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Redbull: manager licenziata dopo il congedo di maternità

Stefania Boleso, 39 anni, da dieci responsabile marketing di Red Bull si è vista licenziare al ritorno da dieci mesi di congedo di maternità. Dopo la disavventura ha deciso di raccontare questa storia affinchè sua figlia cresca in un mondo migliore

lavoro-e-gravidanza-3Pensi che a te non capiterà, pensi che siamo nel terzo millennio e queste cose sembrano uscite dal Medioevo.
Pensi di essere una donna forte e una professionista affermata, soprattutto se ti sei laureata con 110 e lode e vieni da dieci anni a capo del reparto marketing di un'azienda affermata.
Senti che a 39 anni è l'ora di concedersi una maternità che finora hai accantonato anche per il lavoro, per buttarti a capofitto nella carriera a dispetto dell'orologio biologico.
Senti che i tuoi capi e i tuoi colleghi non solo lo capiranno ma saranno i primi a congratularsi con me e a dirti quanto sei preziosa per quell'azienda e che un figlio sarà solo un valore aggiunto alla tua professionalità, non un handicap.
Anche perchè tu ti sai organizzare e l'ultima cosa che vuoi è chiedere sconti sull'orario o agevolazioni dal momento che sei diventata mamma: hai assunto una babysitter a tempo pieno, sarai puntuale e presenziare a tutte le riunioni come prima.
D'altra parte 10 anni in una posizione di prestigio non possono venir cancellati dall'oggi al domani....

E invece sì, è capitato ad una donna, neo mamma, 39 anni, curriculum di prestigio, e se leggete qui vedrete che non è la prima, soprattutto in Italia, dove ci si lamenta del calo demografico ma si vorrebbe che le mamme stessere a casa a fare la calzetta una volta partorito e se avevano un lavoro, pace, i figli prima di tutto oppure è meglio non farne, l'avete voluta la parità?

leggiamo oggi nelle pagine milanesi del Corriere una storia che non avremmo voluto sentire, e invece ci tocca sentirla l'ennesima volta: Stefania Boleso, 39 anni, marketing manager di Red Bull Italia, quelli della bibita che mette le ali in pratica, sono stati così carini da dotare di ali anche una loro dipendente, le ali del licenziamento. Baby sitter assunta a tempo pieno, marito pronto a dare una mano nelle emergenze, Stefania era tornata a lavorare piena di buoni propositi, ma il suo capo l'ha subito liquidata così: «Buongiorno Stefania. Scusa ma... Per motivi di costi la tua posizione non è più prevista». «Non dimenticherò mai quell’attimo — racconta adesso Stefania Boleso —. Erano le dieci del mattino del 30 settembre scorso. E’ stato come essere lasciata dal primo amore».

«Mi hanno fatto una proposta economica. Ho rifiutato —racconta oggi Stefania —. Ho deciso di tenere duro per orgoglio. Gestivo un budget di 18 milioni di euro ed ero il punto di riferimento di 28 persone: tutta l’area marketing. Durante la maternità ero sempre rimasta in contatto con l’azienda. Per dire, mia figlia doveva nascere il 25 dicembre e io il 18 ero a una riunione. A quel progetto ho dato l’anima. Invece l’azienda non mi ha nemmeno messa alla prova. Come si sono sbagliati. Io ci sarei riuscita a mettere insieme la famiglia con il lavoro. Avrei dato il sangue pur di farcela».

 «Sono stata spostata in un locale a pian terreno riadattato a ufficio, distante cinque piani dal resto dell’azienda. Mi hanno tolto la responsabilità del marketing. In teoria avrei dovuto lavorare con due colleghe. Peccato che entrambe fossero in maternità. Insomma, ero sola». Boleso ha resistito poche settimane. «Un giorno mi è venuto un attacco di panico, ho creduto di morire. Al pronto soccorso mi hanno detto che stavo rischiando l’esaurimento. Alla fine ho mollato. Il 19 dicembre ho firmato la resa. Ho scambiato i miei diritti con una buonuscita. Non avevo alternativa: dopo aver perso cinque chili e la serenità, non mi sono sentita di imporre altre tensioni alla mia famiglia».

Che cosa farà adesso? Meravigliosa la risposta che Stefania ha dato «Questa esperienza mi ha cambiata. Ieri criticavo chi dava meno del 110% sul lavoro. Adesso sto cercando di attribuire un nuovo senso agli ultimi dieci anni. Ho deciso di ripartire raccontando questa storia. "Guarda che poi nessuno ti offrirà più lavoro", mi ha detto qualcuno. Il rischio c’è. Ma credo vada corso. Quantomeno per aiutare mia figlia a vivere in un mondo migliore».

Fonte: http://milano.corriere.it/
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