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La chiameremo Andrea: anche in Italia ora si può

La Cassazione ha accolto il ricorso di 2 genitori che volevano chiamare la figlia Andrea e sono stati costretti a chiamarla Giulia Andrea per non creare confusione

Fino a qualche tempo fa il nome Andrea non era permesso in Italia per le bambine. Questo perché avrebbe potuto causare confusione, facendo pensare che si trattasse di un maschietto. All'estero, invece, il nome Andrea è molto diffuso anche tra le femmine. Ora però anche in Italia questo nome potrà diventare unisex grazie ad una sentenza della Cassazione.



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E' stato infatti accolto il ricorso di due genitori che non avevano potuto chiamare la figlia Andrea, come avrebbero voluto. Ma a loro era stato imposto di chiamarla Giulia Andrea, proprio per evitare problemi di confusione sessuale. Secondo la Suprema Corte, invece, "non c'è timore che generi confusione tra i sessi", dato che nella maggior parte dei paesi europei e negli Stati Uniti è un nome diffuso tra le bambine.

Ecco la sentenza della Cassazione: "Il nome Andrea, anche per la sua peculiarità lessicale, non può definirsi nè ridicolo nè vergognoso se attribuito ad una persona di sesso femminile, nè potenzialmente produttivo di un’ambiguità nel riconoscimento del genere della persona cui è stato imposto, non essendo più riconducibile, in un contesto culturale ormai non più rigidamente nazionalistico, esclusivamente al genere maschile".







I genitori di questa bambina avevano presentato ricorso per poter avere il diritto di chiamare la figlia come preferivano, dopo che il Tribunale di Pistoia e la Corte d’appello di Firenze gli avevano imposto di utilizzare un doppio nome, dato che nella tradizione italiana il nome Andrea era vietato per le femmine.



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Ed ora la Cassazione ribalta tutto.
Ed anche le bambine potranno essere chiamate Andrea all'anagrafe. Per la Cassazione, infatti, il nome Andrea ha una "natura sessualmente neutra". E spiega ulteriormente: "nella maggior parte dei paesi europei, nonchè in molti paesi extraeuropei, tra i quali gli Stati Uniti, per limitarsi ad un ambiente culturale non privo d’influenze nel nostro paese, unita al riconoscimento del diritto d’imporre un nome di provenienza straniera al proprio figlio minore nei limiti del rispetto della dignità personale, non può che condurre ad una soluzione opposta a quella fornita dalla sentenza di secondo grado".
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