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Coppie gay: in Italia potranno mai sposarsi?

Il fatidico sì rappresenta la più piena e sentita adesione all’altro, incarna il proposito di continuità e stabilità d’un sentimento forte, manifesta l’amore e lo consacra dinnanzi alla collettività. Tutto questo cambierebbe se a sposarsi fossero due persone dello stesso sesso?

gay_parentsAlla scelta di convolare a nozze si arriva, normalmente, per soddisfare il desiderio di condividere la vita. Il fatidico sì rappresenta la più piena e sentita adesione all’altro, incarna il  proposito di continuità e stabilità d’un sentimento forte, manifesta l’amore e lo consacra dinnanzi alla collettività.
Credete che tutto questo cambierebbe se a sposarsi fossero due persone dello stesso sesso?

È di questi giorni la notizia del diniego al riconoscimento dei matrimoni gay pronunciato dalla Corte costituzionale.
La Suprema Corte è stata chiamata a vagliare la legittimità costituzionale degli impedimenti alle nozze tra persone dello stesso sesso. L’esame di costituzionalità è stato promosso dal Tribunale di Venezia e dalla Corte d’appello di Trento. In queste aule giudiziarie, nel corso di distinti procedimenti avviati da coppie omosessuali, è nata  la necessità di avocare la Corte. Infatti, gli omosessuali avevano richiesto, all’ufficiale di Stato civile dei comuni di residenza,  l’espletamento, a norma di legge, delle pubblicazioni matrimoniali. Ed in risposta avevano ottenuto un netto rifiuto. Alla Cassazione è stato chiesto di chiarire se questo rifiuto fosse o meno in contrasto con i principi fondanti del nostro ordinamento (sostanzialmente con i precetti dell’uguaglianza e della libertà).

Negli ultimi due anni, circa trenta coppie di omosessuali hanno, in diverse parti d’Italia, richiesto le pubblicazioni matrimoniali ai competenti uffici comunali. “Ottenuto il rifiuto”, tutte sono ricorse in giudizio. Chiaramente, l’intento preordinato era quello di indurre il giudice a sollevare questione di legittimità innanzi alla Corte costituzionale. In altre parole, le coppie di aspiranti sposi sapevano di andare incontro ad un rifiuto certo, ma agivano con l’intenzione di portare la questione dei matrimoni gay nelle aule di giustizia.
In realtà questo era il primo obiettivo di una precisa operazione di promozione del matrimonio gay, sostenuta dalle associazioni per i diritti degli omosessuali. Con la campagna “Si lo voglio”, queste associazioni hanno stimolato le richieste di pubblicazioni matrimoniali ed i successivi passaggi giudiziari.
Lo scopo ultimo è affermare il diritto dei gay a contrarre matrimonio, intendendo il diritto al coniugio come diritto della persona, uomo o danna che sia.

Dinanzi alla Corte costituzionale i ricorrenti, a sostegno della loro istanza, hanno eccepito la mancanza, nel nostro ordinamento, di un espresso divieto alla celebrazione del matrimonio tra persone dello stesso sesso.
Ed, altresì, hanno lamentato, nel diniego alle pubblicazioni, la compressione di più diritti primari: i diritti inviolabili dell’uomo, il principio di uguaglianza dei cittadini, nonché i diritti della famiglia intesa come società naturale fondata sul matrimonio. 
Diversamente dall’omosessuale, il transessuale che abbia compiuto il processo transizionale, ovvero che si sia operato ed abbia modificato legalmente il suo genere sessuale ed il nome, è legittimato a contrarre matrimonio. Tenendo conto di ciò, i ricorrenti hanno sostenuto, dinnanzi alla Suprema corte, che la negazione del matrimonio gay, a fronte della diversa disciplina vigente per i transessuali, implicherebbe anche una aperta discriminazione di trattamento tra questi due diversi ma affini generi.

Nell’udienza pubblica del 23 marzo scorso, i legali delle coppie omosessuali avevano sollecitato la Consulta a “prendere una decisione coraggiosa” che anticipasse l’intervento legislativo. Ma così non è stato, i giudici della Cassazione hanno rimandato la questione della disciplina delle unioni omosessuali alla piattaforma legislativa, ovvero a quella che è la sua sede naturale.
La Suprema corte, pur riconoscendo l’esigenza di una tutela normativa delle unioni omosessuali, ha chiarito la disomogeneità di queste stesse rispetto al matrimonio. 

Sebbene non sia corretto interpretare le istituzioni familiari e matrimoniali con rigidità, poiché furono cristallizzate nella norma di legge parecchi anni fa ed in condizioni socio economiche diverse da quelle odierne; la Consulta chiarisce, che una estensione della disciplina del matrimonio alle coppie omosessuali, rappresenterebbe una eccessiva dilatazione della legge.
Il legislatore nel pensare all’istituto matrimoniale ed alla famiglia lo ha fatto nel più classico dei modi, ovvero partendo dalla unione di un uomo ed una donna. In pratica nell’inserire la nozione di matrimonio nel codice civile del 1942 il legislatore non immaginava nemmeno che i contraenti potessero non essere di sesso opposto. È in questo senso che la Suprema corte respinge la possibilità di fare un uso esteso della disciplina del matrimonio.
Ciò non toglie che l’unione omosessuale rientri nel più ampio genere delle formazioni sociali in cui l’individuo esprime e sviluppa se stesso. Quindi, resta innegabile il diritto degli omosessuali a vivere liberamente le loro unioni, nonché ad avere garanzie legislative che permettano di fatto l’esercizio di tale innegabile libertà.
Il Parlamento, attraverso la sua naturale funzione legislativa, dovrà promuovere l’esame e la risoluzione della questione.

Nel mondo politico la questione è oggetto di un acceso dibattito, non scevro da implicazioni etiche e religiose.
Quello che è innegabile è che l’Italia resta indietro rispetto al resto del mondo che ha già disciplinato, in diversi modi, le unioni omosessuali.
Riportiamo qualche esempio: la Danimarca fu il primo paese ad autorizzare il così detto “partenariato registrato” tra omosessuali, correva il 1989. Dieci anni più tardi la Francia ammise i Pacs. In Germania dal 2001 gli omosessuali hanno a loro disposizione il “contratto di vita comune”. La Spagna nel 2005 ha dato il via libera ai matrimoni. Ed anche negli Stati Uniti le coppie omosessuali possono convolare a nozze in ben cinque Stati: Iowa, Connecticut, Massachusetts, Vermont e New Hampshire.

È dunque auspicabile che l’Italia disciplini i diritti di quella parte della sua popolazione che, pur non avendo scelto di aderire alla classica istituzione familiare, ogni giorno ama e vive un rapporto di coppia ugualmente intimo e coinvolgente

Dott.ssa Federica Federico
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