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Convivo, ho figli, ma non mi sposo: che dice la legge?

Come funziona il regime giuridico della convivenza more uxorio, ovvero di due che vivono sotto lo stesso tetto, ma senza matrimonio

divorziatiSino a non molti anni fa la scelta di una coppia di costituirsi come famiglia veniva, nella quasi totalità dei casi, suggellata dal matrimonio. Nell’ultimo decennio la società ed il costume sono stati sempre più largamente interessati
e coinvolti dal fenomeno della convivenza. La scelta di vivere in coppia senza convolare a nozze è in crescita. Oggi rappresenta l’alternativa al più classico matrimonio; ed anzi, non raramente si arriva al fatidico si solo dopo un più o
meno lungo periodo di vita insieme.
Chi convive nella realtà pratica costituisce un effettivo nucleo familiare. Ciò è pacifico anche per il legislatore. Difatti, la legge riconosce la famiglia di fatto nella comunità di un uomo ed una donna che decidono di convivere stabilmente, eventualmente anche insieme alla loro prole .
Sebbene la Costituzione italiana riconosca nella famiglia fondata sul matrimonio la cellula elementare della nostra società, la legge – intesa in senso largo – ha dovuto fare i conti con la famiglia di fatto.
Tanto più che la famiglia di fatto, nella sua qualità di fenomeno sociale, produce svariate conseguenze giuridiche. È probabile, per esempio, che i conviventi acquistino insieme un appartamento, o che contraggano un mutuo cointestandolo.
Ancora, è auspicabile che dalla loro unione nascano dei figli. La legge non può sottrarsi dal suo naturale compito di garanzia, perciò deve individuare un’adatta ed efficace tutela per queste ed ad altre possibili conseguenze fattuali della convivenza. Nel linguaggio giuridico la convivenza “prende lo specifico nome” di: convivenza more uxorio. Dandole una sua propria denominazione legale dottrina e giurisprudenza hanno riconosciuto la valenza del fenomeno, sottolineando, altresì, la necessità di inquadrare i caratteri che la allontanano dal matrimonio.

Il matrimonio è un atto giuridico che, come tale, genera una serie di diritti e doveri. La convivenza more uxorio non produce nessun effetto giuridico perché è una libera unione. Essa, diversamente dal matrimonio, può cessare in qualunque momento, anche per volontà d’una sola delle parti, e senza seguire alcuna procedura legale - almeno per quel che riguarda gli adulti protagonisti della separazione.
Va subito chiarito che rispetto alla famiglia di fatto non è stata ancora articolata una legislazione specifica. La sua natura di rapporto libero rende molto difficile qualunque intervento legislativo. La legge, diversamente, quando interviene su un fenomeno sociale con lo scopo di regolamentarlo delinea vincoli ed impone diritti e doveri.
Ora se degli adulti capaci e consenzienti decidono di optare per una libera unione, svincolata dalle imposizioni matrimoniali, come fa il legislatore a sottoporre questa stessa unione – che poi è lo specchio di fatto d’un
matrimonio – a delle regole?    
                                                  
Mancando un complesso di leggi specifiche a tutela della convivenza come si fa a regolare gli effetti giuridici che dalla stessa comunque vengono prodotti? L’operazione che si mette in atto è questa: le situazioni giuridiche prodotte per effetto della convivenza more uxorio vengono assimilate e riportate a figure giuridiche analoghe. E di conseguenza vengono tutelate attraverso il ricorso a queste stesse figure. Ad onor del vero va detto che questo processo di assimilazione è molto delicato e complesso. Esso dipende prevalentemente dalla giurisprudenza – o, in parole povere, dalle decisioni che i giudici adottano. Chiaramente i giudici formano le loro decisioni solo sui problemi che di volta in volta vengono sollevati nei diversi processi. Il che significa che tale assimilazione è anche estremamente lenta.
La giurisprudenza, tuttavia, si è orientata nel senso di ammettere che dal punto di vista etico e morale i conviventi more uxorio siano tenuti alla reciproca assistenza e debbano ugualmente contribuire al menage familiare secondo le proprie possibilità.
In altre parole in costanza di comunione la collaborazione tra i conviventi viene riconosciuta come l’adempimento di obbligazioni naturali.

Che cos’è una obbligazione naturale?
Una obbligazione propriamente detta – obbligazione perfetta – nasce da un contratto vincolante per le parti il cui inadempimento è perseguibile. Una obbligazione naturale, invece, nasce da un vincolo di carattere etico o morale
a cui si risponde spontaneamente e non è coercibile. In questo senso nessuno può essere costretto ad adempiere ad una obbligazione morale, né a perseverare nell’ adempimento quando l’obbligazione si sostanzi in più prestazioni.
Sebbene, le prestazioni già adempiute in ragione d’una obbligazione naturale siano irripetibili.
Alla luce di quanto detto, ove una famiglia di fatto si scioglie l’uomo, che spontaneamente per il corso della convivenza si era fatto carico del mantenimento di tutto il nucleo familiare, non ha diritto a pretendere la
restituzione di alcuna somma di danaro


Dott.ssa Federica Federico
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