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La Corte di Strasburgo boccia l'Italia per la legge sul parto in anonimato

Secondo la Corte Europea dei diritti umani la legge che permette alle donne di partorire in anonimato deve essere modificata perché non permette ai bambini di conoscere le origini genetiche e biologiche della madre

La Corte Europea dei diritti umani boccia l'Italia per la legge 184 del 1983. La stessa legge che permette alle donne di partorire in forma anonima in ospedale e di lasciare il bambino. Una legge importante perché offre alle donne la possibilità di lasciare il bambino in un posto sicuro e non di abbandonarlo in mezzo a una strada. Una legge che però ancora non è bastata per evitare che neonati appena nati vengano abbandonati in luoghi non idonei, rischiando la vita.



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Ma per la Corte di Strasburgo questa legge è da condannare. Perché, anche se garantisce il diritto alle madri di partorire in anonimato e lasciare il bambino, non garantisce il diritto del bambino di conoscere la sua provenienza. E soprattutto il bambino non ha modo di conoscere le sue origini biologiche. Informazioni che potrebbero essere molto utili soprattutto in caso di malattie genetiche.

Ora i bambini che vengono partoriti in maniera anonima in ospedale non possono sapere se la propria madre aveva problemi o malattie particolari. Malattie che potrebbe sviluppare anche il piccolo una volta cresciuto. Ed informazioni che spesso vengono chieste quando ci si rivolge ad un medico per una qualsiasi problematica.







Secondo la Corte di Strasburgo questa è una "lesione del diritto alla vita" nei confronti dei bambini che vengono così abbandonati. Quale potrebbe essere la soluzione? Magari "introdurre l'obbligo, per chi partorisce in anonimato, di consentire la mappatura del proprio DNA perché venga comunicato al figlio che ne abbia bisogno per ragioni di salute, o quantomeno consentire il ripensamento materno, sul modello francese".



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Per la Corte Europea per i diritti dell'Uomo la legge italiana va quindi modificata, in quanto "a un figlio abbandonato o non riconosciuto dai genitori non può essere negato l’accesso a informazioni sulle proprie origini biologiche". Secondo Alberto Gambino, ordinario di diritto civile all’Università Europea di Roma, il percorso per arrivare ad una modifica della legge è però molto difficile da portare avanti, in quanto "si parla di sbilanciamento tra due diritti, ma bisogna intendersi. Lo sbilanciamento ci può essere se siamo davanti a due beni dello stesso valore. In questo caso, invece, il diritto all’anonimato della madre partoriente si lega alla necessità di preservare il figlio che nasce. E ha quindi un peso maggiore rispetto al desiderio del figlio di conoscere l’identità della madre".
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