva’ avverte la necessità di ‘aiutare’ l’altro per sentirsi importante e utile e per compensare il suo senso di insicurezza. Questo è l’unico modo che conosce per farsi accettare dagli altri. C’è il rischio, quindi, che se non dovesse essere ‘riconosciuto’ possa trasformarsi in un vero e proprio ‘persecutore’.

Spinto dalla sua rabbia tenderà a punire e a vendicarsi su tutti e su tutto divenendo anche ‘vittima’ di un meccanismo a cui lui non ha scelto di aderire. È chiaro, quindi, che la soluzione di un figlio non è l’ideale per salvaguardare la coppia. Un figlio non può incollare i cocci rotti, non può evitare il conflitto, non può assumersi una responsabilità così grande poiché la collusione è preesistente e su di essa bisognerebbe intervenire.

Ciò che è possibile fare è la coppia stessa a farlo, nel senso che la difficoltà a separarsi può aiutarla a comprendere il legame che tiene assieme i partner, il suo significato e la sua importanza dinanzi ad una possibile scelta di intraprendere strade diverse. Il dialogo e la comunicazione sono fondamentali per circoscrivere e focalizzare l’attenzione su ciò che non va. Spesso e volentieri ci si rivolge ad uno specialista per affrontare i nodi creatisi e, sciogliendoli, si può comprendere se l’amore li può ancora trattenere. Tale eventualità spaventa poiché restare soli e ricostruirsi una vita con un/a nuovo/a compagna è gravoso in termini emotivi, ma assumersi la responsabilità è già un modo per alleggerirsi del fardello.

Il concepimento di un figlio dovrebbe essere il frutto dell’amore e non il tentativo estremo di salvare un matrimonio che, solo per questioni di tempo, fallirà.

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