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Vittime del mobbing dopo la nascita di un figlio

Terminato il congedo di maternità molte mamme si trovano nella difficile condizione di dover riuscire a conciliare la vita familiare e quella lavorativa. A complicare il tutto contribuisce il timore di divenire vittime di discriminazioni una volta tornate sul posto di lavoro

postpartocesareo_1Terminato il congedo di maternità molte mamme si trovano nella difficile condizione di dover riuscire a conciliare la vita familiare e quella lavorativa in una routine quotidiana che spesso risulta stravolta dall’arrivo di un bebè. A complicare una situazione già complessa, perché del tutto nuova, contribuisce il timore di divenire vittime di discriminazioni una volta tornate sul posto di lavoro.

Questi stati d’animo possono essere ancora più forti nel caso di mamme single che sono chiamate spesso a far fronte da sole a tutte le spese necessarie per la cura e la crescita di un bambino piccolo. Le mamme lavoratrici sono sempre più spesso vittime del fenomeno del “mobbing”, ossia quella pratica con cui si cerca di indurre una persona ad abbandonare il posto di lavoro senza dover ricorrere al licenziamento.
Aumentano sempre più le testimonianze di neo-mamme vittime di discriminazioni sul lavoro: donne che da responsabili di un ufficio si ritrovano ad essere pesantemente dequalificate, altre che vengono messe nell’impossibilità di lavorare o ancora che subiscono continui e del tutto infondati richiami.

In molti casi accade che quando si avvicina il termine del congedo di maternità, le lavoratrici vengono “invitate” a presentare le dimissioni con il concreto rischio che, se decidono di non lasciarsi intimidire, la loro vita lavorativa diventi un inferno. Ma vi sono anche tanti meccanismi e strategie più subdoli ai quali le aziende o gli uffici fanno ricorso per impedire alla mamma–lavoratrice di usufruire appieno dei diritti chele vengono riconosciuti dalla legge. In questo modo un evento così speciale come la nascita di un figlio, che dovrebbe essere uno dei più felici nella vita di una donna, viene spesso oscurato dall’insorgere di disagi emotivi e psicofisici che possono essere anche molto gravi.

Non sono da sottovalutare infatti le pesanti conseguenze dannose di determinati episodi di discriminazione, in quanto le lavoratrici madri possono essere molto fragili dal punto di vista psicologico, proprio per la loro particolare condizione e per i grandi cambiamenti che l’arrivo di un bimbo comporta.  Tutto ciò è tanto più problematico se ad avere problemi sul lavoro è una mamma single che ha la completa responsabilità della crescita del bimbo. È molto importante in questi casi che la donna sia consapevole del fatto che queste “strategie” messe in atto da dirigenti, aziende o uffici sono delle vere e proprie discriminazioni.

Al rientro al lavoro, infatti,  la lavoratrice ha diritto a ritrovare il posto che occupava prima della gravidanza, senza modifiche nelle mansioni, nello stipendio o nella qualifica. Se questo diritto viene negato vi è una chiara discriminazione che può sfociare in mobbing che viene definito “di genere” perché rivolto contro la dipendente in quanto donna e madre. Si tratta di un comportamento chiaramente contrario alla legge che tutela la maternità (D.LGS. N. 145/2005) che garantisce alla lavoratrice il diritto di occupare, al suo rientro sul posto di lavoro, lo stesso ruolo e le medesime mansioni. Per difendersi le mamme hanno in mano diversi strumenti ma è necessario comunque essere fermamente determinate a far valere i propri diritti. 

Un dato incoraggiante per le mamme che credono di essere vittime di mobbing è il fatto che sono già state emesse numerose sentenze che accolgono le richieste delle lavoratrici discriminate ingiustamente. Anzitutto ci si può rivolgere agli sportelli specializzati in mobbing, che in genere vengono attivati dai sindacati che in alcuni casi possono indirizzare a un legale. Se la discriminazione non è molto evidente, il sindacato o il legale procedono contattando la direzione del personale per segnalare il problema e cercare una soluzione in via informale. Se tale intervento non produce gli effetti sperati, il problema viene segnalato in forma scritta. Contemporaneamente alla lavoratrice in genere viene consigliato di rivolgersi a un servizio di medicina del lavoro per avviare un accertamento del danno psicofisico subito. A questo punto se l’azienda non intende rimediare al danno consentendo alla lavoratrice di rioccupare il proprio posto con l’eventuale risarcimento danni, è necessario intraprendere la via giudiziaria, con un’azione legale in cui viene chiamato in causa il giudice del lavoro

Beatrice Spinelli

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